Sovranità digitale europea: la strada della presidenza tedesca

Angela Merkel durante l'Open Day dedicato a giovani donne e tech presso la Cancelleria tedesca a Berlino. (EPA/CARSTEN KOALL)

Il 1° luglio 2020, in piena emergenza coronavirus, la Germania ha assunto la presidenza del Consiglio dell’Unione europea, che manterrà fino alla fine di quest’anno. Che il semestre tedesco avrebbe posto l’attenzione sugli aspetti legati al digitale – e a una sovranità digitale europea – si sapeva ormai da tempo.

L’attenzione di Berlino per questi temi affonda le radici fin dai primi anni dell’esperienza europea. Tra tutti gli Stati Membri, la Germania è l’unica ad aver fornito più di un commissario europeo per le politiche digitali. Non due, ma ben tre volte (1985, 1995 e 2014). Non stupisce dunque che uno dei punti programmatici presentati dalla Germania per la sua Presidenza sia proprio quello di costruire un’Europa più forte e innovativa attraverso il ricorso agli strumenti del digitale.

Nella strategia di crescita e innovazione dell’Europa, la Germania punta a costruire e consolidare una sovranità digitale europea. Il concetto di sovranità digitale va inteso ampiamente, non legato esclusivamente alla sovranità in senso stretto – ovvero sia, l’insieme delle prerogative di una entità sovrana nelle sue interazioni con altre entità sovrane.

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La caratterizzazione della sovranità digitale che si evince dal documento comprende anche aspetti legati alla competizione economica sul piano globale e si configura come fattore abilitante della crescita europea in ambiti strategici quali l’intelligenza artificiale e le tecnologie quantistiche applicate all’informatica. Una sovranità, dunque, da intendersi non solo come “digitale”, ma anche “tecnologica”, che comprenda la capacità di esercitare un controllo effettivo sulle infrastrutture ICT, sui servizi offerti attraverso di esse e sui dati che vi transitano o vengono archiviati. Inoltre, nel documento programmatico si percepisce la volontà di utilizzare la tecnologia come elemento di garanzia per i diritti fondamentali dei cittadini dell’Unione. In tal senso, la sovranità digitale si configura, quindi, non solo come elemento politico nelle relazioni internazionali, o come chiave di crescita, ma anche come strumento di diffusione dei valori dell’Europa oltre i suoi confini.

Nessun riferimento esplicito, invece, viene dedicato al tema della sicurezza dell’Unione e degli Stati membri, nonostante i recenti scontri intorno all’importazione di tecnologie proprietarie di aziende cinesi (si vedano – tra tutti – i casi Huawei e TikTok). Il piano tedesco, in particolare, pone particolare enfasi su tre pilastri fondamentali, ovvero sia la necessità di creare una infrastruttura europea, il consolidamento della politica dei dati europea e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

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L’infrastruttura europea come fondamento della sovranità digitale

Una delle premesse fondamentali al documento programmatico presentato dalla Germania è la mancanza di una infrastruttura digitale europea in grado di rispondere adeguatamente ai crescenti bisogni degli stati membri, in particolar modo per quando riguarda l’ambito del cloud computing.

La mancanza di una infrastruttura europea comporta almeno due conseguenze. La prima è relativa alla carenza di controllo che le entità europee possono esercitare sui dati in loro possesso. Questa carenza di “sovranità sul dato”, è di importanza strategica per l’Unione. Il controllo esclusivo su determinati set di dati è infatti fondamentale per raggiungere e mantenere la supremazia economica (ad esempio, nel campo della proprietà intellettuale), tecnologica (ad esempio, nello sviluppo e miglioramento dei sistemi di intelligenza artificiale) e strategica (ad esempio, nella protezione di asset militari), e per assicurare una adeguata protezione dei diritti fondamentali dei cittadini europei (ad esempio, attraverso la protezione offerta da strumenti quali il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati). La difficoltà nel trovare servizi di cloud computing basati in Europa costringe le entità europee ad avvalersi di provider extra-europei, spesso soggetti ad un quadro regolatorio fuori dal controllo dell’Unione, suscitando la preoccupazione di esperti e autorità operanti nel mondo della protezione dei dati.

La seconda conseguenza delle mancanza di un’adeguata infrastruttura digitale europea ha un carattere più squisitamente economico. In un mercato in forte crescita come quello dei servizi di cloud computing, l’assenza di una rappresentanza europea si traduce non soltanto in opportunità di business non colte, ma anche in una maggiore difficoltà nel creare le competenze necessarie a rendere questo comparto produttivo sostenibile nel lungo periodo.

La risposta europea a questi problemi si chiama Gaia X. Fortemente supportato da Germania e Francia, il progetto Gaia X nasce nel 2018 con l’obiettivo di creare una infrastruttura digitale affidabile, sostenibile e basata sui principi e quadri normativi europei.

Nasce ufficialmente Gaia-X: il cloud per la "sovranità digitale" europea

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Quello …

È ancora troppo presto per fare previsioni sul progetto Gaia X e sull’impatto che questa iniziativa potrebbe avere nei piani di consolidamento della sovranità digitale europea portati avanti da Bruxelles. Bisogna infatti considerare diversi fattori nel successo del progetto, il più importante dei quali è la Gaia X da parte di provider. Ad oggi oltre venti aziende hanno già aderito, e il progetto sembrerebbe avere attirato l’attenzione anche di Microsoft. Infatti, Gaia X non è aperto solamente ad aziende europee, ma anche a quegli stessi provider internazionali che il progetto si prefigge di contrastare, purché questi accettino di conformarsi al quadro regolatorio europeo.

La notizia è da accogliere positivamente. Infatti, senza la partecipazione dei grandi player internazionali, è difficile pensare che dal progetto Gaia X possa scaturire una alternativa nel mercato dei servizi di cloud computing. Per quanto possa risultare paradossale, la partecipazione di provider extra-europei aiuterebbe a creare un ecosistema di servizi e creerebbe i presupposti per offerte multi-cloud, un approccio promosso anche da alcuni operatori di servizi IT europei.

L’evoluzione della politica dei dati europea e la sua importanza nel piano tedesco

Il secondo pilastro del programma tedesco riguarda il consolidamento della politica dei dati europea. Le direttrici sulle quali la Presidenza vorrà portare avanti la discussione – già avviata a febbraio con la pubblicazione della strategia europea dei dati – sono innovazione, accesso ai dati, utilizzo responsabile, competenze sull’utilizzo dei dati e sicurezza. L’obiettivo è di creare un nuovo modello per l’Unione Europea nel quale i dati possano essere sfruttati per adottare  decisioni  migliori a tutti i livelli, sia nel settore pubblico che in quello privato. Come già affermato dalla Commissione nella strategia, infatti, i dati avranno un ruolo sempre più centrale nella definizione del nostro modo di produrre, consumare e vivere, contribuendo a generare benefici in ogni aspetto della vita.

La crisi sanitaria innescata dall’emergenza Coronavirus offre un laboratorio nel quale testare nuove modalità di utilizzo dei dati a beneficio dei servizi pubblici. In particolare, tra le priorità della Presidenza emerge la condivisione trasparente e sicura dei dati sanitari. Per esplorare queste nuove possibilità è stato deciso di procedere con la preparazione di un nuovo codice di condotta. Questo strumento di “soft law” – definito nell’ordinamento europeo dal Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati – permetterà alle entità che producono o gestiscono dati e alle autorità nazionali ed europee di protezione della privacy la possibilità di definire con maggiore semplicità regole innovative e funzionali alla definizione di strumenti digitali efficaci per il contenimento dei contagi da Covid-19.

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L’adozione di un codice di condotta rappresenta un primo passo per il contrasto alla pandemia, ma non l’unico. Un altro elemento centrale della strategia europea è il ricorso alla infrastruttura diffusa fornita dai dispositivi dei singoli cittadini. Questa capacità di “calcolo diffuso” garantirebbe infatti una maggior sicurezza dei dati, proteggendoli dall’accesso di terze parti e contribuendo a minimizzare il rischio che dati sensibili vengano acceduti ed utilizzati per finalità ignote. Si tratta di una preoccupazione emersa già ad aprile, durante la discussione del set di strumenti per limitare la diffusione del virus tramite tecnologie di tracciamento digitale, promossa dal Commissario europeo per il mercato interno Thierry Breton. In quella sede, anche sotto gli occhi attenti del Garante Europeo per la Protezione dei Dati e del Comitato Europeo per la Protezione dei Dati, era stato accolto con favore la decisione di Apple e Google di contribuire alla lotta alla pandemia abilitando nei rispettivi sistemi operativi per smartphone le tecnologie bluetooth. Infatti, la penetrazione di mercato di questi colossi (un valore combinato praticamente pari al 100%) è stata la chiave fondamentale per il ricorso alle capacità di calcolo diffuso auspicate dall’Unione Europea.

La sfida sostenibile dell’Intelligenza Artificiale

Il terzo pilastro del programma tedesco riguarda lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e la promozione di un suo utilizzo responsabile. Analogamente a quanto visto riguardo la politica dei dati europea, il discorso sull’intelligenza artificiale rappresenta il proseguimento di un percorso già avviato. A febbraio, infatti, la Commissione ha prodotto un Libro Bianco sull’Intelligenza Artificiale nel quale vengono presentate una serie di raccomandazioni per la diffusione di una intelligenza artificiale basata sui valori europei ed in coerenza con la strategia dei dati europea. La finalità ultima delle istituzioni è la creazione di un approccio europeo al governo di questa nuova famiglia di tecnologie, in grado di orchestrare le implicazioni umane ed etiche dell’intelligenza artificiale, migliorarne l’uso per favorire l’innovazione e promuovere attraverso essa uno sviluppo consapevole ed un benessere diffuso per i cittadini europei.

Le complessità di affrontare questo tema, tuttavia, partono dall’incertezza che caratterizza il concetto di “Intelligenza artificiale”, termine per il quale una definizione univoca, chiara e condivisa è ancora assente. Il Joint Research Centre della Commissione Europea, in una delle sue pubblicazioni ha tentato di portare chiarezza. Per gli autori dello studio i sistemi di intelligenza artificiale sono sistemi progettati da persone che, dato un obiettivo complesso, agiscono nella dimensione fisica o digitale percependo il loro ambiente attraverso l’acquisizione dei dati, interpretando i dati strutturati o non strutturati raccolti, ragionando sulla conoscenza e sull’elaborazione delle informazioni derivate da questi dati e decidendo le migliori azioni da intraprendere per raggiungere l’obiettivo. I sistemi di intelligenza artificiale possono utilizzare regole simboliche o apprendere un modello numerico e possono anche adattare il loro comportamento analizzando come l’ambiente viene influenzato dalle loro azioni.

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Ulteriori chiarimenti vengono dal lavoro del Ethics Advisory Group costituito in seno al Garante Europeo per la Protezione dei Dati e del High-Level Expert Group on Artificial Intelligence, operante sotto l’egida della Commissione. Quest’ultimo, in particolare, già nel 2018 ha proposto sette requisiti fondamentali per contenere potenziali effetti dannosi dell’intelligenza artificiale, comprendendo sia danni materiali (ad esempio alla salute e sicurezza  delle  persone, o danni  patrimoniali) sia immateriali (ad esempio perdita della privacy, restrizioni alla libertà di espressione, pregiudizi alla dignità umana o discriminazioni). Questi requisiti, a suo tempo accolti con favore dalla Commissione Europea, potrebbero suggerire l’indirizzo della nuova Presidenza, che potrebbe quindi concentrarsi su attività normative a tutela dei diritti fondamentali (comprese  la  protezione  dei  dati  personali  e  della  privacy  e  la  non  discriminazione), nonché le questioni legate alla sicurezza, alla responsabilità e alla tutela dei consumatori.

Cosa aspettarsi dalla strategia messa in campo dalla Germania

Gli elementi che compongono la strategia della Presidenza tedesca per un’Europa forte e sovrana nel mondo digitale dimostrano come l’approccio adottato cerchi di essere il più aperto possibile, seppure sbilanciato verso i comparti economici e produttivi a scapito di altre aree quali, ad esempio, la soft power e le relazioni diplomatiche. Questa attenzione, tuttavia, appare comprensibile se si analizza lo scenario internazionale. Il posizionamento dell’Europa nel mondo digitale risulta ancora subordinato rispetto a quello di altri attori che si sono mossi prima e più rapidamente, come Stati Uniti e Cina. La Germania, probabilmente, punta a conquistare la sovranità digitale europea attraverso un rafforzamento dell’economia digitale dell’Unione, cercando di superare le resistenze di altri attori che, verosimilmente, non sono interessati a veder nascere un nuovo antagonista in questo ambito. In questo senso si spiega anche l’apparente disinteresse della Presidenza per le vie della cooperazione e diplomazia. Queste restano opzioni da escludersi, almeno fino a quando l’Unione Europea non avrà guadagnato un ruolo importante negli equilibri mondiali del digitale. In particolare, la volontà di adottare un nuovo approccio tipicamente europeo, basato sulla protezione dei diritti fondamentali e contrapposto alla visione statunitense o cinese, potrebbe dare al mercato digitale europeo una leva competitiva assente nell’attuale panorama.

Nonostante la destinazione sia stata individuata, c’è ancora molto da fare. Spetterà al dialogo interistituzionale e con la società civile definire le modalità migliori di attuazione e scelte politiche più coerenti. Tuttavia, un dubbio rimane circa la coerenza della sovranità digitale europea con il progetto comunitario. Risulta ancora difficile discernere se il concetto di sovranità europea si configuri come una di piattaforma attraverso la quale i singoli stati membri possano costruire la loro proprio sovranità digitale, o se il progetto preveda la creazione di una sovranità realmente europea, che permetta all’Unione di partecipare nel mercato globale digitale come una comunione di intenti e ai suoi stati membri di parlare con una voce unica. Questo aspetto, che verrà dibattuto in seno alle istituzioni europee, è legato a doppio filo alla situazione politica e alle forze che si contrappongono dentro e fuori all’Unione.

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Lo scontro in atto si evidenzia con chiarezza in relazione al nuovo Regolamento sulla tutela dei dati personali nelle comunicazioni elettroniche. Il dossier sul Regolamento, che dovrebbe abrogare la direttiva 2002/58/CE – anche conosciuta come “ePrivacy” – è in discussione ormai dal 2017 e lo stallo è dovuto proprio allo scontro tra forze di mercato e tutela dei diritti fondamentali, oltre che a pressioni provenienti dall’esterno dell’Unione Europea. Il Regolamento dovrebbe ridefinire le modalità di accesso ai dati di comunicazione e potrebbe contribuire a bilanciare i poteri del cosiddetto “capitalismo della sorveglianza” operato dagli operatori di telecomunicazioni in connessione con i governi a cui afferiscono. La mancanza di una posizione chiara della Presidenza in tal senso, che avrebbe potuto contribuire ad un passo avanti importante, denota come le tensioni interne rispetto a temi fondanti e strettamente connessi alla sovranità digitale siano ancora presenti e come queste condizionino il dialogo istituzionale. Se la direzione da prendere è realmente quella di una sovranità digitale europea, spetterà alla Germania il duro compito di trovare una soluzione a questo rompicapo politico e avviare concretamente il percorso dell’Unione in tal senso.

Stefano Leucci è Fellow del Centro Nexa per Internet e Società del Politecnico di Torino. Alessandro Ortalda è ricercatore alla Vrije Universiteit di Bruxelles.

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