Se la metà dei turchi guarda con favore all’Europa

© Parlamento europeo

La situazione dei diritti in Turchia preoccupa e il Paese, oltre a non fare passi avanti sull’allargamento, si allontana sempre di più dall’orizzonte europeo. Ma a far sperare, oltre alla vibrante società civile, c’è anche la vasta popolarità che l’Europa e i valori che essa rappresenta riscuotono in Turchia, come confermato da un recente sondaggio del German Marshall Fund. 

Lo stato dei diritti umani e la garanzia della rule of law in Turchia sono temi molto dibattuti, che sollevano profonde preoccupazioni anche a livello internazionale. Da ultimo, il più recente ritiro dalla Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne, di cui la Turchia era stata la prima firmataria nel 2011, solleva molte ombre sulla direzione del Paese.

La controversa decisione, unanimemente condannata dalla comunità Internazionale, nonché dalle opposizioni interne e da una grande fetta della società civile, è stata motivata a livello governativo dalla volontà di regolare la questione in base a provvedimenti domestici in linea con i propri valori e tradizioni e, quindi, scevri da interferenze esterne.

La Turchia abbandona la convenzione di Istanbul. Le (deboli) reazioni Ue

Il governo di Erdoğan sabato (20 marzo) si è ritirato dalla Convenzione di Istanbul, che prende il nome proprio dalla capitale turca nella quale era stata firmata nel 2011. In Turchia, secondo il governo in carica, saranno le leggi nazionali, …

Già in precedenza il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan aveva annunciato un nuovo Piano sui Diritti Umani, propedeutico alla stesura di una nuova Costituzione da compiersi in due anni, a cui farà capo lo stesso capo dello Stato. Tali mosse sono congruenti con la tendenza politica della ‘Yeni Türkiye’ (Nuova Turchia), di fatto gestita da un unico uomo al comando che, agendo all’interno di una cornice istituzionale caratterizzata da un fragilissimo sistema di checks and balances, ha il pieno controllo di pressoché tutto lo spazio pubblico.

L’attuale visione politica rispecchia un posizionamento ideologico su istanze sempre più marcatamente conservatrici e nazionaliste, dettate anche dalla necessità di ricompattare l’elettorato attorno al programma dell’AKP, oggi in crisi di consensi. In questo quadro, si registra una crescente ed esasperata polarizzazione della società turca, già molto fratturata al suo interno, e una sempre più profonda dividing line ‘pro-contro Erdoğan’. Il riferimento ‘all’altro da noi’ è ormai una costante nella retorica politica dell’attuale amministrazione che con eccessiva facilità accusa di ‘terrorismo’, ‘tradimento’, ‘complotto’ chiunque presenti istanze diverse e contrarie a quelle proposte dal presidente. E a volte il prezzo da pagare è purtroppo molto alto.

La Turchia, infatti, vanta un triste primato per numero di arresti e incarcerazioni, tra cui compare Selhattin Demirtaş, leader e co-fondatore del partito filo-curdo HDP, Osman Kavala, attivista per i diritti umani, e un folto gruppo di giornalisti e oppositori politici. A questo proposito, secondo l’Unione dei giornalisti turchi il totale delle pene comminate agli appartenenti alla categoria equivale a 226 anni, 8 mesi e 25 giorni di prigionia. Una persecuzione che è stata senz’altro agevolata dalle misure successive al tentato golpe del 15 luglio 2016 e dalla relativa estensione dello stato di emergenza, mantenuto fino all’avvio del sistema presidenziale nel 2018.

Non vi è dubbio che negli anni di mandato AKP si siano registrati tentativi di intimidazione verso l’opposizione e progressivi arretramenti dagli standard democratici; è stato drammaticamente evidente a partire dalle proteste di Gezi Park nel 2013, passando dagli eventi del 2016 e alla larga interpretazione della legge sul terrorismo tuttora vigente.

Stando ai dati pubblicati da Freedom House, la Turchia ha ottenuto nel 2020 soltanto 32 punti su 100 nella scala dell’Indice delle Libertà Globali, strumento utile a monitorare lo stato di avanzamento dei diritti civili e politici su base annuale. Appaiono, dunque, lontani gli anni in cui il manifesto politico dell’AKP affermava come priorità del governo “il pieno rispetto degli standard istituzionali e delle norme stabilite dall’Unione europea”. Era l’inizio della sua scalata al successo che a partire dal 2002 si è basato su una serie di riforme mirate al ribilanciamento del potere civile su quello militare; ampliamento della libertà di espressione e di stampa; allineamento del potere giudiziario ai parametri europei; la supremazia degli accordi internazionali sulla legislazione interna, aprendo il varco all’avvio dei negoziati con la UE nel 2005.

L'accordo Ue-Turchia sui migranti 5 anni dopo

Sono passati cinque anni dall'”accordo” sui migranti tra Unione europea e Turchia: uno strumento che si conferma ancora oggi imprescindibile nella gestione dei flussi, e che marca anche l’importanza strategica della partnership tra Ankara e Bruxelles.

Nella memoria collettiva europea è …

Le criticità relative allo stato di diritto e al rispetto dei diritti umani in Turchia è anche tra le cause del mancato avanzamento nel processo negoziale, che dopo il 2016 è stato sostanzialmente congelato. D’altra parte, è doveroso notare che tra i capitoli negoziali mai aperti, perché  bloccati dai veti di alcune cancellerie europee, compaiono anche il 23 e il 24 che, riguardando gli aspetti della rule of law, avrebbero probabilmente incentivato Ankara ad avviare riforme in tal senso. In ogni caso, più recentemente i Progress Report sullo stato di avanzamento dei rapporti Turchia-EU hanno sottolineato crescenti preoccupazioni in materia e l’ultimo comunicato  della Commissione europea riferisce che “alla luce del continuo e grave arretramento rispetto ai principi e ai valori fondamentali dell’Ue, il Consiglio ha osservato nel giugno 2018 e nel giugno 2019 che la Turchia si è allontanata ulteriormente dall’Unione Europea e quindi i negoziati di adesione sono effettivamente giunti a un punto morto”.

Ciò detto, non va dimenticato il ruolo fondamentale che il Paese ha avuto ed ha tutt’ora nell’accoglienza dei rifugiati, il cui numero ad oggi è stimato intorno ai 4 milioni, di cui circa 3,7 milioni sono siriani. Negli ultimi anni, anche grazie alla partnership con l’UE, sono state implementate numerose buone pratiche nel miglioramento delle condizioni della popolazione ospite e di supporto a quella ospitante. In tale prospettiva, dopo cinque anni dalla sigla dell’accordo sui migranti, Ankara e Bruxelles si sono dette pronte per una nuova road-map mirata anche al rilancio delle relazioni bilaterali. Nell’ambito di un rinnovato spirito cooperativo, il tempismo del ritiro dalla Convenzione di Istanbul e la più recente retorica politica turca in merito alle questioni interne non fanno che fomentare dubbi riguardo agli sviluppi futuri.

A seguito dell’incontro di aprile ad Ankara con i vertici UE, la presidentessa della Commissione europea Ursula von der Leyen ha affermato che il rispetto dei diritti umani è imprescindibile e che è richiesto alla Turchia soprattutto sulla base della sua appartenenza al Consiglio d’Europa. “E’ una questione non negoziabile”, ha affermato von Der Leyen, sottolineando ancora una volta quali siano le aspettative europee.

EUnaltroPodcast #16 – Rapporti tra Ue e Turchia: c'è luce in fondo al tunnel?

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SEDICESIMA PUNTATA. La storia del rapporto tra Unione europea e Turchia è lunga oltre 60 anni, fatta di aperture e prese di distanza sempre più frequenti negli ultimi tempi. È un partner strategico per l’UE, ma rimangono le preoccupazioni europee …

In una Turchia dalle molte criticità, che si dimostra più autoreferenziale rispetto al passato vi è, tuttavia, un elemento dall’importanza cruciale: la presenza di una vibrante società civile, capace di farsi sentire e difendere i propri principi, nonostante le restrizioni, e di numerosi giovani che puntano a cambiare le cose. In questo senso, l’ultimo sondaggio del German Marshall Fund dimostra che il 66.2% dei giovanissimi (18-24 anni) e il 55.9% degli intervistati in generale guardano con favore all’Europa e i valori che essa rappresenta.

Questa potrebbe essere la chiave per guardare alla Turchia e penetrarne il blocco sociale, incentivando un cambiamento in senso liberale.

Valeria Giannotta è direttrice scientifica dell’Osservatorio Turchia del CeSPI.

Aurora Ianni è ricercatrice del CeSPI

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