Realizzare la ripresa verde attraverso l’idrogeno: la Strategia italiana e le misure concrete

Il vicepresidente esecutivo della Commissione responsabile per il Green Deal Frans Timmermans alla presentazione della Strategia Ue per l'idrogeno. (EPA-EFE/Virginia Mayo / POOL)

La pubblicazione della nuova Strategia nazionale per l’idrogeno è prevista per la primavera. Con essa, l’Italia si allineerà ad altri Paesi europei nel comune percorso di rilancio verde post-pandemia. Ma da sola non basta.

Per allinearsi agli obiettivi dell’Accordo di Parigi, nel 2020 l’Unione Europea (UE) ha assunto target più ambiziosi che prevedono di ridurre le emissioni di gas serra del 55% entro il 2030. Questa revisione richiede un ulteriore slancio ai piani di decarbonizzazione, invitando a considerare nuove opzioni. Anche il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) italiano adottato nel dicembre 2019 deve già essere aggiornato.

In particolar modo, si è resa urgente un’azione incisiva nei cosiddetti hard-to-abate sectors, ossia i settori più difficili da decarbonizzare (come l’aviazione, il trasporto pesante e l’industria). Se è vero che l’elettricità prodotta da eolico e solare svolgerà un ruolo sempre più importante nel sistema energetico, essa raggiungerà al massimo il 50-60% della domanda finale di energia nel 2050 – non essendo una soluzione adatta agli hard-to-abate sectors.

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Per decarbonizzare tali settori saranno fondamentali le molecole pulite, tra le quali l’idrogeno spicca come la soluzione più promettente grazie alla sua flessibilità. L’idrogeno può infatti essere prodotto a partire da diverse fonti, può essere impiegato per qualsiasi uso energetico e può essere stoccato e trasportato più facilmente rispetto all’elettricità. L’idrogeno potrà così svolgere un’importante funzione di bilanciamento in un sistema energetico sempre più impattato dall’intermittenza di eolico e solare.

L’Europa ha ampiamente riconosciuto la necessità di supportare l’idrogeno con fondi pubblici per favorire una ripresa verde dal Covid-19. Per lanciare una nuova economia dell’idrogeno, basata su infrastrutture in parte nuove, è effettivamente necessario un coordinamento politico di alto livello: gli attori di mercato da soli non ce la farebbero. Nonostante le difficoltà generate dalla crisi pandemica, l’Ue ha mostrato grande slancio pubblicando la Strategia per l’Idrogeno l’8 luglio, accompagnata dalla creazione di un’alleanza industriale (in linea con la nuova ambizione europea di raggiungere l’autonomia strategica e creare campioni europei dell’industria verde).

Molti Paesi membri hanno fatto lo stesso pubblicando le proprie strategie, in particolar modo Francia, Germania, Paesi Bassi e Portogallo. Al momento l’Europa nord-occidentale è all’avanguardia perché è in tale regione che il processo di elaborazione di nuove politiche pubbliche a sostegno dell’idrogeno è più avanzato ed è lì che gran parte dei nuovi progetti si sta materializzando. I nuovi progetti in tale regione riguardano soprattutto la conversione in idrogeno dell’eolico offshore.

Con qualche mese di ritardo, anche l’Italia si sta dotando di una propria strategia, un passo importante per non rimanere indietro e sfruttare al meglio le ingenti risorse europee mobilitate per la ripresa verde, della quale, come è noto, il nostro Paese è il principale beneficiario. Il ministero dello Sviluppo Economico ha condotto una consultazione pubblica nel corso del 2020 e la pubblicazione della nuova Strategia nazionale per l’idrogeno è prevista per la primavera del 2021.

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Secondo le linee guida pubblicate finora, l’obiettivo sarà quello di coprire il 2% della domanda energetica finale italiana con l’idrogeno nel 2030, con una riduzione netta delle emissioni di 8 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti. L’obiettivo è quello di installare nuovi elettrolizzatori (macchinari necessari a convertire l’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili in idrogeno) per una capacità complessiva di 5 gigawatt (GW).

L’obiettivo è ambizioso ma proporzionalmente in linea con il target Ue (40 GW entro il 2030). Creare economie di scala è del resto fondamentale per abbattere i costi unitari degli elettrolizzatori, necessari alla produzione di “idrogeno verde” (ossia a partire da elettricità prodotta da fonti rinnovabili). Gli investimenti previsti per creare questo primo ‘scheletro’ di un’economia italiana dell’idrogeno in Italia sono di 10 miliardi di euro, a cui vanno aggiunti i costi per l’installazione di nuova capacità elettrica rinnovabile. Sicuramente si tratta di un impegno finanziario ingente, ma non impossibile da mobilitare soprattutto grazie agli oltre 200 miliardi di euro assegnati all’Italia dai fondi di rilancio europei.

Oltre al noto fondo per la ripresa Next Generation EU, l’Italia attingerà anche al Fondo europeo per l’innovazione e al PON (Piano Operativo Nazionale) 2021-2027. Ci saranno anche risorse nazionali a disposizione (DL Agosto sui contratti di sviluppo – IPCEI; Fondo di Sviluppo e Coesione – IPCEI; Mission Innovation; Fondo Crescita Sostenibile – FRI; Fondo Clean Tech e Fondi per la Ricerca del Sistema Elettrico Nazionale).

Sulla base di quanto è emerso finora, l’approccio italiano è tutto sommato in linea con quello europeo in quanto si prefigge di:

1) convogliare il grosso dei fondi pubblici sull’idrogeno verde senza tuttavia ostacolare investimenti privati sull’idrogeno blu (prodotto a partire dal gas naturale con cattura e sequestro del carbonio), il cui ruolo di medio termine per la decarbonizzazione viene comunque riconosciuto;

2) far partire un’economia dell’idrogeno stimolando il consumo di idrogeno in alcuni settori chiave – nel caso dell’Italia saranno i trasporti pesanti, le ferrovie e l’industria (specialmente chimica e raffinazione petrolifera, dato che in tali settori l’idrogeno è già usato come materia prima);

3) creare partnership tra pubblico e privato e assegnare un ruolo fondamentale delle politiche di indirizzo e al coordinamento politico-economico di alto livello;

4) sfruttare le sinergie con il Vicinato, in particolar modo con il Nordafrica, dove il potenziale di produzione di energia rinnovabile è immenso.

Al di là della Strategia nazionale, gli sviluppi concreti sul fronte dell’idrogeno dipenderanno da una serie di fattori, incluso l’andamento dei prezzi relativi delle fonti energetiche usate per la sua produzione e dei prezzi della CO2; l’effettiva implementazione dei piani di installazione di capacità rinnovabile sufficiente a supportare i target per l’idrogeno verde (contando che il tasso di crescita delle rinnovabili si è purtroppo abbassato in Italia negli ultimi anni, dopo un exploit iniziale); l’effettiva adozione del quadro giuridico e normativo necessario alla produzione, al commercio, alla distribuzione e al commercio di idrogeno; l’effettiva allocazione di piani di investimenti interdipendenti sui vari livelli della catena del valore, dalla produzione al consumo e infine l’effettivo raggiungimento di economie di scala (a livello internazionale) su tecnologie quali l’elettrolisi.

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L’idrogeno è uno dei settori per cui un efficace coordinamento pubblico-privato è più importante. Essendo un mercato nascente bisognoso di sussidi, è anche uno dei settori su cui i fondi per la ripresa verde devono puntare. Con l’adozione della Strategia nazionale, l’Italia si allineerà ad altri Paesi europei evitando di accumulare gravosi ritardi, con ricadute positive per l’occupazione, il rilancio industriale e la decarbonizzazione. L’Italia potrà inoltre sfruttare la propria posizione geografica per proporsi come hub per il commercio di idrogeno tra Nordafrica ed Europa nord-occidentale.

La Strategia nazionale, che costituisce un elemento di indirizzo fondamentale, non basta: le dovranno far seguito azioni puntuali, coordinate e  concrete a livello politico, regolatorio e di investimenti per far davvero partire un’economia dell’idrogeno in Italia e raggiungere i target climatici.

Luca Franza è responsabile del Programma Energia, Clima e Risorse dell’Istituto Affari Internazionali (IAI).

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