Perché i social media rappresentano un rischio per le nostre democrazie

Dall’assalto a Capitol Hill alla contesa fra l’Australia e Facebook, vari eventi di questo inizio 2021 stanno costringendo anche l’Europa a interrogarsi sulle modalità di controllo delle piattaforma digitali e di tutela della democrazia anche online.

In principio, l’avvento dei social media e dei blog venne accolto con un livello di entusiasmo simile all’arrivo stesso di Internet. La creazione di una realtà dell’informazione non più mediata, di uno spazio gratuito in cui dar voce e ascoltare le opinioni di tutti, si pensava, avrebbe portato ad una maggiore democraticità del potere. I social media avrebbero contribuito ad abbattere tiranni e a dar voce ai gruppi sottorappresentati in nome della libertà di espressione.

Il bando di Twitter e la sospensione indefinita di Facebook d’inizio anno ai danni di Donald Trump dopo l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio hanno segnato un cambiamento significativo nella consapevolezza pubblica del ruolo dei giganti digitali nelle nostre vite. Il bando di Trump è stato percepito da molti come una violazione della libertà di parola e un bavaglio a politici eletti le cui idee – per quanto condannabili – dovrebbero essere note al pubblico. Sono note le dichiarazioni del portavoce della cancelliera tedesca Angela Merkel e del ministro francese delle Finanze Bruno Le Maire, che hanno sottolineato come queste azioni, ad opera di compagnie private, minino la libertà di espressione. Anche chi ha accolto la decisione di Twitter e Facebook con favore ha espresso dubbi sulla sospensione di un unico account come soluzione all’incitamento alla violenza, sottolineando che non sono state intraprese azioni simili contro altri leader mondiali.

Inoltre, la nota riluttanza di Big Tech ad agire con decisione per limitare la portata di teorie cospiratorie e di frange estremiste rafforza l’insinuazione che il bando sia scaturito da interessi di parte, incluso il desiderio di guadagnarsi il sostegno dell’amministrazione democratica appena insediata.

Quel che è certo è che i fatti degli Stati Uniti hanno decretato la fine della visione dei social media e dei blog come meri fornitori di interazioni e informazioni, e ha rilanciato il tema della regolamentazione.

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La prima questione che si è (ri)posta immediatamente è la rimozione dalle piattaforme digitali dei contenuti illegali – propaganda terroristica, discorsi razzisti e di odio, ‘revenge porn’ e così via -. Ma coloro che si concentrano unicamente su questo obiettivo rischiano di non vedere che il problema è molto più ampio e coinvolge le premesse stesse della nostra democrazia. Il modello di business dei social media utilizza i dati degli utenti individuali per promuovere contenuti altamente personalizzati e massimizzare lo ‘scroll time’, incentivando i contenuti “acchiappa-clic” che sono generalmente più estremisti. Anche tralasciando le “fake news” (dalle quali siamo stati ampiamente colpiti nelle fasi iniziali della pandemia), informazioni diverse vengono selezionate e diffuse dagli algoritmi in base alle caratteristiche degli utenti, incluse idee politiche, abitudini e vulnerabilità. In teoria, ognuno di noi potrebbe ricevere promesse elettorali diverse dallo stesso candidato in base alle inclinazioni che (inconsapevolmente) esprimiamo su Internet.

Proprio la cessione inconsapevole dei nostri dati è uno dei punti sollevati da un rapporto del 2020 del Joint Research Center dell’Unione europea. “Per incoraggiare le persone a impegnarsi e condividere costantemente, le piattaforme dei social media utilizzano diverse tecniche comportamentali, con impostazioni e opzioni che rendono molto più complicato lasciare una piattaforma piuttosto che iscriversi – fanno notare i ricercatori – Quando svolgono attività di base online, gli utenti generalmente non hanno familiarità con i dati che producono e forniscono ad altri, così come con il modo in cui tali dati vengono raccolti e archiviati”.

L’altra questione enorme è che gli utenti che non aderiscono a Facebook e Twitter (o decidono di lasciarli) non hanno nessun altro posto dove andare. Basti pensare che nel periodo tra gennaio 2021 e gennaio 2021, Facebook, Twitter e YouTube insieme rappresentavano l’80% del traffico socio-digitale, a fronte del fatto che solo il 26% dei cittadini dell’Ue si fida delle informazioni ricevute tramite social media.

La maggior parte delle piattaforme digitali ha introdotto delle forme di auto-regolamentazione, ma la fiducia nella capacità delle aziende digitali di auto gestirsi è scarsa – ad esempio, di recente Facebook ha ammesso di aver gestito erroneamente alcune comunicazioni istituzionali della Commissione europea e del governo britannico come “pubblicità di natura politica”. Di conseguenza, un certo livello di vigilanza governativa è irrimandabile. Proprio su questa linea, nel suo special address alla Davos Agenda 2021, la presidente della Commissione europea, Ursula von Der Leyen, sottolineava come sia necessario “contenere potere immenso delle grandi compagnie digitali”. La Germania di recente ha promulgato il cosiddetto NetzDG, una nuova legge che ordina ai siti di cancellare potenziali discorsi di odio entro ventiquattr’ore, con sanzioni fino a cinquanta milioni di euro. In Italia l’autorità anti-trust ha temporaneamente bloccato l’accesso a TikTok agli utenti la cui età non è stata dimostrata e multato Facebook per 7 milioni di euro per aver indotto ingannevolmente gli utenti a registrarsi non informandoli dell’attività di raccolta dei dati forniti a scopo commerciale. In una sua recente decisione, l’Autorità italiana garante della concorrenza e del mercato (Agcm) ha efficacemente dichiarato che la cessione a Facebook dei dati degli utenti costituisce “il corrispettivo stesso per l’utilizzo del servizio”.

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Lo scorso dicembre la Commissione europea ha presentato la propria proposta di regolamentazione attraverso il pacchetto Digital Services Act-Digital Markets Act. Le bozze includono misure per la protezione degli utenti dai contenuti illegali e dalla pubblicità mirata online, prevedendo obblighi più severi per cosiddette ‘piattaforme di grandi dimensioni’ incluso quello di divulgare i principali parametri degli algoritmi usati per offrire contenuti, e persino quello di offrire agli utenti un’opzione non basata sulla profilazione. A gennaio, su Politico Europe, Thierry Breton, commissario europeo per il mercato interno e l’industria, ha cavalcato le rivolte di Washington per ottenere ulteriore consenso a queste iniziative legislative. “Se là fuori c’era chi ancora dubitava del peso sistematico delle piattaforme online nelle nostre società e nelle nostre democrazie, la sicurezza l’ha avuta con gli eventi della scorsa settimana a Capitol Hill. Quel che succede online non resta online: ha – esacerba, addirittura – conseguenze anche nella ‘vita vera’”, ha scritto Breton.

Interferire con la democrazia probabilmente non faceva parte dei piani di business iniziali di Big Tech, ma gli eventi americani (e anche gli ancora più recenti sviluppi della contesa fra Australia e Facebook) stanno costringendo l’Unione europea e il mondo intero a interrogarsi su come controllare le piattaforme digitali al fine di tutelare quella stessa democrazia che la libertà di informazione e di espressione senza precedenti promossa dai social media avrebbero dovuto rilanciare.

Germana Barba è la fondatrice di Women in Action. 

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