Per Sánchez l’Europa è la chiave per recuperare unità nella politica spagnola

Il premier spagnolo Pedro Sánchez durante una video-conferenza stampa al termine di un incontro con i leader delle amministrazioni regionali (EPA-EFE/MARISCAL)

Uno shock simmetrico nelle sue cause ma asimmetrico nelle sue conseguenze – come l’ha definito l’Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’UE Josep Borrell – doveva avere come conseguenza l’attivismo sul piano europeo di alcuni stati membri piuttosto che altri. E se è vero che la pandemia non ha cambiato il mondo, ha invece accelerato processi già in corso, come ad esempio la divergenza economica tra differenti parti dell’eurozona, considerata ormai un problema di sopravvivenza a Madrid.

La Spagna, che ha il suo membro nella Commissione proprio in Josep Borrell, una figura di peso del partito socialista al governo, è tra i paesi interessati a trasformare gli interventi dell’Unione a sostegno degli stati membri “from loans to grants”. Cioè da prestiti a trasferimenti (che non gravano sul debito). L’economia nazionale sta soffrendo sia perché la Spagna è stata tra i Paesi più colpiti dalla pandemia – il terzo al mondo dopo Belgio e Regno Unito per numero di vittime in rapporto alla popolazione (27 mila in totale, anche se i calcoli demografici segnano 48 mila morti in più rispetto alla media del periodo degli anni scorsi) – sia perché ha adottato, anche se in ritardo rispetto all’emergenza, un confinamento molto rigido che ha bloccato per settimane quasi ogni attività.

Il Banco de España stima per il 2020 nella migliore delle ipotesi un calo del PIL del 9,5%. Turismo, immobiliare e credito al consumo, tre pilastri dell’economia spagnola, sono tra i settori che più soffrono per i lockdown. E il paese già conta un milione di nuovi disoccupati e tre milioni di casse integrazione; la chiusura della fabbrica Nissan nella zona industriale di Barcellona, che rappresentava il 7% della produzione manifatturiera della Catalogna e potrebbe costare il posto di lavoro a 20.000 persone, prova che la Spagna soffre anche della contrazione del commercio internazionale e che il suo sistema industriale compete con grande difficoltà in un momento di crisi. Il debito pubblico spagnolo, al 95% del PIL a fine 2019, si prevede in aumento di almeno venti punti quest’anno, sia per la contrazione economica che per gli aiuti erogati dallo stato, tra cui il nuovo “reddito minimo vitale” (dai 450 ai 1100 euro mensili per famiglia) che dovrebbe correggere le situazioni di povertà più estrema.

È appunto questo quadro, prima ancora di ogni posizionamento tattico, che mette la Spagna del premier socialista Pedro Sánchez nel fronte dei favorevoli al cambiamento delle regole di bilancio europee. Sia in favore di un maggior indebitamento consentito agli stati, sia in favore di contributi economici diretti (non prestiti) dalla Commissione agli Stati.

“Pedro”, come viene chiamato dai suoi concittadini, come altri capi di governo si è trovato a giocare una partita politica complicata: ha tentato di usare l’emergenza coronavirus per rafforzare la posizione spagnola in Europa, e allo stesso tempo ha cercato di usare l’Europa per rafforzare la propria posizione in patria.

La richiesta di solidarietà economica è stata giustificata con le circostanze eccezionali della pandemia: “Anche noi che siamo tra i più europeisti abbiamo bisogno di una prova di reale impegno”, e questa, diceva Sánchez in aprile, dev’essere la messa in opera “di un piano economico di guerra”; un piano permanente perché, sottolineava in una lettera a Le Monde, “non possiamo permetterci di ripetere il grave errore dell’austerità successiva alla crisi del 2008”. Visione condivisa in pieno da Josep Borrell nella Commissione, e coerente con il punto di vista italiano e portoghese: partiti appartenenti al gruppo europeo dei Socialisti e Democratici sono al governo a Madrid, Roma e Lisbona, e controllano i rispettivi dicasteri economici. La strategia comune non aveva funzionato dopo il 2008, quando gli stati più indebitati, inclusa la Francia, erano divisi sull’austerità dettata dalla Germania, che non fu messa in discussione.

La mediazione franco-tedesca sfociata nel piano della Commissione da 750 miliardi, di cui 500 di trasferimenti e 250 di prestiti, di durata provvisoria, è stata salutata come una vittoria. E di certo lo è sul piano teorico. Ma sul piano pratico la cifra, divisa per i tanti paesi che ne beneficeranno (la Spagna dovrebbe ricevere 140 miliardi, di cui 77 di trasferimenti e 63 di prestiti), potrebbe non essere all’altezza delle grandi aspettative o delle necessità. La ministra dell’Economia spagnola Nadia Calviño aveva fissato la cifra ideale in 1500 miliardi solo di trasferimenti, mentre molti membri della UE non vogliono sentir parlare di uno strumento permanente – d’altronde il Consiglio europeo non ha ancora approvato i dettagli, fondamentali, del piano; la decisione finale è programmata per luglio.

Intanto, i mesi della pandemia sono stati un incubo a livello nazionale per “Pedro”. Già prima, la maggioranza della coalizione di sinistra insediatasi a fine 2019 si teneva sul filo di lana, mentre la politica spagnola usciva da un ciclo di scontri e polarizzazione, con quattro elezioni in quattro anni, culminato in livelli di sfiducia dell’opinione pubblica verso i partiti (91%), il parlamento (76%), l’esecutivo (75%) e le altre istituzioni mai visti dalla fine della dittatura. Durante il confinamento, Sánchez ha dovuto vedersela non solo con lo sconcerto degli spagnoli che non si aspettavano una situazione tanto grave. Ma anche con il governo catalano che ha accusato quello spagnolo di usare il lockdown come scusa per “ricentralizzare il potere”: uno dei due partiti indipendentisti catalani sostiene infatti il governo di Madrid, e l’altro non perde occasione per fargliela pagare. Sono seguite clamorose rivelazioni che hanno portato ad accuse di “colpo di stato” per sospetti di infedeltà al governo degli alti comandi delle forze dell’ordine e dell’esercito. Infine i partiti di destra, da Vox al Partito Popolare (PP), hanno scatenato al momento della riapertura un’offensiva politico-ideologica che, sebbene non coordinata, ha l’obbiettivo di delegittimare l’odiato governo di sinistra. “Se il Covid-19 è l’iceberg, il governo è il Titanic: non contate su di noi per essere l’orchestra”, ha sintetizzato nell’ultimo dibattito parlamentare il leader del PP Pablo Casado.

A questo punto, per Pedro Sánchez l’Europa diventa il modo per recuperare unità, centralità e consenso nella politica nazionale. Serve “concordia”, perché se non sapremo lavorare insieme al piano economico da presentare alla UE in cambio dei finanziamenti, ci giochiamo i prossimi dieci anni, ha detto in parlamento il premier durante l’ultima votazione per il prolungamento dello stato d’emergenza. “Meschinità e irrilevanza della piccola politica devono essere messe da parte”. La nave del governo spagnolo lancia una cima, nella nebbia, verso Bruxelles. Spera di trovarvi un approdo per non affondare.

Riccardo Pennisi è analista di politiche europee.

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