Passa da Frontex un rinnovato coinvolgimento europeo di Serbia e Montenegro

Agenti di FRONTEX in servizio (EPA-EFE/ORESTIS PANAGIOTOU)

Il 26 maggio scorso, il Consiglio dell’Unione europea ha sottoscritto gli accordi di cooperazione in materia di controllo dei confini con Serbia e Montenegro. Di conseguenza, a suggello di un negoziato entrato nel vivo nell’ultimo biennio, Belgrado e Podgorica intensificheranno le attività di coordinamento con Frontex (European Border and Coast Guard Agency) allo scopo di migliorare i processi di gestione del flusso migratorio e di contrasto alle attività criminali. L’accordo prevede il dispiegamento di team di Frontex lungo i confini tra Serbia, Montenegro ed i Paesi membri Ue, nonché l’accesso a forme specifiche di assistenza in materia di border management.

La sottoscrizione dell’accordo dimostra come, nonostante l’Unione ed i governi dei Paesi membri siano prevalentemente concentrati sull’emergenza sanitaria ed economico-sociale legata alla pandemia di Covid-19, il dialogo politico con i Paesi dei Balcani occidentali prosegua e, con esso, la gestione di quelle criticità che attanagliano il territorio europeo nel suo complesso.

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Nel dettaglio, il contrasto all’immigrazione irregolare e la necessità di migliorare i meccanismi di controllo e gestione del flusso migratorio rappresentano una delle priorità nell’area dei Balcani occidentali, percorsi dall’omonima rotta che funge da collegamento tra il Medio Oriente e il continente europeo. Una rotta, quella balcanica, percorsa anche dagli stessi cittadini autoctoni e affiancata dalla cosiddetta “dorsale verde”, ossia il canale lungo il quale si muovono il contrabbando e il traffico di armi, droga e beni contraffatti. Il problema del traffico di esseri umani e del contrabbando (soprattutto di sigarette) è sentito in egual modo sia in Serbia sia in Montenegro, entrambi Paesi caratterizzati dalla presenza di clan criminali ben radicati e con una forte vocazione internazionale. Infatti, si stima che oltre il 25% della droga e delle sigarette di contrabbando consumate in Unione europea transiti o sia prodotto nei Balcani occidentali. In questo contesto, Serbia e Montenegro sono i due hotspot regionali principali per l’ingresso nel mercato continentale e lo smistamento sul territorio europeo. Numeri ben maggiori riguardano il traffico di armi, con il maggior esempio rappresentato dai kalashnikov utilizzati dagli attentatori del Bataclan a Parigi.

In questo senso, il miglioramento nei meccanismi di controllo dei confini ha lo scopo di infliggere un colpo profondo alla struttura criminale serba e montenegrina, con evidenti ricadute positive sia a livello securitario che squisitamente politico. Infatti, il ridimensionamento degli introiti si traduce in un indebolimento delle mafie montenegrine e serbe e, di conseguenza, in una perdita di quel potere finanziario necessario a controllare il territorio e la popolazione locale, a influenzare e corrompere la classe politica e ad indebolire il tessuto imprenditoriale virtuoso. Inoltre, non bisogna sottovalutare anche la dimensione “ibrida” della minaccia criminale ed i suoi collegamenti con la minaccia terroristica. Sebbene criminalità e terrorismo siano endemicamente rivali e perseguano obbiettivi diversi (lucro la prima, sovversione politica il secondo) sussistono aree grigie di contaminazione e collaborazione. Basta pensare al supporto che le organizzazioni criminali possono offrire ai militanti eversivi che devono spostarsi sul territorio europeo ed extra-europeo (tramite l’elargizione di documenti falsi), oppure al potenziale bacino di reclutamento terroristico costituito dalla bassa manovalanza criminale.

L’accordo tra Serbia, Montenegro e Ue sulla cooperazione in ambito Frontex non si limita a puri vantaggi “tattici” né riguarda esclusivamente l’ambito securitario. Al contrario, esso può essere interpretato nella più vasta cornice strategica del processo di integrazione dei Balcani occidentali nell’Ue che è stato recentemente rilanciato proprio dalla nuova strategia della Commissione europea che pone come obiettivo primario la necessità di pace stabilità e prosperità nella regione. Sebbene le sfide degli ultimi anni come la cosiddetta crisi migratoria, la questione ucraina e il raffreddamento dei rapporti con la Russia, l’esplosione del fenomeno terroristico jihadista, la crescita dei movimenti populisti ed euroscettici ed infine la pandemia di Covid-19 abbiano dirottato le priorità dell’agenda politica europea lontano dal dossier allargamento, il processo di integrazione dei Balcani occidentali non si ferma. A marzo 2020, proprio durante la fase più difficile della pandemia, il Consiglio dell’Unione europea ha formalmente dato il via libera per l’apertura dei negoziati con Albania e Macedonia del Nord.

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Certamente, l’accordo di cooperazione in ambito Frontex appare vulnerabile al famoso “dilemma del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto”. Dal punto di vista dell’Ue, il bicchiere può essere considerato mezzo pieno poiché aumenta, seppur gradualmente, il grado di coinvolgimento di Serbia e Montenegro nella famiglia di Bruxelles. Al contrario, dal punto di vista di Belgrado e Podgorica, l’accordo può essere interpretato come un bicchiere mezzo vuoto. Vero è che i Paesi balcanici, soprattutto il fresco membro Nato montenegrino, vorrebbero una accelerazione dei meccanismi di integrazione pur consapevoli delle vulnerabilità sistemiche delle rispettive strutture di potere politico. Tuttavia sia Montenegro sia Serbia, seppur abbiano compiuto miglioramenti significativi negli ultimi anni, sono ancora lontani da un rispetto pieno dei principi di Copenaghen, che continuano ad essere un punto di riferimento prezioso per orientare le politiche di vicinato a tutti i livelli.

In Montenegro la dialettica democratica fatica e decollare nella sua maturità e le reti criminali continuano ad essere troppo influenti sulla classe dirigente. Come se non bastasse, l’ombra delle attività di guerra ibrida da parte della Russia faticano ad essere dissipate e alcuni distretti periferici ospitano sacche preoccupanti di radicalismo islamico. Anche la Serbia si trova a dover gestire con attenzione le ambiguità del suo rapporto con il Cremlino nonché la gestione muscolare dei rapporti con le minoranze religione ed etniche. Tuttavia, a mantenere in stallo il processo di integrazione di Belgrado è principalmente il dossier dei rapporti con il Kosovo: la retorica nazionalista serba e l’ostacolo (apparentemente) insormontabile del riconoscimento della statualità di Pristina (che comunque non è ancora riconosciuta da cinque Stati membri dell’Ue: Spagna, Slovacchia, Grecia, Cipro e Romania) appaiono tanto utili per fomentare l’elettorato domestico quanto pericolose per il dialogo con l’Ue. Tuttavia, la formula Frontex, basata sulla gradualità e sull’approccio ponderato, potrebbe offrire una soluzione programmatica anche al conflitto serbo-kosovaro. In questo senso vanno interpretati i tentativi di disgelo tra gli ex belligeranti, fatti di gesti dal grande significato simbolico (come la riapertura dei voli diretti tra le capitali) e dalle prospettive di risoluzione pacifica delle controversie territoriali (come il famoso progetto di scambio di territori che ha ricevuto nuovo impulso dal vertice convocato il 27 giugno alla Casa Bianca).

In conclusione, anche se l’accordo di cooperazione in ambito Frontex potrebbe apparire come una goccia nell’oceano, esso rappresenta un segnale politico positivo e un tassello in più in un mosaico complesso quale quello dell’allargamento. Di questi tempi, dove l’imperio della pandemia continua a dominare la scena, è un successo da non sottovalutare.

Marco Di Liddo è analista responsabile del Desk Russia e Balcani del Ce.S.I. – Centro Studi Internazionali.  

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