Nel nome della sostenibilità: le iniziative di Marocco, Ue e Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo

Il quartier generale della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS) (Flickr/BERS)

L’economia marocchina sta ponendo le basi per diventare sempre più green: lo scorso ottobre, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS) e l’UE, in cooperazione con altri partner, hanno stanziato sostanziosi fondi per promuovere una svolta sostenibile del settore privato in Marocco, su cui si punta per la ripresa economica post-pandemica.

La cooperazione tra il Regno nordafricano e il circuito BERS è ormai una realtà consolidata: Rabat figura tra i membri fondatori della Banca, che ha iniziato a investire attivamente in Marocco a partire dal 2012, per un totale odierno di 2.6 miliardi di euro distribuiti su 66 progetti. Nello specifico, la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo è un’istituzione finanziaria internazionale, una banca multilaterale per lo sviluppo nata nel 1991 per sostenere la transizione verso il libero mercato e lo sviluppo del settore privato e delle attività imprenditoriali nei Paesi dell’Europa centrale e orientale in seguito alla caduta dell’Urss. Fin dal suo accordo istitutivo, la Banca dichiarato l’apertura ad estendere la propria missione anche ai paesi del Mediterraneo orientale e della sponda Sud – sempre a patto che questi condividano la missione dell’istituzione, impegnandosi sulla via del pluralismo e della democrazia. A oggi, la Banca conta 69 paesi azionisti distribuiti su cinque continenti – tra cui appunto il Marocco – cui aggiungere l’Unione Europea e la Banca Europea per gli Investimenti (BEI).

L’UE di per sé è titolare del 3% del capitale della Banca, una percentuale che cresce sino al 54% se consideriamo anche i singoli paesi membri e la BEI; considerandola in quanto insieme di queste tre componenti – istituzioni europee, BEI e stati membri – l’UE ha contribuito nel 2019 a più del 50% dei fondi ricevuti dalla EBRD. La cooperazione tra Bruxelles e l’EBRD è particolarmente stretta: tanto l’Unione finanzia numerosi progetti lanciati dalla Banca, ove sono coinvolte istituzioni pubbliche quanto private, quanto l’EBRD è implicata negli strumenti di cooperazione regionale dell’UE, tra cui la European Neighborhood Policy (ENP), che coinvolge il Vicinato orientale e meridionale dell’Unione, e ove figura anche il Marocco. In qualità di azionista, l’UE ha un Rappresentante esecutivo nel Consiglio Direttivo della EBRD e si può dunque riscontrare un legame a doppio filo con l’Unione, che si riflette logicamente anche in una comunanza di obiettivi, tanto sul piano socio-politico quanto su quello economico ed ambientale. In particolare, uno dei pilastri portanti della Banca sin dalla sua fondazione è la promozione di un modello di crescita sostenibile, allineandosi così agli Obiettivi delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile (UNSDG), con orizzonte 2030.

Lo sviluppo sostenibile è una parola chiave a livello istituzionale anche in Marocco, in particolar modo da una decina di anni a questa parte. Il regno nordafricano ha infatti progressivamente acquistato la consapevolezza di dover fare i conti con una serie di vulnerabilità tanto geografiche e ambientali quanto socio-economiche – tra queste, possiamo menzionare in modo non esaustivo le sfide legate al cambiamento climatico e alla desertificazione, una forte dipendenza dall’estero in materia energetica, il serio impatto dell’inquinamento e un’alta incidenza della povertà – che hanno messo in luce la necessità di ricorrere a un modello di sviluppo più inclusivo e basato su una valutazione multidimensionale, che vada oltre il solo breve termine.

Questa consapevolezza si è affermata in particolar modo durante il regno di Mohammed VI: nel 2009, facendo seguito alle indicazioni reali in occasione dell’annuale Discorso del Trono, è stata elaborata la Charte Nationale de l’Environnement et du Développement Durable (CNEDD), cui ha fatto seguito nel 2010 una Stratégie Nationale du Développement Durable, le cui indicazioni sono poi state formalizzate in un apposito testo di legge nel 2014. È in questa cornice che sono stati inaugurati o rivisti una serie di programmi settoriali di crescita e sviluppo, tra cui la celebre Initiative Nationale pour le Développement Humain (INDH). Questo impegno è stato rinnovato lo scorso gennaio 2020, quando in seno al Programma euro-marocchino di sostegno alla competitività e alla crescita verde (PACC, 2016-2022) è stato inaugurato un gemellaggio tra UE e Marocco per promuovere le misure atte ad implementare la CNEDD, favorendo così la  convergenza fattuale, e non solo retorica, tra la normativa locale e quella europea.

Sul piano concreto, i finanziamenti e i progetti di cooperazione promossi tanto dall’UE quanto dalla BERS in Marocco, spesso congiuntamente e in partnership con attori privati o con altre istituzioni e attori internazionali, sono guidati dal principio della sostenibilità, declinato nelle sue numerose direzioni e sfaccettature. Alcuni progetti si concentrano in prima battuta sulla dimensione ambientale, mirando a migliorare le infrastrutture per l’acqua potabile, a incrementare il ricorso alle energie rinnovabili o a sostenere le politiche del settore agricolo, come il Piano Maroc Vert, in atto dal 2008 al 2018, e la neonata Strategia Génération Green 2020-2030. Altri progetti guardano invece alla sostenibilità del tessuto produttivo locale e ai risvolti sociali della crescita, mirando alla costruzione di un mercato del lavoro il più inclusivo possibile e dando supporto alle piccole e medie imprese (PMI) e all’imprenditorialità femminile.

È dunque in questo contesto già ben avviato che si inseriscono le iniziative annunciate dalla BERS a inizio ottobre: la prima, che risponde al nome di Green Value Chain, è una linea di credito del valore di 90 milioni di euro, atta ad accompagnare le PMI marocchine – categoria che rappresenta il 95% delle aziende nazionali –  verso l’adozione di soluzioni operative ad alta efficienza in termini di risorse ed energia, aumentandone così anche la competitività a livello regionale e internazionale. È inoltre previsto un ulteriore contributo di 163 milioni di euro, erogato attraverso linee di credito messe in moto con il coinvolgimento di istituzioni finanziarie locali, indirizzato alle aziende private operanti in numerosi settori per l’acquisizione delle cosiddette tecnologie verdi.

Quello della sostenibilità si sta ormai consolidando come un linguaggio comune tra Europa e Marocco, che si distingue dal canto suo come uno dei paesi leader dello sviluppo sostenibile nel continente africano, in particolare nel settore delle energie rinnovabili, dove continui investimenti rincorrono obiettivi sempre più ambiziosi. Sembrerebbe dunque esservi spazio perché il Marocco, forte del proprio focus istituzionale sulla tematica e dell’ormai consolidata cooperazione con l’Europa in materia, possa giocare un ruolo politico sempre più chiave per la cooperazione tra i due continenti in tema di sostenibilità. Una visione, questa, che prende ulteriormente forma in considerazione della marcata tendenza del regno di Mohammed VI a ricorrere alla Cooperazione Sud-Sud nella sua politica africana, con particolare attenzione anche qui allo sviluppo sostenibile.

Emerge dunque ancora una volta, in un ambito forse a prima vista inaspettato, la retorica del Marocco come “ponte” e leader regionale, obiettivo ambizioso a  cui punta la strategia di politica estera marocchina.

Lorena Stella Martini è analista dell’European Council on Foreign Relations (ECFR) di Roma. 

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