Montenegro e Unione europea: la controversa “storia di successo” del front-runner dell’integrazione

Il premier montenegrino Dusko Marković e il presidente del Consiglio europeo Charles Michel (EPA-EFE/STEPHANIE LECOCQ / POOL)

“Il Montenegro non cambierà il proprio corso in politica estera […] Il nuovo esecutivo sarà pro-europeo, filo-occidentale e pro-montenegrino”. Con una dichiarazione congiunta, i leader della variegata coalizione che – dopo trent’anni di potere indiscusso –  nelle legislative dello scorso 30 agosto ha sottratto per la prima volta all’“eterno” presidente Milo Đukanović il controllo del parlamento di Podgorica, hanno voluto rassicurare i propri interlocutori, sia a livello interno che internazionale.

Integrazione europea ed economia restano le priorità assolute del nuovo futuribile governo, una coalizione tra il blocco filo-serbo “Per il futuro del Montenegro”, i progressisti ed ecologisti di “Nero su bianco” e i filo-europeisti di “La pace è la nostra nazione”, in grado di raccogliere 41 seggi sugli 81 disponibili, e sconfiggere sul filo di lana la coalizione raccolta intorno al Partito democratico dei socialisti (DPS) di Đukanović, fermatasi a 40.

Le prime mosse della nuova maggioranza sono state dettate da cautela e desiderio di raffreddare gli animi dopo una campagna elettorale tesa e divisiva, segnata da mesi di proteste di piazza contro la controversa legge sulle libertà religiose che ha messo Đukanović in rotta di collisione con l’influente Chiesa ortodossa serba in Montenegro (SPC) e che – con tutta probabilità – è costata la sconfitta all’attuale presidente montenegrino (il cui mandato scade nel 2023).

Il provvedimento, che secondo i critici avrebbe nazionalizzato ingiustamente le proprietà ecclesiastiche, verrà ritirato. Non ci sarà però revanscismo politico nei confronti degli elettori del DPS, promette la nuova maggioranza, e non verranno messi in discussione né la membership Nato né il percorso di adesione all’UE del Montenegro.

Anzi: la prospettiva di integrazione europea diventa uno dei punti cardine del programma politico della nuova maggioranza, in grado forse di fornire terreno comune a forze politiche eterogenee, fino ad oggi accomunate soprattutto dalla voglia di mettere fine al trentennale regno politico di Đukanović.

Un’evoluzione tutt’altro che scontata: dopo aver abbandonato la politica filo-serba degli albori e essersi fatto promotore dell’indipendenza del Montenegro (2006) Đukanović ha incardinato la sua politica estera verso una sempre più decisa virata euro-atlantica, accusando al tempo stesso l’opposizione di mantenere posizioni pan-serbe e “anti-nazionali” incompatibili con il nuovo corso filo-europeo.

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Un corso inaugurato subito dopo l’indipendenza: già nel 2007 Podgorica aveva firmato l’Accordo di associazione e stabilizzazione (ASA), il primo piccolo, ma necessario passo verso l’UE. Nel dicembre dell’anno successivo Podgorica ha presentato a Bruxelles la propria candidatura ufficiale per diventare membro a pieno titolo dell’Unione, accolta favorevolmente dal Consiglio europeo nel dicembre 2010.

Due anni dopo, nel giugno 2012, sono stati finalmente avviati i negoziati di adesione: da questo momento il Montenegro ha inaugurato la graduale apertura, preceduta dallo screening, dei 33 capitoli negoziali, l’ultimo dei quali è stato aperto nel giugno di quest’anno: quello 8, dedicato alla concorrenza. Di questi 33 capitoli, però, Podgorica finora è riuscita a chiuderne positivamente solo tre: il 25 “Scienza e ricerca”, aperto e chiuso provvisoriamente nel 2012; il 26, “Educazione e cultura”, e il 30, “Relazioni esterne”.

Un risultato in fondo piuttosto magro, soprattutto se si tiene in mente che il paese è stato più volte definito il “front-runner” dell’integrazione UE nei Balcani occidentali. Nonostante i proclami di Đukanović, che si è imposto sempre più come insostituibile garante dell’integrazione europea del Montenegro, è stata la natura stessa del regime politico da lui guidato a rendere faticoso e lento l’avvicinamento alla membership, come dimostrato dagli intoppi e dalle difficoltà sui capitoli più spinosi, il 23 e il 24, ovvero quelli che riguardano la magistratura e i diritti fondamentali; giustizia, libertà e sicurezza.

Molti dei successi rivendicati da Đukanović appaiono poi più di facciata che di sostanza. Basti pensare al capitolo sull’ambiente (27), giudicato ancora estremamente problematico e dai progressi limitati, nonostante il Montenegro si sia arditamente definito “stato ecologico” già nel preambolo della costituzione approvata nel 2007.

In questi anni l’UE ha presentato il Montenegro come una “storia di successo”, ma sotto la guida trentennale di Đukanović il paese – privato della possibilità dell’alternanza di governo – ha conosciuto un vero e proprio fenomeno di “state capture”, fatto di corruzione politica endemica, dove gli interessi di poche famiglie e centri di potere hanno prevalso sistematicamente sul bene pubblico. Tutti casi che fanno parte delle cronache giudiziarie montenegrine: malversazioni, compravendita di voti, brogli elettorali, ma anche uccisione e attacchi fisici nei confronti di giornalisti, controllo dei media ecc.

Sfruttando all’interno la carta della divisione etnica tra montenegrini e serbi, che ha letteralmente spaccato il paese in due, e all’esterno quella della “stabilitocrazia pro-europea” che ha distolto a lungo le critiche di Bruxelles al suo regime,  Đukanović è riuscito per decenni a schivare i numerosi scandali che l’hanno coinvolto, nutrendo un mito di invincibilità intaccato per la prima volta solo dalle elezioni dello scorso 30 agosto.

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Non c’è ora da aspettarsi un cambiamento epocale ed immediato,  per il semplice fatto che un sistema costruito in trent’anni non può cambiare da un giorno all’altro, in particolare i rapporti tra potere e criminalità organizzata, relazioni clientelari e corruzione. Se la coalizione emersa vincitrice dalle consultazioni riuscirà a formare un governo tecnico, come annunciato, in grado di organizzare le prossime elezioni libere, qualcosa finalmente potrebbe però finalmente muoversi.

Il percorso del nuovo Montenegro non sarà in discesa: servirà del tempo per poter dar vita ad un ambiente politico più sano e trasparente, e la crisi economica legata alle conseguenze del COVID-19 non renderà la sfida più semplice. Nonostante gli allarmi e la propaganda di Đukanović, il Montenegro non diventerà però una provincia della Serbia, e non ci saranno manifesti e gigantografie di Putin per le strade di Podgorica.

Il timone del nuovo corso politico montenegrino resta puntato sulla rotta di avvicinamento all’Unione europea: la speranza è che la “piccola rivoluzione” montenegrina porti a un rafforzamento strutturale e profondo dei meccanismi democratici, in grado di assicurare non solo una più spedita chiusura formale dei capitoli negoziali con l’UE, ma anche un’adesione sempre più sostanziale ai valori fondanti dell’Unione.

Luka Zanoni è direttore responsabile della testata giornalistica dell’Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa (OBCT). Francesco Martino è corrispondente dell’Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa (OBCT). 

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