Lunghe transizioni e piccole finestre di opportunità: l’Unione europea e l’area mediterranea

Il segretario generale dell’Unione per il Mediterraneo Nasser Kamel, l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune Josep Borrell, la ministra degli Esteri spagnola Arancha Gonzalez Laya e il collega giordano Ayman Safa. EPA-EFE/Quique Garcia

La Nuova Agenda per il Mediterraneo si colloca nel quadro dell’ambizione europea per un’autonomia strategica anche in Medio Oriente: una prospettiva che resta di difficile realizzazione, anche se è questo il momento per l’Ue di mettere da parte protagonismi controproducenti e agire coesa.

Bagnati dallo stesso mare sulla sponda meridionale e settentrionale del Mediterraneo, il Medio Oriente e l’Unione europea si trovano a navigare un’importante fase di transizione, che, pur assumendo contorni profondamente diversi, nel loro intrecciarsi saranno decisivi per l’intera regione negli anni e decenni a venire.

A sud e a est, l’area che si estende dall’Oceano al Golfo Persico – min al-muhit ila al-khalij – continua ad attraversare la sua fase di interregnum fatta di processi in corso che pensionano il vecchio ma non riescono ad approdare alla definizione di ciò che deve seguire, con dinamiche conflittuali e di contestazione che continuano a dominare le dinamiche trasformative dentro e fuori gli Stati del Medio Oriente.

A 10 anni dalle proteste nel mondo arabo, la mobilitazione nelle piazze, rimodellandosi e riadattandosi, non si ferma poiché restano immutate, e anzi peggiorano, le gravi disuguaglianze socio-economiche e la mancanza di legittimità dei regimi al potere che nel 2010-2011 avevano portato alle cosiddette “Primavere arabe”.

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A partire dal 2019, in Sudan, Algeria, Libano e Iraq si è assistito a quella che la stampa ha comunemente definito “seconda ondata”, definizione che però non coglie la continuità della mobilitazione dal basso nella regione che ha origini ancora precedenti al 2010-2011 e continua tutt’oggi anche in quei Paesi che avevano vissuto intensamente la “prima ondata”, tra cui Egitto e addirittura Tunisia, l’unico “successo” delle primavere arabe. Anche lì, appunto, si continua a scendere in piazza per la crescente disoccupazione, l’esasperata disuguaglianza e la corruzione dilagante, che, se da un lato sono state sicuramente aggravate dalla pandemia, dall’altro è indubbio siano tutt’altro che congiunturali, essendo piuttosto parte integrante della struttura del potere dei regimi politici, da tempo completamente scollati dai bisogni reali dei cittadini.

Tuttavia, a livello regionale più ampio sembrano esserci segni di miglioramento. Il 2021 si è aperto nel segno della distensione in Medio Oriente, con la dichiarazione di al-Ula che il 4 gennaio ha formalmente messo fine all’embargo che Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto avevano imposto sul Qatar da giugno 2017. La rottura delle relazioni diplomatiche ed economico-commerciali con la piccola monarchia del Golfo, trovatasi isolata per 43 mesi, era stata motivata dai promotori dell’iniziativa con il presunto sostegno qatariota a gruppi legati alla Fratellanza Musulmana, ambigue relazioni con l’Iran e una campagna d’informazione scomoda dell’emittente al-Jazeera.

La rinnovata polarizzazione regionale, che aveva preso forma a seguito del colpo di stato in Egitto nel 2013 strutturandosi sull’asse turco-qatariota da un lato ed emiratino-saudita-egiziano dall’altro, se pure non è stata completamente accantonata a seguito di questo riavvicinamento formale, a distanza di 6 mesi sembra lasciar ben sperare. Mentre la Turchia si muove per recuperare i rapporti con Egitto e Arabia Saudita, la formazione del nuovo governo transitorio di unità nazionale libico, facilita il passaggio, mettendo per ora da parte l’opzione militare che vedeva Ankara contrapposta a Il Cairo e Abu Dhabi.

Parallelamente, la monarchia saudita parrebbe essere coinvolta nella ricomposizione dell’altra frattura che ha dominato gli equilibri regionali odierni e la vede contrapposta all’Iran. Dallo scorso aprile si stanno tenendo colloqui bilaterali in Iraq, che, a detta iraniana, procedono in “un’atmosfera positiva” mentre l’Arabia Saudita si approssima anche a una normalizzazione dei rapporti con la Siria. A giocare un ruolo decisivo nel mischiare le carte sul tavolo delle relazioni inter-statali mediorientali, tuttavia, pare essere il cambio di amministrazione Usa che, unito al processo di più lungo corso di disimpegno dalla regione, spira un vento di cambiamento da Washington.

Con la scelta di concentrarsi sul ritorno ad un accordo sul nucleare iraniano, l’amministrazione Biden ha spinto diversi alleati mediorientali a ritrattare le proprie posizioni. I proximity talks iniziati lo scorso aprile e presieduti dal vicesegretario del Servizio Europeo per l’Azione Esterna coinvolgendo Francia, Germania, Regno Unito, Cina, Russia spingono per un confronto, sia pure indiretto, tra Iran e Usa. Con la possibilità di un ritorno all’accordo che diventa tangibile, per quanto difficile da immaginare nel breve periodo o comunque prima delle imminenti elezioni iraniane del 18 giugno, il nervosismo pervade gli alleati statunitensi nella regione, spingendoli ai ripari di nuove, probabilmente temporanee, configurazioni dei rapporti regionali nel caso delle monarchie del Golfo e Turchia, ma anche a decise rimostranze, come nel caso di Israele, che ha definito il ritorno a un accordo “pericoloso per Israele e l’intera regione”.

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Eppure, proprio gli ultimi sviluppi nella porzione di territorio che si estende dal Mediterraneo al Giordano, mostrano chiaramente come la recente spinta distensiva a livello inter-statale nella regione non debba distogliere l’attenzione dai vecchi conflitti irrisolti e dalle tensioni sociali e politiche, quantomai alte. Per quanto possa rappresentare una notizia positiva, la distensione dei rapporti tra alcuni degli stati mediorientali, non è detto possa tramutarsi in una riconfigurazione duratura delle relazioni tra gli stessi, né tantomeno risolvere, da sola, fratture politiche e sociali profonde. Sottovalutare quanto accaduto e quanto accade ogni giorno a Gaza e Israele, o ignorare la brutale repressione perpetrata con armi europee in Egitto, ad esempio, non è un’opzione.

Quantomeno nei documenti programmatici, questo aspetto pare chiaro dall’altra sponda del Mediterraneo, dove lo scorso febbraio l’Unione europea si è ritagliata il tempo e il capitale politico per approvare la Nuova Agenda per il Mediterraneo, nonostante il focus rimanga sulla complessa fase di ripresa post-pandemia e dossier domestici. Mettendo a disposizione 7 miliardi in uno nuovo strumento ad hoc a cui si aggiungerebbero fino ad altri 30 miliardi tra investimenti pubblici e privati nel Vicinato, la rinnovata partnership ha tra le sue priorità diritti umani, buongoverno, stato di diritto, sviluppo inclusivo e sostenibilità, di fianco alla più classica cooperazione in materia di sicurezza e migrazioni.

L’agenda si colloca nel quadro più ampio dell’ambizione europea per un’autonomia strategica anche in Medio Oriente, che però resta di difficile realizzazione. Nella sua fase di transizione verso un ruolo più “geopolitico” a livello globale che però non rinunci ai valori fondanti cercando di integrarli in un principled pragmatism, l’Ue ha interesse più di qualsiasi altro attore nella stabilità mediorientale e non può permettersi, soprattutto alla luce del disimpegno statunitense, di non avere una strategia coerente di lungo periodo per la regione. La vendita di armi da parte di paesi membri verso Stati mediorientali che violano sistematicamente i diritti umani o la rinuncia a prendere misure concrete o quantomeno posizioni comuni contro stati responsabili di gravi violazioni del diritto internazionale e umanitario nella regione, non sembra beneficiare né la credibilità né gli interessi dell’Unione nell’area.

Cavalcando l’onda di un momento positivo a livello internazionale con il cambio di inquilino della Casa Bianca, la ripresa dei negoziati sul nucleare iraniano e il riequilibrio dei rapporti tra gli Stati regionali verso un approccio di maggior coordinamento, quantomeno per il momento e sia pure limitatamente ad alcuni fronti, è adesso il momento per l’Ue di mettere da parte protagonismi controproducenti di alcuni Stati membri e agire coesa, più che limitarsi a reagire passivamente agli sviluppi nella regione, per un’area mediterranea non solo stabile ma sicura per le persone che la abitano.

Flavia Fusco è ricercatrice nei programmi di ricerca Mediterraneo e Medio Oriente e Politica estera italiana dello IAI.

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