Lukashenko, la rivoluzione bielorussa e la lezione ucraina

Studenti e pensionati bielorussi manifestano a Minsk. (EPA-EFE/STR)

La protesta del popolo bielorusso contro il presidente Aleksandr Lukashenko e la cupola di oligarchi e siloviki che governa il Paese dal 1994 sembra non conoscere soste né stanchezza ed ha assunto, per durata e determinazione, i tratti dei grandi movimenti popolari che, alla fine degli anni Ottanta, portarono al collasso delle democrazie popolari nei Paesi dell’allora blocco sovietico.

Nonostante il vigore dei movimenti di opposizione e il vasto e trasversale supporto popolare, il capo dello Stato è inamovibile nella sua politica di brutale repressione del dissenso che, nei modi e nei simboli, rievoca le pagine più oscure del passato comunista. Basti pensare che il servizio di sicurezza interna si chiama ancora KGB (KDB in bielorusso) e pensa ed agisce come se il Muro di Berlino non fosse mai caduto.

Sono passati appena sei anni dall’ultima, imponente, rivoluzione che ha scosso quelle che erano le periferie dell’URSS, vale a dire l‘esautorazione di Viktor Yanukovich in Ucraina, eppure gli avvenimenti di Minsk e Kiev sembrano molto lontani. Una percezione alterata che racconta sia la densità geopolitica contemporanea che il repentino mutamento di scenario a cui siamo soggetti dallo scoppio della pandemia di Covid-19.

Bielorussia: continuano le proteste nonostante le minacce della polizia di aprire il fuoco

La polizia bielorussa, il 18 ottobre, ha arrestato più di 200 persone, mentre decine di migliaia di persone marciavano contro il presidente Alexander Lukashenko, sfidando le minacce della polizia, pronta ad aprire il fuoco contro i manifestanti.

Folle di manifestanti che …

In altre parole, rispetto all’Ucraina del 2014, molto è cambiato e molto più alta è la posta in gioco. Allora, il sostegno internazionale alla causa della “Centuria Celeste” di Kiev, rappresentato soprattutto dall’impegno europeo e statunitense, è stato decisivo affinché Yanukovich fuggisse in Russia. In quel momento, Germania e Stati Uniti intendevano contenere le rinnovate mire egemoniche del Cremlino che, grazie alla bonanza dei prezzi del greggio, aveva gonfiato nuovamente i muscoli e cominciava a consolidare quella strategia di influenza e guerra ibrida che sarebbe maturata negli anni successivi, fino ad arrivare alle tante manifestazioni di ingerenza elettorale e di infowarfare che oggi sono all’ordine del giorno in Europa.

Tuttavia, l’impegno di Bruxelles e degli Stati Membri non è stato sufficiente a impedire a Mosca di modificare geneticamente la timida protesta anti-Euromaidan in Donbass e Crimea, trasformandola in estesa e feroce rivolta armata su larga scala, né tantomeno ha fermato il Cremlino dal piantare nuovamente la sua bandiera a Sebastopoli. Le sanzioni anti-russe sono forse arrivate troppo tardi e, soprattutto, il softpower europeo non è stato abbastanza forte e capillare da combattere adeguatamente la disinformazione russa. Oppure, forse l’Unione Europea non è voluta andare fino in fondo poiché, parafrasando la celebre citazione, “Kiev non val bene una messa”, il gas russo è ancora troppo importante per il fabbisogno energetico continentale e nella partita di rilanci e contro-rilanci militari di Mosca, nessuno dei Paesi membri avrebbe voluto rischiare un all-in.

Tuttavia, c’è chi vede il bicchiere mezzo pieno, poiché, nonostante il difficoltoso processo di riforma ucraino, Kiev sembra definitivamente orientata a lasciarsi alle spalle l’ingombrante relazione con la Russia e desidera con sempre maggiore convinzione ed impegno unirsi alla famiglia europea. Lo scivolamento dell’Ucraina, o almeno di una consistente parte di essa, fuori dall’orbita moscovita sembra quasi un processo inevitabile, figlio dei tempi e della crescente difficoltà russa di gestire le proprie contraddizioni interne e di offrire un modello di sviluppo seducente agli associati esterni.

Probabilmente la rivoluzione bielorussa non ha lo stesso afflato europeista, sincero o strumentale, della rivoluzione ucraina del 2014, il che ne indebolisce il naturale portato internazionale. I bielorussi, privi della prospettiva dell’Accordo di Associazione che invece avevano gli ucraini nel 2014, vogliono innanzitutto liberarsi di un Presidente che ha assunto i tratti del padre-padrone del Paese, vogliono sgretolare un sistema politico autoritario, autoreferenziale, corrotto e illiberale, vogliono riformare un impianto economico arretrato e disfunzionale. A Minsk non rinnegano i rapporti con il Cremlino, ma rivendicano la propria indipendenza culturale e politica.

L’Ue approva le sanzioni alla Bielorussia e lancia un avvertimento alla Turchia

Dopo settimane di discussioni, giovedì sera (1 ottobre) i leader europei hanno sbloccato una situazione di stallo sull’imposizione di sanzioni contro i membri del regime bielorusso e hanno lanciato un avvertimento alla Turchia sulle sue attività di trivellazione del gas …

Nei primi mesi della protesta, l’Ue ha titubato e non è andata oltre le consuete dichiarazioni di condanna verso i metodi repressivi di Lukashenko. Poi, però, il 2 ottobre, il Consiglio dell’Unione europea ha alzato il livello dell’impegno, non riconoscendo la validità delle contestate elezioni presidenziali bielorusse dell’agosto scorso (all’origine dello scoppio delle proteste) ed imponendo sanzioni a 40 personalità istituzionali ritenute responsabili della repressione. Un passo importante, ma ancora limitato se si vuole supportare concretamente il fronte di opposizione bielorusso e soprattutto privo di una volontà politica più esplicita e profonda in grado di bilanciare l’azione uguale e contraria di altri attori esterni.

Infatti, a correre in soccorso di Lukashenko è giunto Vladimir Putin che ha prontamente elargito un prestito di 1,2 miliardi di dollari per pagare gli stipendi di polizia Forze Armate e KGB. Una mossa non banale, che testimonia come a Mosca facciano tesoro delle lesson learned meglio che a Bruxelles. A riguardo, non bisogna dimenticare che una delle chiavi del successo della rivoluzione ucraina è stata la diserzione degli apparati di sicurezza che, ad un certo punto, hanno cominciato a familiarizzare con gli insorti creando una crepa insanabile nel sistema repressivo del governo. Lukashenko e Putin vogliono evitare che si crei questa frattura e l’unico modo per farlo è mantenere in vita uno dei pochi benefici materiali che tenga polizia ed esercito dalla parte del Presidente, ossia il salario alla fine del mese. Putin, quindi, continua a comportarsi come lo Zar Alessandro II, campione del legittimismo e della restaurazione nell’Europa post-napoleonica che ribolliva prima della grande stagione dei Moti e delle lotte d’indipendenza.

All’interno delle mura dal Cremlino la rivoluzione bielorussa fa paura più di quanto ne faceva quella ucraina. Oggi la Russia è più debole del 2014, vive nell’era del cheap oil e deve confrontarsi con gli impatti politici, sociali ed economici deleteri della pandemia. Il covid-19 ha fatto quello che nessuna voce del dissenso era riuscita a fare: esacerbare i fattori di criticità interna e fungere da moltiplicatore di forza del malcontento da Kaliningrad a Vladivostok. Se la Bielorussia cade, dopo che è caduta l’Ucraina, il rischio che il contagio liberale e democratico arrivi a Mosca cresce esponenzialmente. Se cade Lukashenko, l’ultimo dittatore d’Europa, il messaggio politico che potrebbe rafforzarsi è che non esistono leader invincibili ed eterni. Neanche l’inquilino del Cremlino.

Diritti umani, l’opposizione in Bielorussia vince il premio Sakharov del Parlamento Ue

Il premio Sakharov, che viene assegnato dal Parlamento europeo ogni anno a chi si distingue per la lotta in difesa dei diritti umani e della democrazia, è stato vinto quest’anno dall’opposizione bielorussa. La cerimonia di premiazione si terrà il prossimo …

Paradossalmente, però, quello stesso virus che mette a dura prova il mito dello Zar Putin, costringe l’Europa a concentrarsi su se stessa e a dover combattere per evitare un disastro economico e politico interno, per esorcizzare i demoni delle fratture domestiche e per provare a salvare il progetto politico più ambizioso del secondo dopoguerra da se stesso. Tuttavia, nonostante si vivano tempi in cui l’ordine delle priorità appare quasi imposto dal corso degli eventi, Bruxelles non può totalmente dimenticare quanto accade a Minsk, perché ne andrebbe della sua credibilità e delle fondamenta ideologiche e culturali su cui essa stessa si fonda.

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