La posta in palio (interna e globale) per la digitalizzazione dell’Europa

Riprese televisive attorno a un supercomputer in un centro di calcolo computazionale. [EPA-EFE/DAI KUROKAWA]

Digitalizzare l’economia e la società europea è l’obiettivo del programma della Commissione europea noto come Digital Europe, Europa Digitale, parte del Quadro finanziario pluriennale 2021-2027 proposto dalla Commissione europea. 

Sembra banale dire che una maggiore digitalizzazione in Europa è a questo punto una necessità se, come riconosciuto dalla Commissione, l’Europa vuole investire nel proprio futuro, un futuro non poi così distante. Questo momento storico segna la svolta di una nuova rivoluzione tecnologica e le conseguenze che questa porterà sulla società, sull’economia e sugli equilibri geopolitici, richiede che l’Europa abbia un proprio piano d’azione se desidera non solo competere con i giganti tecnologici, ma soprattutto non essere del tutto schiacciata da essi.

A differenza di attori già altamente digitalizzati come la Cina, dove la tecnologia è da tempo diventata parte integrante della vita degli individui, nel bene e nel male, l’Europa arranca. Infatti, secondo i dati pubblicati dalla Commissione solo un quinto delle imprese europee è altamente digitalizzato e il 90% delle piccole e medie imprese resta indietro nel processo di digitalizzazione.

L’Europa, inoltre, deve affrontare una serie di ostacoli aggiuntivi alla realizzazione della propria digitalizzazione. Alcuni di questi ostacoli sono propri dell’Ue e riscontrabili in altre aree di azione di Bruxelles, come nel caso delle diverse caratteristiche e necessità dei vari stati membri. I paesi scandinavi insieme ai Paesi Bassi, ad esempio, sono in cima alla classifica sulla Digitalizzazione dell’Economia e della Società europea 2020, mentre realtà come la Francia, la Germania e la Spagna si collocano nel centro della classifica, lasciando gli ultimi posti principalmente a paesi dell’Europa dell’est e all’Italia, che occupa il 25esimo di 28. Paesi come l’Italia hanno tessuto economico principalmente costituito da piccole e medie imprese spesso a conduzione familiare che non solo possono comportare bassi livelli di competitività e di possibilità di crescita, ma anche pochi incentivi alla digitalizzazione.

Le differenze che esistono tra gli stati membri rendono anche più complesse le decisioni riguardanti il budget pluriennale europeo, all’interno del quale ricadono i finanziamenti per il programma Digital Europe. I singoli stati, inoltre, stanno attraversando difficoltà politiche di varia natura che mettono i governi sotto pressione per portare a casa l’opzione migliore per il proprio paese invece che per l’Unione intera. Inoltre, anche una volta superati questi problemi resta da vedere il modo in cui questi fondi verranno usati e se, quindi, porteranno effettivamente al cambiamento desiderato. Questo aspetto, nuovamente, dipende dalla volontà e competenza degli stati membri e dalle imprese presenti nel loro territorio.

Per superare questo ostacolo, l’Ue ha reso parte integrante del programma l’attivazione di centri atti ad aiutare le imprese nel territorio a digitalizzarsi attraverso l’accesso ad esperti che hanno il compito di informare e formare le imprese, questo però ammesso e non concesso che queste imprese vogliano digitalizzarsi. Infatti, il dubbio resta che senza incentivi da parte dello stato, la maggior delle piccole e medie imprese non siano inclini a cambiare il proprio modo di lavorare.

Dunque, l’Unione europea deve costruire qualcosa di nuovo con capacità economiche limitate, persistenti divisioni interne e preservando il tessuto socioeconomico esistente. Questo rende la competizione con realtà altamente digitalizzate come quella cinese ancor più complessa.

L’incredibile sviluppo economico che Pechino ha visto negli anni passati e la possibilità di costruire realtà urbane e imprese altamente tecnologiche da zero anche grazie a sistemi di pesanti incentivi statali ha dato alla Cina un immenso vantaggio nei confronti del resto del mondo. Soprattutto se uno pensa che in quegli stessi anni l’Europa affrontava una dura crisi finanziaria e una lenta, lentissima ripresa.

Nonostante evidenti ostacoli, è chiaro che Bruxelles non abbia dubbi sul fatto che la digitalizzazione debba essere una delle priorità dell’Ue non solo per motivi di competizione globale e mantenimento di livelli di welfare, ma anche per motivazione legati all’ambiente, altra priorità della Commissione von der Leyen. I settori di interesse identificati in cui investire sono supercomputing, intelligenza artificiale, sicurezza digitale e creazione e sviluppo di competenze digitali avanzate che nel lungo termine possono aiutare l’Ue a costruire una società più sostenibile e verde.

Digitalizzazione però significa anche garantire accesso all’hardware necessario. Nell’ottica di un clima geopolitico globale teso diviso tra Stati Uniti e Cina, con un’amministrazione statunitense che sembra volere isolare la Cina e una Cina sempre meno amichevole, il problema delle catene di valore non può essere ignorato nelle considerazioni che riguardano la digitalizzazione dell’Ue. La Cina detiene il 65% della produzione downstream delle celle delle batterie al litio, produce il 27,5% di sabbia silicea – necessaria per la produzione di circuiti integrati e schermi–, dove però gli Stati Uniti mantengono il primato con 40% della produzione. Anche se al momento la Cina detiene solo una piccola porzione del mercato della produzione dei chip, i quali sono alla base dello sviluppo delle intelligenze artificiali, Pechino ha già messo in moto una serie di strategie per recuperare anche su questo fronte. Dal punto di vista della digitalizzazione dividersi dalla Cina sarebbe complesso e poco desiderabile, ma proteggersi da eventuali divisioni o limitazioni di accesso forzate è doveroso. Eventuali ripercussioni possono essere rese meno dolorose se vi sono in atto accordi con altri paesi produttori, e da questo punto di vista l’Ue sembra essersi mossa per tempo.

Dal 2015, l’Ue ha un accordo di libero scambio con la Corea del Sud e l’anno scorso, ha concluso un accordo di partnership economica con il Giappone. Sia Tokyo sia Seul occupano ruoli competitivi e, in alcuni settori, predominanti nelle catene di valore fondamentali per i processi di digitalizzazione. Nella produzione delle batterie al litio entrambi detengono il posto di principali competitor della Cina, lo stesso vale per la produzione degli schermi. Per quanto riguarda invece la produzione di chip, ad occupare posizioni di rilievo sono compagnie giapponesi e taiwanesi, ma il primato rimane in mano a Stati Uniti e Regno Unito con la ARM, soprattutto per quanto riguarda brevetti e proprietà intellettuale.

Nonostante indubbie pressioni esterne possono metter in difficoltà la digitalizzazione dell’Ue, Bruxelles sembra essere meglio preparata di quanto molti credano. I problemi principali che l’Ue affronterà somigliano a questioni già incontrate e che però continuano a riproporsi: l’allocazione dei fondi, la reale implementazione dei progetti, l’impegno degli stati membri, le divisioni tra gli stati membri e la necessità portare avanti modifiche con potenziali alti impatti sociali ed economiche senza rischiare lo sfaldamento delle realtà esistenti e il materializzarsi di conseguenti disagi socioeconomici.

Sulla carta, Bruxelles sembra essere cosciente e preparata a queste eventualità, ma la pluralità dell’Ue potrebbe rendere il processo più difficile e lento di quanto non dovrebbe essere. Dopotutto non è solo una questione di “se” l’Europa riuscirà a digitalizzarsi, ma anche di quando, poiché il rischio è di rimanere indietro e quindi dover sottostare alle regole di qualcun altro. La Cina, ad esempio, attraverso la strategia ‘China Standards 2035’ ha già espresso l’ambizione di dettare gli standard per lo sviluppo delle nuove tecnologie. L’Ue è da sempre vista come un’eccellente creatrice di standard globali, ma in questo assolutamente cruciale momento rischia di non essere all’altezza. Non è ancora detta l’ultima e indubbiamente la direzione è quella giusta, ma serve l’impegno in primis degli stati membri.

Francesca Ghiretti è ricercatrice dell’Istituto Affari Internazionali (IAI). 

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