La geografia di populismi e nazionalismi nell’Unione europea

Ci sono molte differenze nelle espressioni dei partiti populisti europei da Paese a Paese e in alcuni casi anche all’interno dello stesso: la geografia dei populismi nell’Ue consente di identificare interessanti trend.

Negli ultimi anni, il tema del populismo ha attratto grande attenzione da parte dei media, della società civile e degli studiosi di diverse discipline. Populismo è una definizione vaga che può essere usata con riferimento a situazioni diverse, anche molto distanti tra loro nel tempo e nello spazio; ma in termini molto generali, i movimenti populisti si caratterizzano per l’enfasi su una supposta “volontà del popolo” che viene contrapposta a élite considerate distanti dalle esigenze quotidiane dei cittadini.

La recente ondata di populismo che ha investito molti sistemi democratici negli ultimi anni – occidentali e non – si caratterizza di frequente anche per una forte componente di nazionalismo o sovranismo, che fa leva sul senso di identità nazionale o sulla difesa di interessi nazionali contro diversi tipi di minacce. Nelle strategie comunicative di molti partiti populisti l’identità nazionale diviene la giustificazione per una sorta di primato, che alimenta divisioni e risentimento in società sempre più marcatamente multiculturali. Sebbene non vi sia una opinione unanime sul tema, secondo alcuni studiosi il nazionalismo è in effetti una componente intrinseca del populismo, che non può essere da questo completamente distaccato.

La pandemia nel bel mezzo dell’euroscetticismo e del sovranismo in Italia

La sfida che il Covid-19 impone all’Italia e all’Europa in tema di euroscetticismo e sovranismo va letta alla luce di dinamiche dell’opinione pubblica che caratterizzano l’Italia e molti altri paesi ormai da diversi anni.

Per euroscetticismo si …

Nell’Unione europea la diffusione dei partiti populisti si è frequentemente accompagnata anche con un certo grado di euroscetticismo. I partiti populisti hanno infatti adottato atteggiamenti fortemente critici verso il processo di integrazione, in molti casi contribuendo alla diffusione di una narrativa dell’Unione europea come luogo lontano, in cui burocrati prendono decisioni basate su regole rigide e a volte insensate, incuranti delle problematiche dei cittadini. È stata questa una delle rappresentazioni su cui si è giocata la campagna a favore della Brexit, mirata a “riprendere il controllo” della propria nazione a fronte delle ingerenze europee; ed è sulla base di una critica all’Europa e una supposta volontà di “cambiarla dall’interno” che si sono costruite alleanze tra i partiti populisti del Vecchio continente, ad esempio in occasione delle ultime elezioni europee.

Esistono comunque notevoli differenze nelle espressioni dei partiti populisti tra Paese e Paese e in alcuni casi tra diversi partiti all’interno dello stesso Stato: la geografia dei populismi europei consente di identificare interessanti trend. Ad esempio, alcuni studi hanno individuato caratteristiche che accomunano e rendono specifiche le rivendicazioni populiste in diverse aree (Europa occidentale, orientale, meridionale e settentrionale). Altri studi hanno invece evidenziato la connessione tra il successo dei partiti populisti e le economie locali maggiormente penalizzate dalla globalizzazione. Secondo questa prospettiva, l’Unione europea viene ritenuta responsabile del peggioramento della situazione sociale ed economica vissuta da molti territori negli ultimi decenni; più in generale, l’Ue viene accusata di non essere riuscita a mantenere la promessa di sviluppo economico inclusivo fondamentale nella sua progettazione.

L’attenzione al tema del populismo si è ridotta negli ultimi mesi, scalzata dalla crisi sanitaria, sociale ed economica che ha colpito l’Europa e il mondo con la diffusione del Covid-19. Secondo alcuni osservatori, la crisi potrebbe portare ad un rallentamento del successo dei partiti populisti; l’esempio più lampante a sostegno di questa tesi è dato dall’esito delle elezioni americane, dove la sconfitta di Donald Trump è stata da più parti imputata, almeno parzialmente, agli effetti della pandemia, e a un diverso modo di percepire il populismo che la crisi ha generato in gran parte della popolazione.

Tuttavia, è interessante porre l’attenzione sul fatto che la crisi ha stimolato l’emergere e l’affermarsi di sentimenti nazionalisti in maniera trasversale a diversi partiti e in tutto il mondo, inclusa la maggior parte dei Paesi dell’Unione europea. Come chiaramente visibile nel caso italiano, la diffusione di simboli quali le bandiere e l’inno nazionale, la promozione di una idea di unità per “combattere un nemico comune”, il ricorso continuo a metafore legate alla guerra, alla battaglia e al sacrificio, hanno accompagnato la diffusione della pandemia, stimolando un senso di appartenenza e solidarietà nazionale per far fronte all’emergenza.

C'è luce oltre il Covid per l'Europa unita?

Se c’è un lato positivo nella pandemia che stiamo vivendo e nelle sue conseguenze sanitarie, sociali ed economiche è che per la prima volta tutti i Paesi dell’Unione Europea si ritrovano a essere uguali davanti alla portata devastante del Covid-19. …

Questo nazionalismo si è manifestato con caratteristiche parzialmente diverse da quello promosso dai partiti populisti fino a poco tempo prima: la promozione di un “noi” nazionale in cui “l’altro” era rappresentato prevalentemente dai cittadini di altre nazionalità e in particolare dai migranti, è stato soppiantato da un “noi” maggiormente inclusivo, costruito per affrontare insieme il “nemico” rappresentato dalla pandemia.

Tuttavia, la diffusione di sentimenti nazionalisti e sovranisti porta sempre con sé il rischio di adottare una visione binaria della realtà, e di guardare alla nazione in competizione con “gli altri” e con le altre nazioni, stimolando la contrapposizione invece della cooperazione. Un esempio di questo tipo può essere dato dalla lettura che, in entrambi i Paesi, è stata data alla querelle tra Italia e Paesi Bassi sull’approvazione del Recovery Plan “Next Generation EU”: senza voler entrare nel merito della discussione, vale la pena sottolineare il modo in cui questa è stata raccontata, come un conflitto tra culture che si è in larga parte nutrito di stereotipi sull’altro diffusi in entrambi i Paesi.

Più in generale, le molteplici crisi (sanitaria, economica, sociale) che i diversi Paesi europei stanno attraversando e saranno chiamati ad affrontare nel prossimo futuro vengono inquadrate in ambito politico e mediatico prevalentemente a scala nazionale, con l’Unione europea chiamata a dare supporto con risorse e mezzi, ma non individuata come il luogo in cui stabilire strategie collettive e condivise basate sulla collaborazione e il confronto.

Secondo un recente studio condotto dal Centro studi sulla vita politica francese di Parigi e dall’Istituto di studi politici dell’Università di Losanna il consenso dei partiti populisti potrebbe aumentare in Europa nei prossimi mesi e anni, proprio a causa delle paure legate alla crisi economica e sociale prodotta dalla pandemia. Si tratta di una proiezione che non tiene conto delle evoluzioni e trasformazioni che i partiti stessi potrebbero vivere in conseguenza delle molteplici difficoltà degli ultimi mesi.

Tuttavia è anche una prospettiva che conferma l’esigenza di mantenere alta l’attenzione sui populismi, nell’ottica di tenere a bada pericolosi individualismi e nazionalismi e di rilanciare un processo il più possibile condiviso di integrazione europea.

Raffaella Coletti è ricercatrice del CNR – Istituto di Studi sui Sistemi Regionali Federali e sulle Autonomie (ISSiRFA)

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