Il tiro alla fune invisibile tra Parigi e Berlino sulla Brexit

Il presidente francese Emmanuel Macron, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il premier britannico Boris Johnson nel corso di un meeting dei capi di Stato e di governo della NATO. (EPA-EFE/FACUNDO ARRIZABALAGA)

Mancano ormai quattro mesi al termine del periodo di transizione concordato nel quadro dell’accordo di recesso con l’Unione Europea: dal primo gennaio 2021 il Regno Unito cesserà in tutto e per tutto di essere parte dell’Unione Europea. Quattro mesi e ancora nulla è stato deciso in termini di rapporti tra Bruxelles e Londra.

Al contrario, la settimana che avrebbe dovuto rivelarsi particolarmente costruttiva per i negoziati si è conclusa con l’affondo di Johnson: “Prepariamoci al no deal”.

Il vertice del Consiglio europeo del 15-16 ottobre e il proliferare di incontri bilaterali nei giorni a seguire hanno rivelato che siamo chiaramente ad una impasse – l’ennesima, nell’interminabile melodramma Brexit -. Da una parte della Manica il premier britannico minaccia di uscire senza accordo “a meno che non ci sia un cambio radicale di approccio ai negoziati da parte dell’Unione Europea”; dall’altra, il Consiglio Europeo continua a chiedere ai britannici di rivedere le loro richieste perché sì, l’UE vuole un accordo, ma “non a qualsiasi costo”. Nessuna delle due controparti è disposta a fare ulteriori concessioni e, con i tempi che stringono, l’incubo dell’“Hard Brexit” comincia a materializzarsi.

Brexit: negoziati a oltranza ma l'accordo è ancora molto lontano

Il Consiglio europeo ha deciso di portare avanti le trattative ma l’intesa dovrà essere equa e non “a tutti i costi”. Dal canto suo Londra si è detta delusa della decisione a cui sono arrivati i leader Ue.

Il Consiglio europeo …

Spesso si tende ad attribuire lo stallo dei negoziati all’inconciliabilità degli interessi UK-UE e ai capricci del Regno Unito, ma, a riguardo, gli attriti interni all’Unione non sono da sottovalutare. Nonostante finora la Brexit sia stata un buon esercizio di team building a Bruxelles, e i Ventisette si siano ampiamente allineati alla posizione del capo negoziatore Michel Barnier, ora che la discussione sta gravitando verso uno degli interessi fondamentali dell’UE – gli aiuti di Stato, ovvero il regime di sovvenzioni post-Brexit del Regno Unito – la coesione di facciata esibita tatticamente per indebolire Londra comincia a dare segni di cedimento. La questione principale per l’UE ora riguarda quanto ci si possa spingere oltre con le concessioni e fino a che punto un no-deal sia preferibile ad un accordo. La risposta a queste domande dipenderà da chi vincerà il braccio di ferro ideologico tra Parigi e Berlino, le quali hanno due approcci completamente opposti all’addio di Londra. Emmanuel Macron non vede l’ora di accrescere il peso della Francia nell’UE, Angela Merkel teme per economia e disegno europeo.

L’asimmetria franco-tedesca sulla questione si era già manifestata all’indomani del referendum del 23 giugno 2016. Mentre l’allora presidente francese François Hollande esortava il Regno Unito ad intraprendere in maniera celere le procedure per lasciare l’UE, la leader tedesca accoglieva caldamente la proposta di Theresa May di prorogare l’invocazione dell’articolo 50 del trattato di Lisbona, invitando i diversi partiti britannici a “prendersi tutto il tempo necessario” prima di formalizzare la propria decisione. Le discrepanze tra Parigi e Berlino nell’approccio ai negoziati non sono date semplicemente da preferenze personali o convenienze politiche, ma scaturiscono da una preesistente faglia ideologica nelle mentalità strategiche di Francia e Germania, da cui conseguono due visioni diverse del progetto europeo e del futuro dell’Unione post-Brexit.

Dal punto di vista strategico, Parigi vede l’uscita del regno Unito come un’occasione per rinvigorire il progetto europeo attraverso una maggiore integrazione continentale – idea che, invece, ha fatto sempre storcere il naso ai britannici- e di ribilanciare l’architettura europea a proprio favore. Non a caso l’enfasi di Macron su questioni come la politica di difesa e di sicurezza comune, su cui la Francia gode di un’influenza maggiore vis-à-vis la Germania. Il credo di Macron in un’“Europa strategica” ha moventi economici oltre che diplomatici. Un’Unione Europea capace di affermarsi come una potenza industriale ed innovativa è incompatibile con una Gran Bretagna ancora così legata all’altra sponda dell’Atlantico. Questa visione dell’Eliseo ricorda molto la retorica di Whitehall sulla Global Britain: così come per la Gran Bretagna post-Brexit l’abbandono dell’UE è un imperativo storico. Un’autonomia strategica europea non contempla un engagement con Londra, dal momento che tale autonomia incarna esattamente l’integrazione che ha portato il Regno Unito a prendere le distanze dal continente.

Londra distratta dai sogni dell’impero perduto: la Global Britain e la sicurezza europea post-Brexit

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Per Berlino, invece, il farewell britannico è un brutto affare. Lo è innanzitutto perché va a minare la convinzione che un’Unione sempre più integrata sia un fenomeno naturale, storicamente necessario ed inevitabile. Da un punto di vista più personale, non c’è da dimenticare che Merkel ha già vissuto dall’interno il crollo di un sistema politico di cui faceva parte all’inizio della propria carriera e il suo attuale approccio al divorzio con il Regno Unito è inevitabilmente condizionato da questa esperienza. La Cancelliera vuole lasciare la sua eredità e tale eredità sarà proprio quella di non aver permesso una spaccatura in Europa. Da un punto di vista storico, il riavvicinamento al Regno Unito è stato un aspetto importante della costruzione dell’identità politica della Repubblica Federale. Agli occhi dei tedeschi, Londra ha sempre rappresentato l’estremo liberista per fare da contrappeso al centralismo francese. Di conseguenza, la Germania teme l’assenza di un terzo polo che aiuti a equilibrare l’ago della bilancia europeo, dal momento che la lega anseatica non è ancora in grado di colmare il vuoto di potere causato dalla dipartita inglese.

Se ci saranno o meno progressi significativi verso un accordo dipenderà in gran parte da chi vincerà il tiro alla fune invisibile tra Parigi e Berlino. Ma chi riuscirà ad accaparrarsi l’appoggio di Bruxelles? Da una parte la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen vuole un accordo, non da ultimo per garantire che le sue priorità politiche e la sua eredità, in particolare su questioni come la transizione verde e l’economia digitale, non vengano eclissate da una crisi senza soluzione di continuità. Tale priorità potrebbe portare la Presidente ad abbracciare la posizione più accomodante portata avanti dalla Germania. È pur vero, però, che von der Leyen deve la sua fedeltà anche a Macron: è stato infatti l’incisivo supporto francese a sbloccare l’impasse circa la nomina della presidenza della Commissione l’estate dello scorso anno.

In sostanza: dopo avere retto bene alla fase uno dello psicodramma Brexit, ovvero alla decisione dello scisma in sé per sé, l’unità europea rischia di indebolirsi nella fase due, vale a dire riguardo i termini e condizioni del divorzio fra i Ventisette e Londra. Ad oggi, quindi, la posta in gioco per l’Europa nel raggiungere un accordo non riguarda più solamente i futuri legami con il Regno Unito, ma anche, di fatto, l’evitare un deterioramento dei legami tra gli altri Stati membri stessi. Una resa dei conti tra l’Eliseo e la Cancelleria sarà determinante per risolvere entrambe le questioni.

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