Il sentiero europeo dei Balcani alla prese con la crisi

Migliaia sono scesi in piazza a Belgrado per protestare contro le nuove misure di lockdown adottate dal governo dopo un'iniziale riapertura nelle scorse settimane. (EPA-EFE/ANDREJ CUKIC)

Nei prossimi mesi, le economie dei Balcani saranno al tempo stesso le migliori e le peggiori d’Europa. Stando alle previsioni delle organizzazioni internazionali che cercano di inquadrare l’impatto della pandemia sul Prodotto interno lordo (PIL) dei vari paesi, il sud est europeo risponderà in modo differenziato alla crisi in arrivo. Gli stati che più dipendono dal turismo, come ad esempio la Croazia, si aspettano un’importante contrazione del PIL, mentre altre realtà, come la Serbia, sembrano invece destinate a rispondere in modo più elastico, potendo contare su un’economia nazionale più variegata.

Questa, perlomeno, è l’analisi che è emersa nei Balcani non appena sono stati pubblicati i primi pronostici del Fondo monetario internazionale, che piazzano la Croazia tra le peggiori economie europee del 2020 (con un sonoro –9% del PIL) e situano invece la Serbia tra quelle più performanti (con un limitato –3%). Ma quanto valgono queste previsioni e qual è la situazione nella regione? Che ruolo avrà, infine, l’Unione europea e il suo già annunciato Recovery Fund?

Nei Balcani, l’emergenza sanitaria è rimasta tutto sommato sotto controllo, con un numero limitato di contagi e di decessi (meno di mille morti fra tutti i paesi dell’ex Jugoslavia e l’Albania). Certo, la gestione della fase acuta della pandemia non è avvenuta senza controversie (in Montenegro, ad esempio, il governo ha pubblicato online i nomi dei cittadini in auto-isolamento e dovrà vedersela ora con il giudizio della Corte costituzionale), ma il bilancio è, dal punto di vista sanitario, positivo. La seconda fase, quella dell’allentamento delle misure restrittive, è iniziata settimane fa e Montenegro e Slovenia sono stati tra i primi paesi europei a dichiararsi “Covid–19 free”. Tutti i governi hanno inoltre già approvato delle misure di sostegno all’economia: Belgrado ha annunciato incentivi e prestiti per circa 5 miliardi di euro, Zagabria ne ha promessi 4, mentre Lubiana ha messo in campo 2 miliardi di euro e, en passant, una vera e propria guerra alla libertà di stampa.

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Le ricette per la crisi sono diverse, così come sono diversi i contesti economici. In Croazia, l’esecutivo Plenković – forte di un nuovo successo elettorale, il 5 luglio scorso – punta a incentivare il turismo interno (ad esempio tramite l’annunciata “Crocard”) e sta facendo lavorare la diplomazia per salvare la stagione turistica, dato che questo settore vale almeno un quinto del PIL. La Serbia – dove la decisione di sospendere il lockdown per consentire lo svolgimento delle elezioni legislative del 21 giugno, salvo poi imporre una nuova chiusura si è tradotta in imponenti proteste di piazza nella capitale – negli ultimi anni ha insistito sugli investimenti diretti esteri: una circostanza che potrebbe farla soffrire adesso per decisioni economiche prese altrove, così come a causa riduzione delle rimesse (un problema che riguarda tutta la regione). Per il momento, Belgrado promette liquidità, anche attraverso il pagamento una tantum di 100 euro ad ogni cittadino maggiorenne. Altri stati hanno preso misure simili per incentivare la domanda interna. È ovviamente troppo presto per dire se queste misure avranno successo, per ora, si può solo riportare che, a livello regionale, ci si aspetta una recessione tra il 3% e il 6% (per citare i dati della Banca Mondiale) e molto dipenderà dalla durata della pandemia in Europa.

Un aspetto su cui però si dovrà fare attenzione, anche volendo mantenere il focus economico sulla regione, è l’inquadramento sociale e politico delle riforme e lo stato della democrazia nell’area. La pandemia ha infatti mostrato quanto agilmente i diritti possano essere compressi, con diversi stati balcanici che hanno introdotto uno stato di emergenza e un coprifuoco, con i frequenti attacchi alla stampa e le occasioni di corruzione (è esemplare il caso bosniaco, con il primo ministro arrestato e poi rilasciato per uno scandalo di respiratori acquistati dalla protezione civile presso una ditta che solitamente si occupa di frutta e verdura).

Di fronte alla crisi economica annunciata, la Commissione europea ha presentato a fine maggio la propria “risposta ambiziosa”, per usare le parole della presidente Ursula von der Leyen. Si tratta dell’ormai celebre “Recovery Fund” (ribattezzato Next Generation EU dall’esecutivo europeo), un intervento eccezionale da 750 miliardi di euro che dovrà essere approvato entro luglio dal Consiglio europeo. Come funziona? L’UE sfrutterà il suo buon rating sui mercati finanziari per prendere a prestito quest’ingente somma di denaro, che sarà successivamente distribuita tramite sussidi (500 miliardi) o prestiti a tassi vantaggiosi (250 miliardi). Si tratta dunque di un finanziamento supplementare, che si affianca agli strumenti già esistenti (in primis il bilancio 2021–2017, forte di 1.100 miliardi di euro) e sarà gestito tramite i programmi già esistenti, seguendo tre priorità fondamentali: il Green Deal europeo, il rafforzamento e la digitalizzazione del mercato unico e la coesione sociale.

E i Balcani? I contesti sono ovviamente diversi a seconda che si considerino gli stati membri dell’Ue o quelli coinvolti nel processo di allargamento (i primi hanno molte più linee di credito dei secondi). Il Next Generation EU prevede al suo interno un pacchetto da 16,5 miliardi di euro per l’azione esterna dell’Unione e comprensivo di aiuti umanitari. A questo intervento si aggiungono poi i programmi europei che già permettono la partecipazione diretta dei paesi dei Balcani occidentali non membri dell’UE (come Erasmus+, Horizon Europe, Europa Creativa e COSME) e i fondi di pre-adesione. Non si tratta del primo momento di inclusione del sud est europeo nella strategia economica post-pandemia della Commissione. Già a inizio maggio, in occasione del Vertice di Zagabria, l’esecutivo europeo aveva annunciato l’invio di 3,3 miliardi di euro a sei paesi dei Balcani occidentali per far fronte alla crisi sanitaria e rilanciare l’economia (di questi 38 milioni sono stati assegnati subito per le spese mediche e sanitarie).

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Allora l’annuncio e il Vertice servivano a rispondere alla deriva che si era registrata nei mesi di marzo e aprile, quando da più parti nei Balcani si era criticata la “mancanza” di solidarietà europea (il presidente serbo aveva preferito ringraziare il suo “fratello cinese”). Ora, si tratta invece di gestire una crisi potenzialmente esplosiva, con il rischio che una prolungata recessione nell’Unione (primo partner commerciale e investitore nei Balcani occidentali) trascini con sé anche il sud est europeo, per ora “risparmiato” dalla pandemia. E oltre che economicamente, i Balcani rischiano di patire anche dal punto di vista istituzionale e democratico della contemporanea presenza della crisi sanitaria, economica e della campagna elettorale. L’avvertimento che ha fatto la Commissione, nel presentare il suo Next Generation EU, è che “la guarigione deve essere assolutamente basata sui diritti fondamentali e il pieno rispetto dello stato di diritto”. Ma il bilancio sociale, come quello economico, potrà essere fatto solo tra molti mesi.

Giovanni Vale è corrispondente di Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa (OBCT).

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