Euro e politica monetaria: si stava meglio quando si stava peggio?

Secondo un diffuso luogo comune l’adesione dell’Italia all’unione monetaria, che ha effettivamente condizionato molte delle scelte nazionali di politica economica dalla metà degli anni ‘90, è stata la causa di molti degli attuali mali del nostro paese: il basso tasso di crescita dell’economia, l’elevata disoccupazione (specie giovanile), l’indebolimento nel potere di acquisto delle famiglie, la caduta degli investimenti pubblici. Le molte analisi degli economisti, che dimostrano come i mali italiani affondino le loro radici almeno nella prima metà degli anni ‘80 e si siano manifestate fin dall’inizio degli anni ‘90 a causa del mancato adattamento del nostro sistema produttivo alle nuove ‘regole del gioco’ economico internazionale (innovazioni informatiche, ulteriore integrazione dei mercati mondiali, concorrenza di grandissimi paesi emergenti), non sono state in grado di scalfire tale ‘luogo comune’. Penso quindi che, oltre a ribadire il legame fra le scelte politiche italiane degli anni ‘80 e le difficoltà economiche degli anni 2000, valga la pena di affrontare questo problema dal punto di vista più favorevole alla tesi di chi nutre sentimenti critici rispetto ai lacci imposti dall’Europa ai singoli paesi: la politica monetaria.

La politica monetaria comune ci lega le mani?

È un dato di fatto comprensibile a tutti che, aderendo all’euro e riconoscendo così il potere della Banca centrale europea a svolgere quelle funzioni monetarie prima prerogativa delle banche centrali nazionali (la stampa della moneta legale, il finanziamento del settore bancario, l’espansione o la restrizione della liquidità immessa nel sistema economico mediante vari canali), i singoli paesi europei coinvolti abbiano anche rinunciato al potere di decidere la propria politica monetaria nazionale e abbiano – per di più – dovuto coordinare le loro politiche di bilancio pubblico e di sostegno all’economia con la politica monetaria europea. Tale dato di fatto sembra quindi provare che, aderendo all’euro nel 1998, l’Italia abbia accettato di ‘legarsi le mani’ e si sia condannata a una vita di stenti perché ormai in balia di paesi troppo forti e troppo ‘egoisti’ (emblematicamente, la Germania).

Pur apparendo plausibile, questa narrazione è smentita dai fatti, ossia da un insieme di riscontri empirici che hanno riguardato e continuano a riguardare la vita quotidiana degli italiani. È innanzitutto facile verificare che, dopo la fine degli accordi monetari internazionali (1971) istituiti al termine della seconda guerra mondiale e prima dell’avvio del processo di creazione dell’euro (ossia, prima degli accordi di Maastricht del 1992), paesi europei anche importanti come la Francia o l’Italia godevano di una limitata autonomia nelle loro scelte di politica monetaria rispetto alle decisioni della banca centrale tedesca (Deutsche Bundesbank). Per di più, le decisioni tedesche venivano prese senza condizionamenti da parte delle banche centrali francese e italiana.

Per esempio, ogni volta che la politica monetaria italiana non si allineava a quella tedesca ma rimaneva più espansiva, si determinava una forte instabilità nei tassi di cambio della lira italiana e un’impennata nei nostri tassi di inflazione. Tali fenomeni offrivano una boccata di ossigeno, di breve termine, alle esportazioni e/o ai profitti delle imprese italiane. Essi comportavano, però, alti costi sociali nel medio periodo: impoverimento per i percettori di redditi fissi, perdite per i detentori di crediti verso lo stato (inclusi i possessori di titoli pubblici, i cosiddetti ‘BOT people’), forte incertezza e instabilità, conseguenti gravi squilibri macroeconomici. Fra questi squilibri, due dei più rilevanti sono stati l’incontrollato aumento nei disavanzi del bilancio pubblico e nei tassi nominali di interesse.

Euro: più stabilità e meno costi sociali

L’andamento dei tassi di interesse è, da tempo, un dato rilevante per la vita quotidiana degli italiani. Prima della creazione dell’euro, la nostra politica monetaria era periodicamente costretta a riallinearsi a quella della Bundesbank – e ad assumere, quindi, un segno più restrittivo –, al fine di evitare che l’instabilità economica del nostro paese diventasse ingestibile. Uno dei principali effetti di tali restrizioni monetarie era una riduzione nel tasso di inflazione. L’elevato debito pubblico ostacolava, tuttavia, una parallela riduzione dei tassi nominali di interesse. L’Italia si trovava, così, stretta in un’alternativa: accettare eccessivi tassi di inflazione o fronteggiare troppo alti tassi reali di interesse. Gli anni ‘80 hanno fatto emergere l’impatto negativo degli alti tassi reali di interesse. La parte più ricca degli italiani ha potuto lucrare rendimenti molto elevati anche con investimenti finanziari a basso rischio; il che ha determinato una crescita senza controllo del debito pubblico, ha approfondito le diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza, ha minato l’etica del lavoro perché ha aumentato l’incidenza delle rendite finanziarie e ha distorto la crescita economica con effetti negativi anche per le diseguaglianze nella distribuzione dei redditi. Non a caso, in Italia, il picco nel tasso di aumento delle diseguaglianze distributive si è registrato all’inizio degli anni ‘90.

Due coppie di dati sostanziano quanto fin qui detto. I più alti tassi di inflazione, sopportati dagli italiani – rispettivamente – nel periodo 1980-’98 e dopo l’entrata in vigore dell’euro, sono stati pari al 23,6% e al 3%; i più elevati tassi annuali di interesse sui mutui a tasso fisso e variabile, pagati in media dalle famiglie italiane – rispettivamente – nel quadriennio precedente l’istituzione dell’euro e durante la vita dell’euro con tassi di inflazione – grosso modo – allineati, sono stati pari a più dello 11% e a meno del 5,8%.

Di fronte a numeri del genere, che spiegano – fra l’altro – perché l’acuirsi delle diseguaglianze sociali in Italia si sia verificato prima dell’avvio dell’euro e non durante la peggiore crisi finanziaria degli ultimi cento anni e più (2008-’13), diventa pleonastico riproporre le precedenti domande.

È evidente che l’adesione all’euro non ha privato l’Italia di una politica monetaria efficace e autonoma, ma ha piuttosto permesso di condizionare le scelte monetarie di paesi come la Germania (che, prima dell’euro, erano davvero autonome). Ed è ancora più evidente che l’adesione all’euro ha ridotto i fattori di instabilità economica (tassi di inflazione, tassi di interesse, ecc.) ad alto costo sociale. Per contro, è sbagliato attribuire all’euro gli attuali mali economici dell’Italia non foss’altro perché questi mali sono esplosi negli anni ’80.

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