Dalla crisi sanitaria alla crisi dell’economia reale europea

(EPA-EFE/STEPHANIE LECOCQ)

La crisi economica causata dalla pandemia COVID-19 che ha colpito l’intera area europea non ha precedenti. Diversamente dal cosiddetto “credit crunch” del 2008-2009 non ha origine nei mercati finanziari, non è neppure legata alle crisi cicliche dovute al calo dei consumi o agli shock petroliferi. Questa crisi nasce nell’economia reale, incidendo gravemente sia sulla domanda sia sull’offerta, e i suoi effetti potrebbero prolungarsi e aggravarsi anche nel medio termine. Per far fronte alla necessità di garantire sostegno al reddito delle famiglie e alla liquidità delle imprese, in questo periodo d’eccezionalità i governi europei hanno messo in campo sussidi, garanzie creditizie e agevolazione fiscali per cercare di intervenire rapidamente ed evitare il collasso del sistema produttivo e occupazionale del Paese.

Nonostante questa crisi sia simmetrica, l’impatto economico che gli Stati membri europei hanno subito (e subiranno) è differente. Non solo, anche la risposta allo shock messa in piedi da ogni governo rischia di essere diversa perché dipenderà molto dalle condizioni macroeconomiche in cui versa ogni Paese. Congiuntamente alla caduta del PIL nazionale, ogni Paese membro sta promuovendo misure straordinarie di spesa pubblica, permesse dalla sospensione temporanea dello Stability and Growth Pact, che necessariamente porteranno ad un incremento sostanziale del livello di debito pubblico con la conseguente necessità di riassorbirlo nel medio-lungo termine. I Paesi con un debito più basso potranno introdurre delle politiche espansive con più forza rispetto agli Stati con un alto debito preesistente. Secondo le stime di Confindustria, per esempio, l’Italia vedrà salire il deficit annuale nel 2020 all’11.1% (rispetto all’1.9% nel 2019), incrementando il debito pubblico al 159.1%.

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Ad aprile 2020, secondo i dati forniti dal Fondo monetario internazionale (Fmi) ed elaborati dall’Osservatorio CPI dell’Università Cattolica, in media i Paesi europei hanno preso delle misure che ammontano al 2.6% del PIL nazionale, e solo una piccolissima parte è andata a coprire un incremento della spesa pubblica per la sanità. I Paesi membri cha hanno varato, rispetto al proprio PIL, misure più espansive sono stati Svezia (7.6%), Slovenia (7.2%), Austria (4.5%) e Germania (3.6%), il cui debito pubblico è inferiore alla media europea. Con l’eccezione della Grecia (3.6%), gli altri Stati membri con debito nazionale pre-coronavirus superiore al 90% in rapporto al PIL, come Italia, Spagna, Portogallo e Francia, si sono fermati a misure tra l’1 e il 2% del PIL.

In uno studio aggiornato a maggio 2020, il think tank Bruegel ha stimato che gli “immediate fiscal impulse”, considerati come la somma della spesa pubblica aggiuntiva e della riduzione di determinate entrate fiscali (come la cancellazione di alcune tasse), sono stati molti diversi in Europa. La Germania ha messo a disposizione 346 miliardi di euro (10.1% del PIL), la Francia 56.7 miliardi (2.4%), l’Italia 16 miliardi (0.9%), la Spagna 13.9 miliardi (1.1%) e il Portogallo 5.2 miliardi (2.5%).

La maggiore cautela delle economie più indebitate è legata alla preoccupazione che si possa generare una nuova crisi del debito sovrano, le cui conseguenze potrebbero essere ancora più catastrofiche.

Oltre a queste misure, i governi europei hanno messo a disposizione garanzie pubbliche sui prestiti concessi al settore privato. In questo caso, Germania (27.2% del PIL) e Italia (29.8%) figurano come i due Paesi che hanno adottato misure più accentuate. Nettamente minori le misure adottate in Francia (14%), Spagna (9.1%) e Portogallo (5.5%). Anche per quanto riguarda la sospensione e il rinvio di alcuni pagamenti (come tasse o contributi), la Germania (14.6% del PIL) e l’Italia (13.2%) hanno introdotte le misure più aggressive. Seguono il Portogallo (11.1%), e la Francia (9.4%).

Analizzando più nel dettaglio invece la dimensione del trasferimento di risorse pubbliche da parte dello stato alle imprese, che in tempi normali sono considerati “aiuto di stato”, emerge un ulteriore fotografia. Al 12 maggio, secondo i calcoli dell’Osservatorio CPI, la Germania aveva approvato misure per 994,5 miliardi di euro (28,9% del PIL nazionale) che rappresentano il 51% sul totale accordato. La Germania si è dimostrata la nazione più rapida a rispondere alle necessità delle imprese private. L’Italia, nonostante abbia notificato solo il 15,5% del totale accordato, è stata la seconda nazione per aiuti rispetto al valore del proprio PIL (16,9%, cioè 302,2 miliardi di euro). Segue la Francia che ha messo a disposizione 331,5 miliardi di euro (13,7% del PIL) e ha utilizzato il 17% del totale.

La situazione è comunque in continua evoluzione. Gli interventi governativi continuano ad aumentare per far fronte alla sfida epocale che stiamo attraversando.

Oltre alle risposte nazionali, non si deve neppure dimenticare l’importanza della politica monetaria della Banca Centrale Europea, che con il Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP) acquisterà, fino alle fine del 2020, 750 miliardi di euro in titoli di stato e titoli privati europei, 200 miliardi dei quali (circa il 12% del Pil italiano) dovrebbero essere indirizzati verso il nostro Paese. Questa operazione è economicamente rilevante perché permette agli stati membri di utilizzare queste risorse per finanziare il proprio deficit e di mantenere stabili i tassi d’interesse del debito in un momento di gravissima incertezza. Secondo uno studio di Algebris Policy & Research Forum, il PEPP dovrebbe coprire quasi il 50-60% delle esigenze pubbliche di finanziamento italiano.

L’Unione Europa ha avviato diverse iniziative che aiuteranno i paesi membri. Tra queste SURE, il meccanismo europeo a sostegno della disoccupazione, che dovrebbe portare all’Italia circa 20 miliardi di euro, l’utilizzo di 37 miliardi del bilancio comune attraverso la “Coronavirus Response Investment Initiative”, la possibilità di utilizzare il Solidarity Fund e la linea di credito senza condizionalità per gli investimenti sanitari messi a disposizione dal Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).

Molto probabilmente questi strumenti non saranno sufficienti e l’Ue ha bisogno di maggiore ambizione per essere all’altezza della sfida. Gli Stati membri stanno ancora discutendo sulla necessità e sulla modalità di nuovi strumenti. Tra questi, la proposta, avanzata da nove paesi dell’area euro (tra cui Italia, Francia e Spagna, cioè le tre economie europee più grandi dopo la Germania), per la creazione degli Eurobond, uno strumento di condivisione del debito. Pochi giorni fa, Francia e Germana hanno lanciato l’idea di introdurre un Recovery Fund da 500 miliardi da allocare come contributo ai paesi più colpiti dalla crisi COVID-19. Altri paesi membri (Austria, Paesi Bassi, Svezia e Danimarca) hanno reagito, presentando un piano alternativo che invece prevede l’erogazione di prestiti attraverso un Recovery Fund. L’esito delle battaglie che si consumeranno ai tavoli dei governi europei per definire  se il Recovery Fund debba essere basato su contributi a fondo perduto o prestiti da ripagare sarà di vitale importanza per l’Italia, che nel cercare di uscire da questa crisi dell’economia reale senza precedenti, dovrà avere uno sguardo molto attento alle sue finanze pubbliche. Un eccessivo incremento del debito pubblico, già tra i più alti in Unione europea, potrebbe mettere a rischio la credibilità del Paese e la sua stabilità economica.

Nicola Bilotta è ricercatore dell’Istituto Affari Internazionali (IAI). 

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