Come rendere le filiere alimentari europee più giuste e sostenibili

Un agricoltore in un campo di mirtilli. (EPA-EFE/NEIL HALL)

Un nuovo studio condotto da Oxfam Italia e dall’Open Society European Policy Institute analizza nove casi studio di etichettature e certificazioni lanciate nel mondo per identificarne gli elementi più innovativi che insieme ad un corpus normativo comunitario più coerente e ambizioso, possono contribuire a rendere le filiere alimentari europee più giuste ed eque per tutti.

La globalizzazione delle filiere alimentari ha progressivamente creato una barriera tra produttori e consumatori. Per noi consumatori è sempre più difficile compiere delle scelte alimentari consapevoli e conoscere le eventuali violazioni di diritti umani che si consumano ai vari livelli della catena di fornitura.

Con il tempo, filiere sempre più lunghe e opache hanno accentuato le forti asimmetrie di potere con cui pochi grandi attori della distribuzione e dell’industria alimentare impongono i prezzi ed erodono la quota di profitto destinata ai piccoli produttori e ai lavoratori agricoli. Tante sono le filiere alimentari dove queste violazioni sono emerse con maggiore forza, in Italia, in Europa e ovunque nel mondo, come ad esempio nei prodotti ittici, il the, il cacao, il pomodoro e le fragole.

Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), circa 16 milioni di persone nel mondo sono vittime di sfruttamento sul posto di lavoro e più di una su dieci (11%) è impegnata nel settore primario (agricoltura, pesca, foreste). Si tratta di trend che purtroppo colpiscono in modo trasversale i lavoratori in tutti i continenti. Negli Stati Uniti e nell’Unione Europea ci sono – anche se si tratta di una sottostima – più di mezzo milione di lavoratori a rischio sfruttamento, mentre le forme di nuove schiavitù generano fino a 150 miliardi di dollari all’anno, con un profitto annuale per vittima di circa 35.000 dollari.

Un recente studio dell’Agenzia europea per i diritti fondamentali ha analizzato una serie di fragilità dell’agricoltura europea, proponendo alcune raccomandazioni come la necessità di modificare la legislazione europea in campo di migrazione, la necessità di migliorare le condizioni di vita (ad esempio attraverso politiche di housing adeguate) dei lavoratori e la necessità di ridurre la loro dipendenza dagli intermediari (comprese le agenzie di collocamento).

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Se da un lato, il lavoro forzato e le violazioni dei diritti umani continuano ad inquinare il settore agricolo europeo, negli ultimi anni è emersa una domanda sempre più forte da parte dei consumatori per prodotti “etici”, anche a fronte di maggiori costi. Nonostante a livello europeo si siano fatti importanti passi avanti per contrastare alcune delle cause dello sfruttamento in agricoltura, anche agendo sulla qualità e quantità delle informazioni contenute in etichetta , numerose indagini mostrano che un numero ancora troppo esiguo di europei ritiene di possedere gli strumenti adeguati per compiere delle scelte alimentari consapevoli.

Molte etichette e certificazioni hanno provato a raccontare le condizioni dei lavoratori nelle filiere alimentari, mentre alcune aziende hanno provato a sviluppare dei codici di condotta per aumentare la loro visibilità sul mercato rispetto ai principali competitors. La tutela dei diritti umani nelle filiere non può essere relegata solo ai consumatori ma deve infatti essere garantita e tutelata per legge.

Non è un caso che a fronte di un aumento della quantità e della qualità dell’informazione fornita dalle etichette, i consumatori hanno ancora pochi strumenti per capire se il cibo che consumano è davvero etico o meno. Le etichette infatti non possono essere considerate come la panacea di tutti i mali per diversi motivi. In primo luogo esse hanno dei limiti fisici e di spazio importanti e non è detto che etichette più dense di informazioni aiutino i consumatori a compiere scelte più consapevoli.

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In secondo luogo, sebbene le etichette e le certificazioni (pensiamo al biologico, alle indicazioni geografiche o al commercio equo-solidale) abbiano indubbiamente portato vantaggi ad alcune categorie di produttori, esse non garantiscono l’immunità da questo tipo di violazioni. Esempi lampanti sono i casi di violazioni dei diritti umani (ad es sfruttamento minorile, deforestazione, etc.) anche all’interno di filiere controllate. In terzo luogo, le etichette e le certificazioni dipendono molto dalla credibilità dei valutatori e la crescente competizione mondiale sugli standard rischia di creare un livellamento verso il basso di queste certificazioni. Infine, gli attuali meccanismi di due diligence lanciati da alcuni grandi attori della filiera alimentare spesso si traducono in mere attività di Corporate Social Responsibility e non consentono di monitorare completamente i livelli più bassi delle filiere alimentari. Molte di queste certificazioni si basano su meccanismi volontari individuati dalle stesse aziende che non consentono un controllo terzo e imparziale sulle filiere e propongono dei meccanismi di sanzione troppo morbidi.

I casi di studio raccolti nel rapporto testimoniano quindi come per garantire un rispetto completo dei diritti umani occorrono delle regole adeguate a livello locale, nazionale e sovranazionale. Inoltre le storie raccolte hanno consentito di individuare una serie di criteri minimi che renderebbero le etichette e le certificazioni più efficaci tra cui: la necessità di coinvolgere tutti gli attori della filiera, assicurando una remunerazione adeguata alle categorie più deboli; la presenza di meccanismi di certificazione terzi e indipendenti che analizzino tutti i livelli della filiera; l’importanza di creare codici di condotta rigidi e accordi vincolati tra i produttori e gli intermediari, così come meccanismi sanzionatori stringenti ed efficaci; investire in programmi di training dei lavoratori, di modo da renderli i primi veri valutatori sul campo; l’uso delle nuove tecnologie e dei nuovi strumenti digitali (codici QR, blockchain, ecc.) per rendere le filiere alimentari più trasparenti. Tutti questi elementi sono in grado non solo di produrre delle filiere e delle certificazioni più giuste, ma non producono nemmeno un eccessivo aumento dei costi. Non è un caso che molte catene della grande distribuzione abbiano già iniziato a vendere prodotti “etici” sui loro scaffali a dei prezzi assolutamente competitivi non solo rispetto agli altri prodotti, ma anche a quelli monomarca.

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Tuttavia, intervenire esclusivamente a livello di etichettatura non è sufficiente. Serve invece un mix intelligente di misure legislative e non a livello europeo, che passi attraverso quattro step principali. Il primo consiste nel continuare a promuovere a livello europeo etichette sempre più etiche e sostenibili. In secondo luogo, l’Ue dovrebbe monitorare una stringente trasposizione (ed espansione) della recente direttiva sulle pratiche sleali nel commercio (Unfair Trading Practices). In terzo luogo, l’Ue dovrebbe lanciare una legislazione per rendere obbligatorio per tutte le aziende che operano in Europa attuare dei meccanismi di due diligence e di reporting efficace sulla tutela dei diritti umani e ambientali nelle loro filiere. Infine, l’Ue dovrebbe rivedere la sua Politica Agricola Comune e introdurre meccanismi di condizionalità sociale per premiare quegli attori della filiera che sostengono filiere sane ed etiche, in linea anche con gli obiettivi fissati nella strategia Farm to Fork.

Questo mix di misure è fondamentale per ridurre le violazioni, sostenere i piccoli produttori, assicurare che le aziende si procurino le loro risorse in modo sostenibile e creare le condizioni affinché i consumatori possano davvero compiere delle scelte responsabili, ad un prezzo accessibile per tutti. Assicurare delle filiere etiche non è solo importante per tutelare gli attori più deboli della catena alimentare, ma anche per correggere le storture e gli squilibri di filiere alimentari troppo opache e globalizzate e per restituire al cibo e alle persone che lo producono il valore che merita.

Daniele Fattibene è ricercatore dell’Istituto Affari Internazionali (IAI). Giorgia Ceccarelli è policy advisor su Food Justice di Oxfam Italia. 

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