In un’epoca in cui molti rivendicano la necessità di “riprendere il controllo” a livello nazionale, viene spesso messo in discussione il valore aggiunto dell’Europa. Niente di più sbagliato, al punto che i vantaggi dell’azione UE sono evidenti ancor più in quelle politiche, come quella energetica e ambientale, che sono tradizionalmente e saldamente in mano nazionale. Questi settori e le sfide che portano con sé – cambiamento climatico in primis – richiedono infatti pianificazione a corto, medio e lungo termine, costi non indifferenti e ampio raggio d’azione. Ed è qui che l’UE fa la differenza.

In che modo?

  1. Nella pianificazione. Se è vero com’è vero che la scienza non è un’opinione, nei prossimi tre decenni dobbiamo raggiungere la neutralità climatica per evitare impatti catastrofici. Contrariamente a molti altri, l’UE ha pianificato e già raggiunto il proprio impegno a ridurre le emissioni di gas serra del 20% entro il 2020. Si è ora impegnata a ridurre le emissioni del 40% entro il 2030 e ha proposto di ridurre le emissioni a zero al 2050. Poiché essere lungimiranti vuol dire impostare fin da adesso le priorità e gli strumenti, l’Unione sta spronando gli stati membri a presentare piani più ambiziosi su rinnovabili, efficienza ed emissioni, con una timeline ben precisa: entro fine 2019 devono essere definitivi i 28 piani nazionali integrati sull’energia e il clima, e per il 2023 sono previsti monitoraggio e aggiornamento di molte regole comuni che l’UE si è data in materia.
  2. Negli strumenti. Per ogni settore dell’economia europea che emette (la produzione di elettricità, l’industria, la silvicoltura, l’uso del suolo, i trasporti, l’aviazione…) l’Unione Europea ha elaborato strumenti e regole che permettono di ridurre in maniera economicamente efficiente le emissioni di gas a effetto serra. Uno su tutti, pietra angolare della politica climatica europea, è il sistema di scambio di quote di emissioni (ETS), il primo e più esteso mercato della CO2 al mondo, che interessa circa il 45% delle emissioni di gas a effetto serra dell’UE, è attivo nei 28 stati dell’UE e in Islanda, Liechtenstein e Norvegia, e limita le emissioni prodotte da più di 11000 impianti energetici e industriali e dalle compagnie aeree che collegano tali paesi.
  3. Nella condivisione dei costi. L’Italia e l’Europa sono particolarmente vulnerabili al cambiamento climatico, essendo in una delle aree – quella mediterranea – tra le più esposte ai suoi impatti rispetto al trend mondiale (+25%). Il che già adesso ci costa caro: nel solo 2018 eventi metereologici estremi legati al cambiamento climatico hanno causato danni economici nell’UE per 283 miliardi di euro. I costi della transizione energetica sono molti, ma i costi della non-azione sono molti di più: affrontare il percorso insieme significa moltiplicare le opportunità e attutire i rischi. Secondo la Commissione uscente, raggiungere insieme uno scenario a emissioni zero al 2050 sarebbe infatti non solo necessario dal punto di vista ambientale ma anche economicamente attraente. Soltanto i benefici sulla salute sono stimati intorno ai 200 miliardi di euro l’anno, senza contare i 2-3 trilioni di euro risparmiati sugli import di energia fossile.
  4. Nella cooperazione.  Il costo del global warming rischia di essere ancora maggiore per i paesi in via di sviluppo ai quali siamo legati per vicinanza geografica, per approvvigionamenti energetici, rapporti commerciali e flussi migratori. Insieme, istituzioni UE, Stati membri e BEI hanno provveduto nel 2017 con 20,4 miliardi di euro a finanziamenti pubblici per il clima ai paesi in via di sviluppo, risultando così i primi contributori a livello globale. La collaborazione poi si estende anche su un altro piano, con l’UE alla guida della cooperazione globale tra attori non statali, sostenendo ad esempio il patto globale dei sindaci e la cooperazione tra città e regioni dall’Europa e paesi terzi, con oltre 21 milioni di euro nell’ambito del programma internazionale di cooperazione urbana dello Strumento di partenariato.
  5. Nel budget e nella finanza verde. Oltre ad aver proposto che per il periodo 2021-2027 il 25% di tutte le spese dell’UE contribuisca agli obiettivi climatici (contro il corrente 20%), la Commissione ha prospettato di aumentare le risorse a disposizione per programmi come LIFE per l’azione climatica e ambientale. Non dimentichiamoci poi che l’UE è pioniera dei green bonds per finanziare progetti che hanno benefici ambientali, emessi per la prima volta nel 2007 dalla Banca Europea per gli Investimenti.
  6. Nella ricerca scientifica. Mentre dall’altra parte dell’Atlantico si tagliano i fondi alla ricerca scientifica – incluso il ritiro dei finanziamenti al NASA Carbon Monitoring System – l’UE li sta incrementando creando nuovi sistemi e strumenti, come il Climate Data Store (CDS), uno sportello unico per i dati sul monitoraggio della salute della Terra.
  7. Nell’innovazione. Affrontare la transizione energetica significa sviluppare nuove tecnologie e portarle sul mercato: ad esempio l’idrogeno o la cattura, il trasporto e lo stoccaggio della CO2. Tra i più grandi programmi di ricerca e innovazione al mondo c’è Horizon 2020, acceleratore d’innumerevoli progetti pilota nei singoli paesi dell’Unione con circa il 35% dei suoi fondi dedicati a progetti legati al cambiamento climatico.
  8. Nel raggio d’azione. L’UE detta standard climatici. Ha più volte mostrato la sua leadership sulla transizione energetica sui tavoli internazionali, ma ha anche influenzato molti altri a imitare le vantaggiose scelte prese in materia climatica energetica su specifici settori. Il nostro sistema di etichettatura per l’efficienza energetica, ad esempio, è adottato in 60 paesi in giro per il mondo, con un risparmio notevole sia in termini economici che ambientali.
  9. Nella complementarietà dei bisogni. La costruzione del mercato unico dell’energia, ancora incompleto e frammentato, mostra già il vantaggio di costruire ponti energetici tra paesi, ponti funzionali per gli obiettivi di decarbonizzazione. Pensiamo alle interconnessioni elettriche tra stati che hanno bisogni e strumenti complementari, le cui reti elettriche possono, se interconnesse ad altre di paesi confinanti, gestire al meglio i livelli crescenti di energie rinnovabili, in particolare quelle variabili come l’eolico e il solare. L’UE si sta per questo impegnando a aumentare le interconnessioni elettriche con chiari target (15% al 2030). Molti hanno un netto interesse economico e possono essere finanziati a normali condizioni di mercato. Per gli interconnettori energetici ci sono poi dedicati strumenti (i c.d. ‘progetti d’interesse comune’) e finanziamenti (come il ‘meccanismo per collegare l’Europa’, con più di 5 miliardi di euro a disposizione per il periodo 2014-2020).
  10. Nella definizione di nuovi paradigmi. Le risorse del pianeta in cui viviamo sono limitate e l’attuale modello di sviluppo, basato sull’economia lineare “usa e getta” non è più economicamente, socialmente e ambientale sostenibile. Il passaggio da un modello produttivo “lineare” ad uno “circolare” è una rivoluzione ambientale e industriale senza precedenti che l’UE sta cercando di promuovere. L’Europa ha infatti preso l’iniziativa di definire target per la riduzione dei rifiuti, il loro smaltimento e il loro riciclo. Alcuni elementi chiave: il riciclo del 65% dei rifiuti municipali entro il 2035 e del 70% dei rifiuti di imballaggio entro il 2030 (carta e cartone: 85 %, metalli ferrei: 80 %, alluminio: 60 %, vetro: 75 %, plastica: 55 %, legno: 30 %). Inoltre, i paesi UE dovrebbero perseguire un target indicativo di riduzione dello spreco alimentare del 30% entro il 2025 e del 50% entro il 2030. Sulla plastica si è andati oltre, con le istituzioni europee che hanno appena approvato il divieto della plastica monouso dal mercato dell’UE a partire dal 2021.

Molti altri effetti indiretti dell’azione UE potrebbero essere citati, a partire dall’aumento dei lavori “green” legati alla transizione energetica. Ma sia chiaro: questi primi traguardi non rappresentano assolutamente punti di arrivo, bensì di partenza. Molti di questi non sono sufficientemente ambiziosi e necessitano un ben più ampio sforzo, in particolare per raggiungere la neutralità climatica al 2050 e per rendere la transizione energetica socialmente giusta.

Fondamentale in questo senso sarà vedere con quale forza e composizione la nuova maggioranza parlamentare uscirà dalla seconda più grande elezione democratica del mondo del 26 maggio. L’ago della bilancia verso più o meno ambizione sulla politica climatica europea nei prossimi 5 anni si decide domenica alle urne.