Arcipelago Macron: la tela del presidente che prepara la rielezione

Il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron al Palazzo dell'Eliseo di Parigi (EPA-EFE/CHRISTOPHE PETIT TESSON)

Un mese dopo l’insediamento del governo francese guidato da Jean Castex, i partner europei si interrogano sull’agenda del nuovo inquilino di Matignon e sulla strategia del presidente della Repubblica Emmanuel Macron verso le presidenziali del 2022. 

Jean Castex, chi era costui? – ci si chiede davanti al nuovo primo ministro francese. Sì, il personaggio scelto da Emmanuel Macron per guidare il governo fino alle elezioni presidenziali del 2022, al posto di Édouard Philippe, è un illustre sconosciuto. 55 anni, non appartiene alle cerchie della cosiddetta “Macronia”, l’élite tecnocratico-economica parigina in cui il presidente pesca amici e collaboratori. Poco riconoscibile, senza “storia”, senza etichette visibili, il suo profilo è quasi sfacciatamente opposto a quello dell’onnipresente presidente della Repubblica francese: fino alla nomina era sindaco di un villaggio di 7.000 abitanti sui Pirenei.

Castex, in realtà, una cosa in comune con Macron ce l’ha: hanno frequentato entrambi l’ENA, la celebre scuola nazionale d’amministrazione da cui numerose figure dell’élite francese sono uscite. Ma da lì in poi, una carriera nell’ombra, anche se addentro ai meccanismi della politica e dell’amministrazione. Entra nell’UMP, il partito tradizionale della destra, di cui fanno parte Jacques Chirac e Nicolas Sarkozy, e di quest’ultimo diventa segretario generale aggiunto alla presidenza, finché nel 2012, col ritorno al potere dei socialisti, la sua carriera si interrompe, anzi cade indietro, al municipio di Prades e al consiglio provinciale di zona. Poi, viene recuperato durante il mandato di Macron: organizzatore della parte paralimpica dei Giochi di Parigi 2024, presidente dell’Agenzia nazionale dello Sport, poi coordinatore organizzativo dell’uscita dal lockdown. Ma dal 3 luglio è a capo del governo francese.

Perché? La presidenza Macron (da maggio 2017) è tra le più turbolente della storia francese. Arrivato all’Eliseo sulle ceneri dei partiti tradizionali, rimpiccioliti dagli elettori e in parte camaleonticamente mutati in nuove formazioni, il giovane presidente che prometteva “riforme” si è trovato a gestire la rivolta dei gilet gialli, ampie proteste contro privatizzazioni (ferrovie) e riduzione della spesa pubblica (pensioni), e il coronavirus, finito con uno strascico di decine  di cause legali intentate da medici e da associazioni di parenti delle vittime contro i ministri (e anche con un sostanzioso aumento di stipendio a tutto il personale medico).

Macron non ha tratto beneficio da questa somma di crisi, anzi: il distacco tra il corpo centrale della società francese e un presidente pur eletto in maniera quasi plebiscitaria e dotato di una maggioranza parlamentare schiacciante è diventato evidente. Lo si è visto alle Municipali di quest’anno (primo turno a marzo, secondo turno a giugno, astensione enorme), con una sconfitta netta dei candidati macroniani: vittoria dei Verdi e della sinistra nelle grandi città, a partire dalla riconferma a Parigi della socialista Anne Hidalgo (figura da tenere d’occhio per il 2022); vittoria della destra moderata del gruppo Les Républicains, derivazione dell’UMP, in quelle medie e piccole; successo ovunque delle liste civiche.

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Dopo il voto, Macron decide di cambiare: Édouard Philippe – che pure era stato l’unico tra i membri dell’esecutivo a essere rieletto nella sua città, Le Havre – viene appunto sostituito da Castex. Alcuni sognavano un’apertura della Macronia agli orientamenti politico-sociali emersi dalle municipali. Ma il nuovo governo, nonostante una certa retorica sui territori e sulla ricucitura delle fratture francesi, non è stato costruito con la pretesa di unire, di cercare consensi trasversali. Niente affatto: la mossa di Macron prepara alla guerra, non alla pace.

L’obiettivo è quello della rielezione nel 2022, e lo strumento è quello di una svolta a destra per costruire una base elettorale abbastanza ampia da emergere in quello che sarà al primo turno un festival di tante candidature diverse, e poi di vincere il ballottaggio. A destra e non a sinistra: la sinistra, capace di vincere con facilità le elezioni amministrative nelle grandi città, è considerata il problema minore in vista delle presidenziali; è troppo divisa, tra i Verdi che sbagliano sempre il candidato, il partito socialista che è ancora moribondo e i radicali della France Insoumise, il partito di Jean-Luc Mélenchon, visti come troppo anti-sistema per arrivare alla presidenza. La sinistra, pensano i macroniani, si dividerà in tante piccole, fallimentari candidature. La battaglia da vincere è a destra: la destra lepenista è ormai ben radicata in una fascia specifica della società francese, ma allo stesso tempo non sembra capace di muoversi di lì, di crescere oltre il 25-30%. E allora è la destra moderata che bisogna risucchiare dentro il macronismo, per fare il pieno di voti conservatori, arrivare al ballottaggio e vincerlo senza storia contro Marine Le Pen.

Ma nei giochi della politica francese, un piano simile non è certo scontato. La stessa maggioranza presidenziale del 2017 si è scomposta in tanti piccoli gruppi intenzionati a pesare nell’Assemblea nazionale e a distinguersi da un presidente impopolare. Philippe, che invece popolare era davvero, era tra i “soliti sospetti” – lui e i suoi potenti dioscuri, il capo di gabinetto Benoît Ribadeau-Dumas e il segretario generale del governo Marc Guillaume, tutti accusati di tramare dietro le quinte per indebolire la presidenza -. Entrambi sono stati subito messi alla porta insieme a Philippe, e sostituiti da due fedelissimi.

Un luogotenente, qualcuno che non abbia ambizioni tanto grandi da fargli ombra. Ecco perché Macron, proprio ora che ci sono decine di miliardi da spendere e distribuire per rilanciare un’economia debole già prima della pandemia, ha scelto lo sconosciuto Castex. Sarà pure marginale a Parigi (dove già lo prendono in giro per il suo accento), ma allo stesso tempo garantisce esecuzione certa dei dettami dell’Eliseo, e dedizione all’incarico di costruire ponti, intese, scambi con i sindaci e i quadri regionali e provinciali della destra, da imbarcare nella nave macroniana in vista del 2022. In un momento tanto delicato, gli affari europei sono stati affidati nelle mani di un altro fedelissimo di Macron, l’esperto Clément Beaune, già al fianco del presidente in occasione dei negoziati sul Recovery Fund. D’altronde, già il numero di ministri e sottosegretari del nuovo governo, il più alto della storia recente, testimonia l’esigenza di fidelizzare il più alto numero di colonnelli.

Ma oltre alla battaglia nel palazzo, c’è quella con l’opinione pubblica da vincere. Specialmente in un momento in cui, vista la promessa di non toccare le tasse, con qualcosa si dovrà pur contenere il deficit pubblico schizzato al 10% del PIL. Ecco perché il nuovo governo pullula di figure polarizzanti, controverse e mediatiche, che dovrebbero riscuotere le simpatie e agganciare l’elettorato schierato a destra e il corpaccione nazional-popolare del paese, il buon vecchio “popolo contro le élite”.

C’è il nuovo Guardasigilli, l’avvocato penalista Eric Dupond-Moretti, oratore istrionico e teatrale, ospite fisso dei talk show, abilissimo a personalizzare il caso di cronaca e la polemica di costume: “La sua nomina è una dichiarazione di guerra alla magistratura”, ha attaccato Cécile Parisot, la presidente dell’Unione sindacale magistrati, anche perché Dupond-Moretti è il difensore-star del bel mondo parigino negli affari economico-finanziari, e il suo bersaglio retorico preferito è la magistratura che indaga sull’alta finanza, definita “maccartysta, dittatoriale, forsennata”. E c’è il nuovo ministro dell’Interno, Gérald Darmanin: accusato di stupro (una denuncia del 2009 ripresa di recente dalla Corte d’Appello di Parigi secondo cui il ministro avrebbe promesso di intervenire su provvedimenti giudiziari in cambio di favori sessuali), la sua nomina ha già provocato decine di manifestazioni e raccolte di firme internazionali (hanno aderito anche due Nobel) – dirette anche contro le posizioni anti-femministe assunte ben volentieri pure da Dupond-Moretti. Anche lui come Castex molto vicino a Sarkozy, Darmanin ha già promesso tolleranza zero sulla criminalità, sull’immigrazione, sulle banlieue, sulle proteste, confermando dunque la radicalizzazione degli interventi di polizia già notata negli ultimi anni. Con quei metodi, anche grazie a una mediatizzazione estrema, proprio Sarkozy riuscì a vincere le elezioni nel 2007 soffiando voti persino all’estrema destra del Front National. I deboli lamenti di ciò che rimane del macronismo progressista hanno sancito il via libera all’operazione.

Ma di fronte a un’offensiva come questa, non ci sarà invece il rischio di ricompattare la sinistra? Jean-Luc Mélenchon (19,6% alle presidenziali 2017) si è espresso da poco al riguardo: “Privilegerò l’intransigenza delle idee sull’unità a tutti i costi”. Macron ha tirato un bel sospiro di sollievo.

Riccardo Pennisi è analista di politiche europee.

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