Aiuti e smarrimento: l’opinione pubblica italiana fra Cina e Unione europea

(EPA-EFE/MOURA BALTI TOUATI)

Nei primi mesi del 2020, quando il Covid-19 sembrava essere un problema circoscritto alla sola Cina, in molti avevano visto nell’epidemia il colpo fatale che avrebbe messo fine al “Sogno cinese” di Xi Jinping e alle aspirazioni di Pechino in ambito internazionale. Quella che doveva essere una disfatta è stata invece trasformata da Pechino in un’occasione per presentare la Cina come un paese benevolo, responsabile e solidale e promuovere con rinnovata forza il suo ruolo di grande potenza globale.

Sfruttando la sua posizione di principale produttore di materiale sanitario, la Cina ha lanciato quella che in seguito è stata denominata la “diplomazia delle mascherine”, un’estesa campagna di aiuti sanitari volta a recuperare il danno d’immagine causato dal virus, distogliere l’attenzione dalla gestione iniziale dell’emergenza e consolidare la propria influenza al di fuori dei confini nazionali. L’invio di aiuti è stato accompagnato da una intensa campagna mediatica, condotta soprattutto sui social network da organi di stampa e dalle ambasciate e consolati cinesi all’estero.

L’estensiva opera di propaganda cinese che ha investito gran parte dei Paesi europei ha dunque ravvivato le preoccupazione per un possibile spostamento dell’opinione pubblica degli Stati membri maggiormente colpiti su posizioni più accondiscendenti con Pechino. In questo contesto, grande attenzione è stata riservata al riavvicinamento tra Italia e Cina nel corso della prima fase della pandemia.

Avendo registrato uno dei focolai più estesi al di fuori della Cina, l’Italia è stato uno tra i primi Paesi a ricevere aiuti sanitari da parte di Pechino e a sottoscrivere ingenti commesse per l’acquisto di materiale sanitario dal gigante asiatico. Il 12 marzo, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha accolto con una diretta Facebook il primo cargo contenente gli aiuti inviati dalla Croce Rossa cinese. A quel volo ne sono poi seguiti molti altri, con materiale inviato da amministrazioni locali (come quelli del Fujian e Guandong), città cinesi gemellate con quelle italiane (Xiangcheng e Suzhou), fondazioni private (Jack Ma Foundation e Alibaba Foundation) e aziende di stato (China Merchant Port Holding, China Communication Contruction Company e Cosco). L’arrivo di materiale sanitario dalla Cina, di cui la percentuale di aiuti è in realtà un numero ridotto e comunque inferiore a quelli ricevuti dall’Unione europea, è stato accompagnato da una sostenuta attività promozionale da parte di account direttamente collegati agli organi di comunicazione statali cinesi. Uno studio dello European Think Tank Network on China sulle attività online di questi account ha dimostrato come durante la fase iniziale della pandemia essi abbiamo sensibilmente aumentato la loro presenza sui principali social network ed abbiano fatto largo uso di bot e account zombie per amplificare i contenuti pubblicati. Confrontando gli argomenti trattati da questi account è stato possibile risalire a quattro filoni narrativi principali proposti all’audience italiana: il primo era volto a promuovere la Cina come partner solidale, il secondo incoraggiava all’unità internazionale per far fronte alla crisi sanitaria, il terzo enfatizzava il successo della Cina nella gestione dell’epidemia (promuovendo soprattutto le innovazioni tecnologiche che avevano contribuito a contenere il virus), il quarto era volto a screditare le accuse da parte dei governi stranieri contro la Cina.

Una recente indagine di opinione condotta dallo IAI e dal Laboratorio Analisi Politiche e Sociali (LAPS) dell’Università di Siena ha cercato di decifrare l’impatto della pandemia sugli orientamenti politici degli italiani ed in particolare di sondare l’effetto che la crisi sanitaria e la campagna mediatica cinese abbiano avuto sulla percezione della Cina in Italia. Dai dati emerge che la maggioranza degli italiani (79%) ritiene che la responsabilità del contagio globale sia da attribuire alla Cina, la quale dovrebbe ammettere le proprie responsabilità. Ciò nonostante, questa opinione non si riflette automaticamente in un giudizio negativo nei confronti di Pechino. Per il 63% del campione, la gestione della crisi da parte del governo cinese viene considerata come un modello da seguire. Riguardo gli aiuti sanitari invece, nonostante il 77% li consideri come una forma genuina di solidarietà, c’è una larga maggioranza (52%) che ritiene che tra i vari obiettivi di Pechino ci sia anche quello di aumentare la propria influenza politica in Italia.  È interessante notare come questa visione favorevole nei confronti di Pechino si accompagni ad una dura stroncatura nei confronti dei partner tradizionali e ad una più generale visione negativa delle democrazie liberali, ritenute da una larga maggioranza (73%) come inadeguate a gestire crisi di tale portata. Per il 73% del campione, l’emergenza coronavirus ha dimostrato il completo fallimento dell’Unione europea ed il 79% ritiene che il sostegno di Bruxelles all’Italia sia stato poco o per nulla adeguato.

Nonostante sia ancora presto per stabilire il reale impatto della “diplomazia delle mascherine”, occorre sottolineare che lo spostamento dell’opinione pubblica italiana su una visione più favorevole della Cina è un tendenza registrata già da diverso tempo. A marzo dello scorso anno l’adesione dell’Italia alla Belt and Road Initiative, il controverso progetto infrastrutturale cinese, aveva attirato diverse perplessità e critiche in ambito europeo e transatlantico. Nonostante ciò, l’iniziativa che aveva portato alla firma del Memorandum of Understanding aveva trovato consensi significativi nell’opinione pubblica. Un sondaggio di Demopolis condotto in quel periodo registrava il 51% degli intervistati favorevole all’accordo. Condividevano l’adesione alla Via della Seta il 68% degli elettori del M5S, il 52% di quelli della Lega, il 41% di quelli del PD ed il 33% di quelli di Forza Italia. Una netta maggioranza del campione (54%) credeva però che il rafforzamento dei rapporti economici con Pechino non dovesse andare a discapito delle relazioni euro-atlantiche. Il consenso registrato lo scorso anno aveva segnato un importante spostamento dell’opinione pubblica italiana, storicamente tra le meno benevole nei confronti di Pechino. Basti pensare che nel 2014, anno in cui l’Italia iniziò a registrare un notevole incremento di investimenti provenienti dalla Cina, il 70% dell’opinione pubblica italiana aveva una concezione fortemente negativa della Cina. Il dato faceva dell’Italia il terzo paese al mondo, dietro a Vietnam e Giappone, con l’opinione meno favorevole nei confronti di Pechino.

Attribuire il cambiamento d’opinione degli italiani all’opera di convincimento cinese significherebbe non tener conto di altri fattori concomitanti: in primo luogo, questo spostamento ha rappresentato una “normalizzazione” della visione della Cina, che dai dati del 2014 si è spostata su cifre più in linea con quelle di altri Paesi europei; in secondo luogo, la trasformazione economica del gigante asiatico da fabbrica del mondo a polo dell’innovazione potrebbe aver contribuito ad alleviare l’idea di Pechino come competitor per i principali settori produttivi italiani. Infine, la rivalutazione della Cina è interpretabile come un effetto collaterale del crescente scetticismo nei confronti dell’Unione europea. In questo senso, l’iniziale mancanza di coordinamento in sede europea su una strategia comune per contrastare l’epidemia e l’impatto economico da essa generato ha finito per fare il gioco di Pechino.

L’opinione pubblica italiana sembra guardare ancora con un certo disincanto alle manovre persuasive messe in campo dalla Cina. Il compito dell’Unione europea per il prossimo futuro sarà quello di assicurarsi che ciò rimanga così, senza cadere nella tentazione di adottare contromisure che vadano contro i suoi stessi principi e valori. L’intensa lotta di narrative contrastanti che ha accompagnato il corso della pandemia ha dimostrato la necessità per l’Unione europea di dotarsi di nuovi strumenti che tutelino i cittadini dalle campagne di disinformazione. Ciononostante, la migliore risposta agli effetti divisivi della propaganda esterna rimane quella di dimostrare con i fatti e non con le parole il vero valore dell’Unione.

Lorenzo Mariani è ricercatore dell’Istituto Affari Internazionali (IAI). 

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