Le politiche di sviluppo sostenibile all’interno dell’Unione europea

Gli Obiettivi di Sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite

In politica europea, “sviluppo sostenibile” è stato per anni un termine chiave, espressione à la page che indica uno sviluppo economico attento all’ambiente. Ma cosa significa veramente e come viene interpretato dall’UE? In questo articolo chiariamo le principali strategie e tutto ciò che è necessario sapere sulle politiche europee relative allo sviluppo sostenibile, a cinque anni esatti dall’adozione degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs), il 25 settembre 2015.

Lo sviluppo sostenibile può essere inteso come “soddisfare i bisogni della generazione attuale senza compromettere la capacità di quelle future di rispondere ai loro”. Questa definizione, menzionata per la prima volta nel rapporto della Commissione Brundtland del 1987, espone una visione del progresso intrinsecamente legata all’ambiente: lo sviluppo economico migliora la possibilità sia delle attuali che delle future generazioni di rispondere ai loro bisogni, rispettando allo stesso tempo i limiti dell’ambiente e delle risorse naturali.

Sin dal Trattato di Amsterdam (1997), l’Unione Europea riconosce lo sviluppo sostenibile come valore fondamentale e onnicomprensivo. Sebbene il trattato non fornisca né una definizione né delle linee guida al riguardo, la legislazione secondaria ne definisce i metodi e gli obiettivi in modo più specifico. Nelle strategie dell’Unione Europea il concetto di sviluppo sostenibile è interpretato in modo da includere, nella nozione di crescita, anche i servizi sanitari e il progresso sociale. L’integrazione è il principio più importante nel contesto dello sviluppo sostenibile, poiché prende in considerazione tutte le dimensioni (sociali, ambientali ed economiche) necessarie all’elaborazione di politiche trasversali. Attraverso l’ottimizzazione delle politiche, la congiunzione tra obiettivi di lungo e breve termine, tra quelli locali e globali, è possibile progettare una visione nuova e sostenibile del progresso.

La base giuridica delle strategie per lo sviluppo sostenibile è l’articolo 3 del Trattato sull’Unione Europea (TEU), che afferma la responsabilità interna ed esterna dell’UE alla salvaguardia di questo principio. La necessaria connessione  tra le politiche e l’integrazione di esse è solidamente ancorata agli articoli 7 e 11 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFEU), che esigono l’integramento della protezione ambientale in tutte le aree di intervento politico.

All’interno dell’Unione Europea, è la Commissione ad avere il compito di proporre strategie per il miglioramento e l’implementazione dello sviluppo sostenibile, attraverso la selezione delle aree chiave su cui concentrarsi, delle tendenze problematiche da affrontare e degli obiettivi specifici da raggiungere. Gli obiettivi individuati sono poi tradotti in provvedimenti ed interventi, mentre per verificarne l’impatto vengono effettuati controlli sul piano delle politiche, a livello degli stati membri per verificarne l’attuazione e a livello della stessa UE.

La prima Strategia per lo Sviluppo Sostenibile (SDS, Sustainable Development Strategy) per il periodo 2001-2010 discende dal Consiglio Europeo di Helsinki del 1999, dove fu richiesto alla Commissione di preparare un piano di politiche a lungo termine per lo sviluppo sostenibile nei campi dell’economia, del sociale e dell’ecologia. La strategia, aggiunta a quella di Lisbona del 2000, mirava all’inclusione dello sviluppo sostenibile nel piano europeo teso a rendere l’UE l’economia più dinamica e competitiva del mondo. Una migliore integrazione delle politiche era necessaria al fine di proporre quella visione a lungo termine dove politiche sociali e protezione ambientale avrebbero sostenuto la performance economica dell’Unione. La strategia s’impegnava a combattere sei tendenze in particolare: l’emissione di gas serra, i rischi per la sanità pubblica, la povertà, l’invecchiamento della popolazione, la perdita di biodiversità e la congestione dei trasporti. Inoltre veniva prefissato come obiettivo il raggiungimento del 12% di share per il consumo di energia rinnovabile e del 21% per la produzione.

La SDS introdusse una serie di misure ed interventi per il raggiungimento di una migliore qualità della vita a lungo termine. Essa inaugurò inoltre un nuovo approccio al processo politico, facendo sì che le diverse aree di intervento si rafforzassero reciprocamente e prevedendo la stesura, da parte della Commissione, di una Valutazione di impatto (Impact Assessment) per ogni nuova normativa proposta.

Nelle sue revisioni biennali, Eurostat fornisce i dati sull’andamento degli indicatori di sostenibilità. La revisione del 2009 mostrava come non ci fossero state, nel complesso, riduzioni nell’emissione dei gas serra tra il 2000 e il 2007: la quantità emessa dall’industria energetica era addirittura aumentata del 7.5%. Nonostante il consumo di energia rinnovabile avesse visto un aumento del 7.6%, ciò era ancora ben lontano dal raggiungimento del 12% stabilito come target per il 2010. Il PIL era aumentato annualmente del 1.8% fino al 2007, quando venne duramente colpito dalla crisi finanziaria che ne causò una decrescita del 4% nel 2009. Il rapporto evidenziava quindi la persistenza di tendenze non sostenibili all’interno dell’economia. La transizione verso un sistema a basso consumo e a basse emissioni si era dimostrata difficile e necessitava l’introduzione di interventi più specifici e ambiziosi nelle strategie future.

La strategia successiva (EU 2020 Strategy) consisteva in un piano decennale che, iniziato nel 2010, avrebbe permesso il superamento della crisi finanziaria. Molte erano le debolezze strutturali, sia economiche che sociali, emerse durante la crisi: le sfide di lungo termine lanciate dalla globalizzazione, l’esaurimento delle risorse naturali e la crescente interconnessione tra i diversi sistemi economici. La strategia, puntando alla ripresa dopo la crisi, proponeva una visione del ventunesimo secolo basata sulla crescita intelligente, sostenibile ed inclusiva. Intelligente nel concentrarsi sull’educazione e sull’innovazione, sostenibile nel mantenimento di un basso livello di emissioni e inclusiva integrando il progresso sociale in essa.

La strategia si basava su un approccio tematico ed era strutturata intorno a cinque obiettivi principali per il 2020: l’aumento del tasso di occupazione dal 69% al 75%, l’investimento di un 3% del PIL in ricerca e sviluppo, la riduzione del 20% nell’emissione dei gas serra, gli obiettivi nel campo dell’educazione e quelli per la riduzione della povertà al fine di migliorare le condizioni di vita di 20 milioni di persone.

La stipulazione di resoconti da parte degli stati membri venne introdotta per monitorare l’impatto della strategia e per aiutare i paesi a sviluppare ed implementare le tattiche di sviluppo sostenibile. Le raccomandazioni indirizzate agli specifici paesi includevano anche delle forme di sollecitazione per gli stati che non avevano fornito delle risposte adeguate ai problemi da affrontare.

A livello mondiale, l’UE segue l’Agenda 2030 facente parte del framework globale per la promozione dello sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Definita dai capi di stato e dai governi di tutto il mondo presso il summit ONU del 2015, lo scopo di tale Agenda è quello di stabilire un approccio globale all’impegno nell’eradicazione della povertà e al raggiungimento dello sviluppo sostenibile, in modo da non lasciare nessuno indietro nel processo.

L’UE è stata determinante nello sviluppare il framework, che consiste di 17 Sustainable Development Goals e 169 relativi obiettivi mirati all’eradicazione della povertà, alla sconfitta delle disuguaglianze e alla battaglia contro il cambiamento climatico. L’Agenda cerca di integrare le tre aree di intervento: quella ambientale, quella sociale, quella economica e dovrebbe essere attuata nella sua interezza.

L’Agenda riflette gli obiettivi europei per la promozione dello sviluppo sostenibile e l’UE ha determinato tre azioni in particolare da sviluppare sotto di essa entro il 2030: l’integrazione degli SDG in tutte le iniziative e politiche europee; i report periodici sui progressi compiuti; e l’organizzazione di una piattaforma multilaterale di alto livello per discutere sia le politiche che i progressi in merito. L’Agenda 2030 dall’impronta globale ha unificato per la prima volta l’approccio sia interno che esterno dell’UE allo sviluppo sostenibile, creandone uno congiunto.

Nel 2018 la Commissione ha annunciato le sue sei priorità per i cinque anni successivi. Queste sei aree tematiche definiscono i diversi fattori riguardanti lo sviluppo sostenibile, a partire dall’aspetto ambientale. Tutto ciò è stato poi formalizzato nello European Green Deal del 2019. Quest’ultimo indica una tabella di marcia per la transizione dell’UE verso la sostenibilità economica, con l’intento di renderla il primo continente climaticamente neutro entro il 2050 tramite la riduzione delle emissioni di gas serra a zero. Inoltre, il Deal si propone di dissociare la crescita economica dal consumo di risorse attraverso lo sviluppo dell’economia circolare. Le aree di intervento includono: la biodiversità, l’energia pulita, l’industria sostenibile e le iniziative del programma Farm-to-Fork.

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La strategia si accompagna allo European Climate Law (Legge climatica europea), un atto legislativo che dovrebbe assicurare l’integrazione e l’impegno delle politiche europee allo scopo di raggiungere la neutralità climatica.

Il Just Transition Mechanism (il Meccanismo per una giusta transizione) è parte integrante del Green Deal, in quanto offre un supporto finanziario ai cittadini, alle imprese e alle regioni che, a causa della loro dipendenza dai combustibili fossili, vengono colpiti negativamente dalla transizione verde. Il Meccanismo si appoggia su tre pilastri: il Just Transition Fund, il Just Transition Scheme e un programma di prestiti per il settore pubblico, che insieme costituiscono un supporto finanziario pari a cento miliardi di euro. Lo scopo di questi strumenti è quello di promuovere l’equità sociale, stimolando egualmente gli stati membri nel mutamento verso un’economia climaticamente neutra.

Il Green Deal è integrato nel Semestre Europeo, il ciclo semi-annuale che mira ad uniformare le politiche macroeconomiche nazionali fornendo gli stati membri con raccomandazioni relative alle loro manovre economiche e fiscali. L’inverdimento” del semestre europeo è legato alla Strategia annuale di crescita sostenibile, la quale definisce la politica economica e di assunzione in conformità con le priorità del Green Deal. Il semestre europeo contribuisce a concretizzare gli strumenti economici necessari per una produzione competitiva e sostenibile tramite i suoi tre pilastri: investimenti, riforme strutturali e consolidamento fiscale. Ciò dimostra come gli SDG siano stati progressivamente integrati negli interventi economici. I progressi fatti dagli stati membri in relazione alle loro manovre macroeconomiche vengono periodicamente controllati attraverso i Country Reports e le Country Specific Recommendations.

In seguito alla crisi derivata dal COVID-19 a partire dallo scorso marzo, l’attenzione nei confronti della sostenibilità e del Green Deal è calata temporaneamente, per poi riprendersi grazie all’inclusione di esso all’interno del piano di ripresa comune europeo: il Next Generation EU dal valore di 750 miliardi di euro. In linea con il principio di integrazione delle politiche economiche e di sostenibilità, il piano dovrebbe assicurare una ripresa sostenibile, giusta ed inclusiva per tutti gli stati membri.

Come affermato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, l’UE dovrebbe integrare la transizione verde e quella digitale nella ripartenza economica. Von der Leyen ha anche sottolineato come la via d’uscita dall’attuale crisi dovrebbe basarsi su un progetto coordinato con la sostenibilità al proprio centro. Il Recovery Fund dovrebbe essere dedicato ad una ripresa verde, digitale e giusta. Gli investimenti e la riduzione dei debiti confluiranno nei paesi che ne hanno più bisogno, rilanciando l’economia, ma in modo sostenibile.

A cura di Bella Schuster.

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