Transizione verde, meglio i permessi di inquinamento rispetto al Carbon Border Adjustment

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L'acciaieria britannica di Scunthorpe, nel Lincolnshire nord-orientale. EPA-EFE/LINDSEY PARNABY

La creazione di un carbon border adjustment mechanism non funzionerebbe, così come l’estensione del sistema di scambio delle quote di emissione dell’Ue per ridurre le emissioni globali e integrare ulteriormente i paesi esportatori di energia nel mercato energetico europeo, sostengono András Mezősi, Zsuzsanna Pató e László Szabó.

Zsuzsanna Pató è senior advisor presso il Regulatory Assistance Project (RAP), una Ong indipendente dedicata ad accelerare la transizione verso un futuro energetico pulito, affidabile ed efficiente. András Mezősi è senior associate e László Szabó il direttore del Centro regionale di analisi delle politiche energetiche.

La dispersione di carbonio si verifica in qualsiasi regime di prezzi del carbonio che non sia globale. Questo è intrinsecamente ingiusto per i settori che sono obbligati a pagare il prezzo del carbonio ma che sono in concorrenza con quelli che non lo sono. Lo European Green Deal mira a correggere il problema nel sistema di scambio delle quote di emissione (Ets) dell’Ue, andando oltre l’attuale seconda (o terza) opzione migliore, che assegna quote di emissione gratuite per i settori industriali, e mettendo un prezzo sul carbonio al confine dell’Ue per settori selezionati ma non ancora nominati.

I meriti rispetto alle industrie ad alta intensità energetica sono già stati messi in discussione. Che cosa significherebbe un border carbon adjustment per il settore energetico europeo?

La nostra recente analisi conclude che l’espansione dell’Ets dell’Ue sarebbe un’opzione politica più efficace perché ridurrebbe le emissioni, mentre un carbon border adjustment non lo sarebbe. Abbiamo confrontato queste due opzioni per i settori energetici dei paesi dei Balcani occidentali, nonché per Ucraina, Bielorussia, Moldavia e Turchia, e abbiamo valutato le emissioni, i costi e le implicazioni politiche.

L’impatto sulle emissioni fino al 2030

Le due opzioni politiche hanno impatti nettamente diversi sulle emissioni di anidride carbonica.

In modo controintuitivo, la nostra analisi mostra che il carbon border adjustment aumenta le emissioni complessive di carbonio. L’aumento delle emissioni nell’Ue è dovuto al fatto che la produzione supplementare di carbone e di gas viene messa in funzione per sostituire la produzione importata che viene bloccata. E questo aumento supera le riduzioni delle emissioni nei Paesi esportatori.

Un sistema di Ets più ampio dell’Ue, tuttavia, ridurrebbe le emissioni di 52.000 kt nel 2030 rispetto al business as usual, una quantità leggermente inferiore alle emissioni annuali delle centrali a carbone polacche. L’ampliamento dell’Ets rimescola l’ordine di merito (cioè l’ordine in cui le centrali elettriche sono chiamate a soddisfare la domanda) facendo aumentare il costo del carbone sporco e delle centrali a lignite nei Balcani occidentali, in Turchia e in Ucraina ed escludendo tali centrali. Vale la pena di notare – soprattutto nel contesto dell’attuale aggiornamento degli obiettivi climatici per il 2030 – che le emissioni all’interno dell’Ue aumenteranno indipendentemente dallo strumento politico utilizzato.

La diversa logica dei due strumenti si evidenzia nel mix di energia elettrica che ne deriva, più specificamente nell’impatto sulla generazione a combustibile fossile. La riduzione delle emissioni dovuta all’Ets nei paesi esportatori è il risultato di una marcata riduzione – 60.000 gigawattora – della produzione di carbone e lignite nel 2030 rispetto al business as usual. Questo è stato sostituito prevalentemente dalla produzione di energia elettrica a gas sia all’interno dell’Ue che nei paesi esportatori.

Per contro, la border tax comporta un rimescolamento delle risorse nelle regioni ben interconnesse con l’Ue (i Balcani occidentali e l’Ucraina); le stesse centrali a carbone e lignite invece vendono energia ai consumatori interni e non per l’esportazione. La produzione complessiva di queste centrali a carbone non è influenzata dalla border tax, ma la loro redditività ne risente quando vengono bloccate nella loro regione interna.

L’impatto sui ricavi

L’impatto sui prezzi all’ingrosso nell’Ue è trascurabile in entrambi i casi. L’espansione dell’Ets aumenta il prezzo nei paesi esportatori di circa 10-15 euro per megawattora. Un adeguamento alle frontiere ha un impatto trascurabile, tranne che nei paesi dei Balcani occidentali, che godrebbero di un taglio di prezzo di dimensioni simili. Il loro livello originariamente elevato di esportazione di energia, favorito da una migliore integrazione della rete con i paesi dell’Ue, si riduce in modo significativo. Le loro centrali a carbone continuano invece a produrre, ma vendono la loro produzione a un prezzo inferiore ai consumatori interni.

Le variazioni dei prezzi all’ingrosso si traducono sempre in variazioni del benessere. Se i prezzi salgono, i produttori stanno meglio, ma i consumatori pagano bollette più alte. Ed è il contrario nel caso delle riduzioni di prezzo. L’impatto negativo aggregato di una border tax per le regioni esportatrici equivale all’incirca al gettito che otterrebbero se l’Ue decidesse di incanalarlo di nuovo verso ciascuna di esse – per esempio, per favorire la loro transizione energetica. Le entrate annuali derivanti dall’adeguamento delle emissioni di carbonio alle frontiere sono comprese tra i 100 e i 150 milioni di euro – ben al di sotto del miliardo di euro all’anno che si prevede di spendere dal Just Transition Fund (7,5 miliardi di euro per il periodo 2021-2027) per gli stessi scopi. Ancora più importante, l’Ets genererebbe 1,4 miliardi di euro nel 2030 per i sei paesi dei Balcani occidentali, molto più dei 70-140 milioni di euro generati dal border carbon adjustment. Reinvestire queste entrate in attività a basse emissioni di carbonio, come le energie rinnovabili o l’efficienza energetica, può moltiplicare l’effetto di decarbonizzazione dovuto al mero prezzo del carbonio.

L’impatto sui paesi esportatori di energia verso l’Ue

L’ampliamento dell’ambito geografico del sistema Ets dell’Ue è uno strumento di politica climatica più efficace del border adjustment mechanism. Lo scambio di quote di emissione porta una vera e propria concorrenza: le regioni confinanti con l’Ue si integrano maggiormente nel mercato unico dell’Ue con condizioni di parità e minori emissioni di gas serra.

D’altro canto, l’adeguamento delle emissioni di carbonio ai confini dell’Unione europea recinterebbe il settore energetico dell’Ue e aumenterebbe le emissioni di gas a effetto serra. I prezzi all’ingrosso notevolmente più bassi nei Balcani occidentali riducono gli incentivi agli investimenti per l’efficienza energetica, aumentano la necessità di sostenere le fonti di energia rinnovabile e scoraggiano gli investimenti per la produzione di energia a basse emissioni di carbonio.

Rispetto a una border carbon tax, l’espansione dell’Ets produce anche maggiori entrate per i paesi vicini esportatori che si trovano ad affrontare sfide superiori alla media per cambiare i loro sistemi energetici bastai su combustibili fossili. Inoltre, il border carbon adjustment richiede un nuovo meccanismo e la benedizione dell’Organizzazione mondiale del commercio e significa accontentarsi di un’alternativa inferiore a un Ets più ampio in tutti i paesi che hanno già sistemi energetici e mercati integrati. E non dobbiamo dimenticare che molti di questi Paesi vorrebbero essere membri dell’Ue.

State pensando alla realtà politica dei paesi dei Balcani occidentali o all’adesione dell’Ucraina al sistema europeo di scambio delle quote di emissione? La Virginia, ricca di carbone, ha appena annunciato che entrerà a far parte di un programma di scambio di quote di emissione negli Stati Uniti, mentre il Montenegro e la Macedonia settentrionale stanno istituendo il loro Ets nazionale. Inoltre, la Comunità dell’energia è lì per assistere la Commissione europea in questo processo. È il momento di fare un salto, almeno per quanto riguarda dove puntiamo ad atterrare.

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