Conferenza sulla Carta dell’energia: un banco di prova per la politica Ue sul clima

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Il ministro russo dell'Energia, Alexander Nowak , stringe la mano a Urban Rusnak , Segretario generale per l'Energia, a Berlino, Germania, 13 aprile 2015. EPA/BRITTA PEDERSEN

I ministri dell’Ue, che parteciperanno alla Conferenza sulla Carta dell’energia, dovrebbero lavorare al ritiro collettivo dal Trattato, se le altre parti si opporranno alla graduale eliminazione dei combustibili fossili dalle disposizioni vincolanti del trattato, sostiene la dottoressa Saheb.

La dott.ssa Yamina Saheb è un’analista senior di politica climatica ed energetica presso OpenExp, un think tank con sede a Parigi, ed ex capo dell’Unità per l’efficienza energetica presso la Segreteria della Carta dell’energia.

La maggior parte degli europei non sa molto, se non addirittura niente, del Trattato sulla Carta dell’energia (TCE). In realtà dovrebbero. Il trattato sulla Carta dell’energia è probabilmente lo strumento più potente che opera contro gli obiettivi e la leadership dell’Europa in materia climatica.

Il Consiglio europeo si è impegnato a ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 55% entro il 2030 e a garantire che la “politica commerciale dell’UE e i suoi accordi commerciali siano coerenti con le sue ambizioni in materia di clima“. Questo è solo l’inizio. L’attuazione delle conclusioni del Consiglio richiede però che i ministri dell’Ue pongano fine alla partecipazione dell’Ue al TCE e al suo regime normativo al momento di attuare la prossima legge europea sul clima.

La Conferenza annuale della Carta dell’energia si terrà a dicembre, e ci si aspetterebbe che i ministri dell’Ue partecipassero. Tuttavia, vi prendono parte raramente, se non addirittura mai. L’ordine del giorno della conferenza indica che si tratta di un momento importante per vedere se le politiche climatiche dell’Ue si scontrino o si integrino con il TCE. La conferenza si svolge ogni dicembre ed è ospitata dalla parte contraente del TCE che assume la presidenza di turno della conferenza. In questo caso, la conferenza del 2020 è ospitata dall’Azerbaigian e l’anno prossimo sarà ospitata dall’Armenia.

È responsabilità dei ministri dell’Ue essere pienamente coinvolti. Certo, qualcuno potrebbe dire che le assenze dei ministri dell’Ue sono comprensibili, dato che il trattato ha perso la sua “raison d’être” quando la Russia se ne è ritirata nel 2009. Ma questo discorso è semplicemente sbagliato. Le disposizioni del TCE proteggono gli investimenti stranieri nelle emissioni di gas serra con un costo alto sulle spalle dei contribuenti e contro la loro volontà. Proprio questo rende inaccettabile l’assenza dei ministri dell’Ue alla Conferenza sulla Carta dell’energia.

Il TCE è un accordo multilaterale della metà degli anni Novanta che protegge gli investimenti stranieri nell’approvvigionamento energetico attraverso l’arbitrato privato. Nonostante l’emergenza climatica, il trattato è “neutro” per quanto riguarda i combustibili fossili e non distingue tra fonti energetiche dannose per l’ambiente (ad esempio i combustibili fossili) e quelle pulite.

I parlamentari, a livello europeo e nazionale, hanno una maggiore consapevolezza  delle implicazioni del TCE sulla legge europea sul clima di quanto non ne abbiamo invece i loro ministri. Il Parlamento europeo ha introdotto l’emendamento 143 al progetto di legge sul clima, che stabilisce che “l’Unione pone fine alla protezione degli investimenti stranieri nei combustibili fossili nell’ambito del processo di modernizzazione del trattato sulla Carta dell’energia”. A ciò ha fatto seguito una richiesta di circa 300 eurodeputati e parlamentari nazionali per un ritiro collettivo dei Paesi dell’Ue dal TCE qualora non si raggiunga l’eliminazione graduale dei combustibili fossili.

Sempre più voci si stanno unendo ai deputati del Parlamento europeo e degli altri Parlamenti nel loro appello per la graduale eliminazione dei combustibili fossili e per il ritiro dal Trattato sull’energia. Circa 400 esperti di clima e scienziati hanno invitato i capi di Stato e di governo a porre fine alla partecipazione dell’Europa al TCE. Sulla stessa linea, il Gruppo degli investitori istituzionali sul cambiamento climatico (IIGCC), che ha un valore di oltre 35.000 miliardi di euro, ha inviato una lettera ai capi di Stato e di governo chiedendo di porre fine alla protezione dei combustibili fossili.

Sono in corso negoziati sulla “modernizzazione” del TCE dal luglio 2020. Non può essere solo un caso sfortunato che i ministri dell’Ue non siano riusciti a proporre una direzione chiara circa l’eliminazione graduale dei combustibili fossili dalle disposizioni vincolanti del TCE.

Non si è raggiunto alcun risultato dopo tre cicli di negoziati, e si può dire dunque che la modernizzazione del TCE è un progetto fallito. Non c’è nemmeno un accordo sulle modifiche di facciata al trattato proposte dai negoziatori dell’Ue. È importante notare che, in assenza di una leadership politica da parte dei ministri dell’Ue, i loro funzionari non hanno portato la questione dei combustibili fossili al tavolo dei negoziati, né le controversie intra-Ue o la questione del meccanismo ISDS (Investor-State-State-Dispute-Settlement), ormai obsoleto, incluso nel TCE.

Nel frattempo, i ministri dell’Energia dell’Ue hanno fatto a gara per ottenere annunci simbolici in vista della COP26. La decisione danese di porre fine all’esplorazione di petrolio e gas entro il 2050 è confortante. Fa sembrare la Danimarca progressista. Tuttavia, se scaviamo più a fondo nelle licenze per l’esplorazione di combustibili fossili in Danimarca notiamo che la minaccia dell’ISDS sotto il TCE ha avuto un ruolo importante nel fissare la data limite al 2050 (anziché prima). In precedenza, la Francia ha annacquato la sua legge sulla fine dell’esplorazione petrolifera dopo aver ricevuto una lettera da parte di una società canadese, la Vermillion, che ricordava al governo francese i suoi obblighi nell’ambito dell’ECT. È probabile che lo stallo normativo dell’ECT sia molto più importante di quanto sappiamo.

Uno scintillio di positività in Europa è rappresentato da Generation Climate Europe e di altre 10 organizzazioni giovanili che rappresentano in totale 30 milioni di giovani europei. Quando si tratta del TCE, hanno il coraggio di chiedere ai leader dell’Ue di agire rapidamente e di mantenere le loro promesse per un futuro migliore per le giovani generazioni. È importante sottolineare che Generation Climate Europe ha fissato la scadenza del 16 dicembre per la risposta dei leader dell’Ue.

I leader dell’Ue saranno all’altezza del compito e parteciperanno alla Conferenza sulla Carta dell’energia del 16/17 dicembre per lavorare sul ritiro collettivo dei paesi dell’Ue se le altre parti contraenti del TCE continueranno ad opporsi alla graduale eliminazione dei combustibili fossili? Aspettiamo e vediamo.