Il prezzo della CO2 schizza a 75 euro a tonnellata: ragioni e conseguenze

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Costo dei permessi di emissionie, ultimi 5 anni, €/ton

Ieri pomeriggio il prezzo dei permessi sulle emissioni di carbone sul mercato europeo ha raggiunto un picco storico a 75,04 euro per tonnellata: 250% di aumento rispetto allo scorso anno e 300% rispetto a due anni fa (in era pre-covid). Un dato che solleva due quesiti: perché questo picco; e cosa ci dobbiamo aspettare nel tempo?

La risposta alla prima domanda è in realtà un insieme di motivazioni; ne citerò tre. La prima è strutturale: l’aumento costante del prezzo del gas naturale spinge i produttori di energia ad utilizzare al massimo la fonte carbone che, comportando emissioni nettamente superiori a quelle del gas, richiedono l’acquisto di maggiori permessi, il cui prezzo tende quindi ad aumentare. Tensioni geopolitiche coi fornitori e difficoltà nell’approvvigionamento e stoccaggio del gas in vista dell’aumento di domanda consueto per la stagione invernale manterranno presumibilmente elevato il prezzo del gas, trascinando con sé in modo stabile anche il prezzo dei permessi sulle emissioni di Co2.

Una seconda motivazione è che l’accordo di governo in Germania dei giorni scorsi prevede un impegno a non far scendere il prezzo dei permessi di emissione sotto la soglia di 60 euro a tonnellata, per incentivare la transizione verde. La logica, o forse dovremmo dire l’auspicio, è che l’aumento del costo sull’uso di una tecnologia spinga a investire sull’innovazione, consentendo di raggiungere tecnologie sempre meno impattanti sull’ambiente (e quindi più esenti dall’onere dell’imposta sulle emissioni). Dato l’impegno, il mercato avrebbe subito reagito anticipando il rialzo del prezzo dei permessi.

La terza ragione ha a che fare con gl’impegni assunti alla Cop26 di Glasgow, secondo i quali  i prezzi dei permessi all’emissione di Co2 avranno un ruolo chiave per la transizione verde. La  filosofia, che prevede che i prezzi delle emissioni debbano aumentare per incentivare la transizione, è quella seguita dal nuovo governo tedesco. Se così fosse, ci dovremmo aspettare che queste motivazioni apparentemente congiunturali (nuovo governo in Germania e Cop26) portino in realtà a cambiamenti strutturali nell’andamento nel tempo dei prezzi dei permessi di emissione, destinati ad aumentare stabilmente.

Con effetti ambigui. Perché se da un lato ciò favorisce il passaggio a tecnologie a minori emissioni, nel corso della transizione si rischia esattamente quello che è successo in questi giorni: ovvero che sia la domanda a spingere in alto i prezzi, dato il ritorno a tecniche ad alta intensità di uso del carbone (visto l’alto costo delle energie alternative, oggi del gas). Il che non è una buona notizia per la qualità dell’aria e per la salute dei cittadini.

In questa ottica, solo il nucleare sarebbe in grado di tenere basso il costo dell’energia. A prezzo naturalmente di costi (non trasparenti) in termini di sicurezza e smaltimento delle scorie. Oppure un ancor più esteso e massiccio uso delle rinnovabili. Possibilmente affiancato da crescenti investimenti sullo stoccaggio dell’energia da esse prodotta.

Di questa forbice fra nucleare e rinnovabili non ci libereremo facilmente, soprattutto nel breve-medio periodo. E dovremmo ancora lottare a lungo con mercati altalenanti delle energie oggi maggiormente disponibili come gas naturale e persino carbone.

La transizione avrebbe dovuto essere avviata molto tempo fa. I ritardi, le omissioni, le scelte non fatte hanno significato spostare, come di consueto, gli oneri sulle generazioni future. Il problema è che le generazioni future degli anni passati, oggi, sono le generazioni presenti. E la transizione si annuncia economicamente e socialmente dolorosa.