Rinnovabili, l’Italia è indietro rispetto ai partner europei sugli obiettivi per il 2030

Nel 2020 solo il 16,5% della produzione energetica italiana proveniva dal solare e dall'eolico. [Pexels]

L’Italia è in ritardo rispetto ad altri grandi paesi europei sui piani per ridurre l’energia generata da fonti fossili, e nel 2030 il nostro paese potrebbe essere uno dei maggiori produttori di elettricità da fonti fossili: ad affermarlo è un rapporto dei think tank che si occupano di crisi climatica e transizione ecologica Ember ed ECCO pubblicato giovedì 9 dicembre.

Il report mette in luce come, secondo le linee guida del Piano nazionale Energia e Clima (PNIEC) – il cui testo definitivo è stato pubblicato a gennaio 2020 – l’Italia si è impegnata ad arrivare nel 2030 a produrre il 55% dell’elettricità del mix energetico nazionale attraverso fonti rinnovabili. Una percentuale di molto inferiore ai target di oltre il 75% fissati da nazioni come Germania, Spagna e Paesi Bassi. E un obiettivo che pone il nostro paese non in linea con l’impegno del G7 a raggiungere le zero emissioni nette nel settore energetico entro il 2035.

Inoltre, nonostante la più grande azienda energetica nazionale, Enel, abbia annunciato la chiusura i tutti i suoi impianti a gas entro il 2040, il meccanismo di capacità italiano lascia aperta alle imprese del settore la possibilità di investire ancora, dal 2024 al 2040, in nuove centrali termoelettriche. Il meccanismo è il sistema di remunerazione amministrata con fondi pubblici di centrali elettriche che servono per coprire le punte di domanda, compensando le naturali fluttuazioni a cui sono soggette le fonti rinnovabili.

Anche l’obiettivo italiano di produzione di energia da sole e vento nel 2030, dice il report, è significativamente inferiore a quello di altri paesi dell’UE: il PNIEC prevede infatti che tra nove anni il 34% del mix energetico venga da eolico e solare, contro il 47% della Grecia, il 54% di Germania e Portogallo, il 72% di Spagna e Paesi Bassi.

Dal 2015 al 2020, scrive sempre Ember, l’Italia ha installato meno di 2 GW (gigawatt) di capacità eolica e 3 GW di capacità solare, e nel 2020 eolico e solare rappresentavano solo il 16,5% della produzione elettrica italiana.

Fonte: Ember

Sempre in base al PNIEC, poi, l’Italia nel 2030 intende generare 119 TWh (terawattora) di elettricità da gas fossile, una delle maggiori quantità previste nell’UE. Il nostro Paese avrà anche una delle quote più alte di gas fossile, pari al 38% della sua produzione di elettricità nel 2030.

Secondo Sarah Brown, Senior Analyst di Ember e autrice del rapporto, “l’aumento dei prezzi del gas” che si è registrato quest’anno “ha confermato i notevoli rischi economici e politici associati a una continua dipendenza dal gas importato. L’Italia deve intensificare la diffusione delle energie rinnovabili per ridurre la sua dipendenza dal gas e svolgere un ruolo più significativo nell’accelerare la decarbonizzazione del settore elettrico dell’UE”.

EURACTIV Italia ha provato a contattare il ministero della Transizione Ecologica per avere un commento, ma non ha ricevuto risposta.

“Il rapporto”, spiega Michele Governatori, Responsabile del programma energia di ECCO, “dice che siamo indietro rispetto alla transizione a un sistema energetico decarbonizzato. E soprattutto siamo indietro rispetto agli stessi obiettivi fissati dallo Stato italiano, che peraltro sono stati decisi prima del Green Deal e della legge sul clima dell’UE. Dobbiamo fare un cambio di passo, aggiornando i target in base a quanto deciso da Bruxelles, e ragionando come se questi obiettivi fossero già aggiornati”.

Il motivo per cui l’Italia prevede ancora di investire nelle fonti fossili attraverso il meccanismo di capacità, continua Governatori, “è che le fonti rinnovabili non sono programmabili: ci possono essere dei momenti di carenza di produzione che potrebbero provocare interruzioni della fornitura. Questo problema, però, si risolve con meccanismi alternativi alle fonti fossili, come gli accumuli, le batterie, la capacità della domanda di essere più flessibile, l’efficientamento energetico: tutti sistemi per bilanciare il sistema alternativi alle centrali a gas”.

Un altro problema italiano è poi il ritardo nella costruzione di nuovi impianti rinnovabili: “Stiamo faticosamente uscendo da una situazione di stasi che va avanti dal 2012, dopo il boom che si era registrato attorno al 2010 grazie a un meccanismo di incentivi fin troppo generoso e che aveva un po’ drogato il mercato”, dice ancora Governatori.

Tuttavia, “le difficoltà autorizzative – che pure esistono – sono legate anche alle difficoltà di accettare questi impianti da parte dei cittadini” dei territori su cui avrebbero sorgere. La transizione alle rinnovabili – conclude il ricercatore – comporta anche alcuni cambiamenti e l’utilizzo diverso di alcune zone del nostro territorio, a partire ad esempio dalla riprogettazione delle numerosissime aree post-industriali presenti nel nostro Paese. Occorre quindi anche uno sforzo di pianificazione urbana”.