Nucleare, chi spegne i reattori e chi vuole accenderli: le scelte degli altri Paesi Ue

Torri di raffreddamento di una centrale nucleare in Boemia, non lontana dal confine austro-tedesco. [EPA/FILIP SINGER]

Alcuni Paesi come Belgio e Germania hanno deciso di chiudere le centrali. Altri come la Polonia stanno iniziando a costruirle. La Francia guida il fronte dei favorevoli.

L’apertura al nucleare di nuova generazione del ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, che poi ha aggiustato il tiro, ha riaperto il dibattito sull’uso di questa tecnologia in Italia, scatenando reazioni opposte sia da parte della politica che del mondo delle imprese. Anche a livello Ue è in corso un dibattito su quale debba essere il ruolo del nucleare nella transizione verde. Ai poli opposti si trovano Francia e Germania, con la prima che lo ritiene strategico per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità e la seconda che da tempo ha annunciato di volerlo abbandonare definitivamente.

La Commissione europea, che nell’ambito del “Piano per una nuova strategia di finanza sostenibile avrebbe dovuto stabilire se l’energia nucleare possa essere considerata green e compatibile con l’ambiente, ha preferito rinviare la questione, spiegando che si sarebbe riservata di decidere separatamente su questo tema. In una recente intervista al Corriere della Sera, la commissaria europea all’Energia Kadri Simson ha ricordato che in base alla strategia Ue il nucleare coprirà circa 15% del consumo finale europeo dopo il 2050. “Non emette CO2 e gli Stati membri che hanno centrali programmano di usarle o di costruirne di nuove”, ha dichiarato precisando però che spetta agli Stati membri decidere se utilizzarlo o meno.

Favorevoli e contrari

La Francia ottiene più di due terzi della sua elettricità dal nucleare. Il presidente francese Emmanuel Macron si è impegnato a ridurre la percentuale di nucleare al 50% entro il 2035, aumentando nel contempo l’energia rinnovabile. Allo stesso tempo però ha deciso che i suoi reattori più vecchi, quelli che entro il 2030 raggiungeranno i 40 anni di attività, potranno continuare a produrre energia per altri 10 anni, arrivando a 50 anni. L’idea di Macron è puntare sul nucleare di terza generazione. Tuttavia il reattore pressurizzato europeo (EPR) che è stato commissionato per la centrale nucleare di Flamanville ha avuto fin qui un percorso segnato da ritardi e problemi. E non è ancora chiaro quando potrà entrare in funzione. Cingolani pensa addirittura al nucleare di quarta generazione che non sarà pronto prima del 2030, quando la transizione ecologica dovrebbe essere già a un buon punto.

La Germania invece ha intrapreso un percorso inverso. Dopo la catastrofe di Fukushima a marzo del 2011, Berlino ha fatto marcia indietro sul nucleare: l’obiettivo è abbandonare definitivamente l’energia atomica entro il 2022. L’addio costerà alla Germania 2,4 miliardi di euro, che serviranno per metter fine a tutte le controversie legali nate a seguito dell’annuncio del phase out.

Anche il Belgio mira a chiudere i suoi reattori; lo scorso anno una richiesta dell’utility Electrabel di estendere la vita di alcuni di essi di altri 20 anni è stata respinta dal governo. Bruxelles sta lavorando a un’asta per sostituire il primo reattore nucleare con una flotta di impianti a gas.

Svezia e Finlandia invece continuano a puntare sul nucleare, che genera il 42% dell’elettricità svedese e l’espansione di questa quota è una parte vivace del dibattito in vista delle elezioni parlamentari del prossimo anno. Islanda, Norvegia e Danimarca invece hanno sempre rifiutato questa tecnologia, preferendo puntare sulle rinnovabili.

In Spagna, il governo socialista nel 2019 aveva annunciato che avrebbe spento i sette reattori nucleari del paese tra il 2025 e il 2035, con l’obiettivo di affidarsi completamente alle energie rinnovabili entro la metà del secolo. Ma l’impennata dei prezzi dell’energia elettrica di quest’anno ha riacceso il dibattito sul nucleare che attualmente fornisce un quinto dell’elettricità del paese.

I Paesi dell’Est invece scommettono sul nucleare per riuscire ad abbattere le loro emissioni e soprattutto a ridurre la dipendenza delle loro economie dal carbone, una sfida che per Paesi come la Polonia è tutta in salita. Varsavia lo scorso anno aveva annunciato di voler costruire la sua prima centrale nucleare entro il 2033, con l’obiettivo di raggiungere tra i 6 e i 9 gigawatt (GW) di capacità di energia. La Repubblica Ceca attualmente ricava il 33% del fabbisogno energetico dal nucleare, la Slovacchia il 50%. Anche in Ungheria e Bulgaria un terzo dell’elettricità viene dal nucleare.

Nell’Unione europea il primato del nucleare spetta in ogni caso alla Francia con 56 centrali,  Belgio e Spagna ne hanno 7, Svezia, Germania e Repubblica Ceca 6, Slovacchia, Svizzera, Finlandia e Ungheria 4, Bulgaria e Romania 2, Paesi Bassi e Slovenia una. Portogallo, Grecia e Irlanda invece al momento non hanno centrali attive, esattamente come l’Italia che ha abbandonato definitivamente il nucleare negli anni ’90, a seguito del referendum del 1987.