Metano, Ue e Stati Uniti vogliono ridurre le emissioni del 30% entro il 2030

Gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno concordato di tagliare le emissioni di metano di circa un terzo entro la fine di questo decennio e stanno spingendo altre grandi economie ad unirsi a loro.

È quanto emerge da una bozza del Global Methane Pledge vista dall’agenzia Reuters. Il documento prevede che chi aderisce si impegna a tagliare le sue emissioni di metano del 30% entro il 2030 rispetto ai livelli registrati nel 2020. I contenuti dell’intesa dovrebbero essere svelati venerdì 17 settembre durante un incontro tra alcuni dei Paesi che inquinano di più organizzato in vista della COP26 sul clima che si terrà a Glasgow, a novembre. Europa e Stati Uniti cercheranno di convincere grandi emettitori come Cina, Russia, India, Brasile, Arabia Saudita, Norvegia, Qatar, Gran Bretagna, Nuova Zelanda e Sud Africa a unirsi ai loro obiettivi prima del vertice mondiale dedicato ai cambiamenti climatici

Il gas metano, responsabile dell’effetto serra, è la principale causa dei cambiamenti climatici dopo l’anidride carbonica (CO2), e il suo impatto diventa sempre più rilevante man mano che i governi cercano soluzioni per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C, come previsto dall’Accordo di Parigi sul clima.

Il metano ha un potenziale di intrappolamento del calore più alto dell’anidride carbonica, ma si scompone nell’atmosfera più velocemente, quindi “riduzioni forti, rapide e sostenute” nelle emissioni di metano, oltre a ridurre le emissioni di CO2, possono avere un impatto positivo sul clima rapidamente. I settori che dovranno tagliare le proprie emissioni di metano non saranno solo le produzioni di petrolio e gas e le miniere di carbone, ma anche l’agricoltura e i rifiuti.

Le emissioni del settore agroalimentare

L’impatto ambientale della produzione di cibo a livello globale in termini di emissione di gas serra ammonta a 17 miliardi di tonnellate di CO2. Il 29% deriva dalla produzione di alimenti di origine vegetale, mentre quasi il doppio (il 57%) è dovuto ai cibi di origine animale. A ‘pesare’ sul bilancio sono soprattutto gli allevamenti bovini e le coltivazioni di riso, con il Sud America e il Sudest asiatico in testa alle regioni che emettono più gas serra. A dirlo è uno studio pubblicato sulla rivista Nature Food da un gruppo internazionale di esperti guidato dall’Università dell’Illinois a cui partecipa anche la divisione Statistica della FAO di Roma.

I dati, raccolti in oltre 200 Paesi del mondo intorno al 2010, dimostrano che i sistemi alimentari sono responsabili del 35% delle emissioni legate alle attività umane. In particolare, il 29% è dovuto alla produzione di cibi di origine vegetale (19% CO2, 6% metano, 4% protossido di azoto), il 57% si deve agli alimenti di origine animale (32% CO2, 20% metano, 6% protossido di azoto), mentre gli altri prodotti a uso non alimentare, come il cotone e la gomma, contribuiscono alle emissioni per il 14%. I ricercatori sono riusciti a creare un database pubblico che consente di stimare l’impatto ambientale delle varie attività del settore alimentare nelle diverse aree del mondo. Da questo lavoro emerge che Cina, Brasile, Stati Uniti e India sono i Paesi ‘maglia nera’ per le emissioni associate alla produzione di alimenti di origine animale, mentre le emissioni relative ai cibi di origine vegetale sono maggiori in Cina, India e Indonesia.

Considerando che la crescita della popolazione mondiale porterà ad aumentare le colture e gli allevamenti, adottare stili di vita e politiche che possano mitigare gli effetti dei gas serra diventa sempre più urgente.