Il problema della transizione ecologica Ue che tiene insieme rinnovabili e gas

Il progetto del gasdotto Bulgaria-Romania-Ungheria-Austria (BRUA), formalmente concepito nel 2016 e parzialmente sponsorizzato dall'Unione Europea, dovrebbe fornire 4,4 miliardi di metri cubi all'anno all'importante hub regionale situato a Baumgarten, in Austria, nel 2022. EPA-EFE/ROBERT GHEMENT

Il gas naturale è al centro della discussione sulla transizione energetica dell’Ue. Secondo alcuni contribuisce in maniera importante al contenimento delle emissioni climalteranti e crea nuove opportunità di sviluppo per il settore industriale ed energetico, secondo altri rappresenta solo una versione apparentemente più innocua degli altri combustibili fossili. In natura infatti si trova comunemente allo stato fossile, come il petrolio e il carbone.

Sulla strada per raggiungere gli obiettivi climatici dell’Ue vi sono una serie di ostacoli e uno di questi sembra essere proprio il gas naturale. Il tema è quello dei finanziamenti per i progetti basati su di esso, attraverso i fondi del Just Transition Fund (o fondo di transizione giusta), pensato per mitigare le conseguenze sociali immediate derivate dalla transizione ecologica. Perché la paura di tanti Paesi – come la Polonia – la cui economia è ancora pressoché improntata sul carbone, è sempre stata quella di pagare un prezzo sociale troppo alto. Da qui l’insistenza (anche lessicale) nel parlare di una transizione “giusta”, che cioè non sacrifica  i posti di lavoro attualmente impiegati nei settori più inquinanti.

Alcuni Paesi europei hanno fatto molte pressioni perché i fondi dell’Ue continuassero ad essere destinati ai progetti basati sul gas naturale, sostenendo che si tratti dell’unica via per eliminare gradualmente il carbone, pena il rischio di non poter rispettare gli obiettivi climatici.
Non è un caso che in base ai dati dell’Agenzia internazionale per l’energia (Iea), l’anno scorso “la produzione delle centrali elettriche a carbone dell’Unione europea è diminuita di oltre il 25 per cento, mentre quella a gas è aumentata di quasi il 15 per cento superando per la prima volta il carbone”.

Alla fine questa è diventata anche la linea della Commissione europea. Nell’ambito dell’accordo di bilancio di luglio, è stato stabilito che il 30% dei fondi dell’Ue sarà destinato a investimenti verdi, tra cui la produzione di energia rinnovabile, il rinnovo degli edifici e la realizzazione di reti di ricarica per veicoli elettrici in tutta Europa. In più entro il 2030, tutti i 27 Stati membri dovranno raggiungere insieme il 32% del consumo di energia rinnovabile, ma permangono grandi differenze nella produzione di energia pulita tra i Paesi dell’Ue.
“Dobbiamo potenziare l’Europa con tecnologie verdi a prova di futuro e accelerare l’uso delle energie rinnovabili. Il nostro futuro si baserà in gran parte su di esse”, ha detto la commissaria europea per l’energia Kadri Simson nel corso di un recente evento organizzato da Euractiv.com.

Allo stesso tempo ha però ribadito che “Siamo molto consapevoli del fatto che i Paesi dell’Ue si trovano in posizioni di partenza diverse per la transizione verso la neutralità climatica”. Il riferimento in questo era essenzialmente rivolto alla Polonia, che ottiene quasi l’80% dell’elettricità da impianti a carbone fortemente inquinanti ma sono tanti i Paesi il cui sistema produttivo è molto inquinante: Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Romania, Slovenia ma anche la stessa Germania che infatti avrà una quota significativa del Just Transition Fund. Il gas per questi Paesi sembra essere la via privilegiata. Del resto anche un Paese come l’Italia, che pure ha pianificato di uscire totalmente dal carbone entro il 2030, raggiungerà l’obiettivo convertendo una parte rilevante degli impianti a carbone in nuove unità a gas. 

Il via libera semi definitivo è stato dato dal Parlamento europeo che mercoledì 16 settembre,  in plenaria, ha votato l’ok al finanziamento di progetti di gas naturale per quelle regioni che dipendono fortemente “dall’estrazione e dalla combustione di carbone, lignite, scisti bituminosi o torba”. Questo tipo di investimenti dovrà essere realizzato in linea con la tassonomia verde, che è stata approvata l’anno scorso e ad oggi mira a convogliare il capitale privato verso investimenti “verdi”. La tassonomia stabilisce i criteri per determinare quali attività si possano considerare “sostenibili”, attribuendo una sorte di “patente” di sostenibilità per quelle che attività che danno un contributo sostanziale rispetto ad uno dei sei obiettivi climatici e ambientali senza danneggiarne altri, e per ora non esclude che il gas naturale possa essere considerato una “fonte di transizione” verso un’economia priva di combustibili fossili.

Vi sono almeno due grandi critiche che vengono mosse alla strategia di considerare gli impianti a gas naturale come una forma di transizione verso un’economia autenticamente sostenibile: la prima critica mette in discussione la logica di destinare le risorse europee per sovvenzionare industrie in ogni caso destinate ad essere superate, anziché dirottare quelle medesime risorse per accelerare la transizione verde; la seconda critica mette in discussione l’approccio che in inglese si definisce “one size fits all”, in base a cui alla fine conterà il risultato che l’Ue raggiungerà nel suo complesso, e che permette di fatto ad alcuni Paesi di essere esentati dal raggiungere a pieno gli obiettivi climatici, perchè il loro fallimento sarà in ogni caso mitigato dai Paesi più “verdi”.

La strada per un’Europa verde per ora è sempre piuttosto grigia.

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