I Paesi Ue insistono per portare avanti alcuni progetti sul gas. A rischio gli obiettivi climatici

Un operaio al lavoro al cantiere del gasdotto Balkan Stream vicino al villaggio di Kamenovo, Bulgaria, 01 giugno 2020. EPA-EFE/VASSIL DONEV

I ministri dell’energia dei Paesi Ue, riuniti nel Consiglio di venerdì 11 giugno, hanno deciso di portare avanti alcuni progetti transfrontalieri selezionati incentrati sul gas naturale, in particolare a Malta e Cipro, nonostante la spinta in senso opposto di 11 paesi e della Commissione europea.

Il tema ampio era quello della revisione del regolamento relativo alle reti transeuropee dell’energia (RTE-E) per “modernizzare, decarbonizzare e interconnettere le infrastrutture energetiche transfrontaliere”, nel quadro del conseguimento degli obiettivi UE della neutralità climatica entro il 2050. Una discussione dunque senza dubbio delicata, perché si tratta tradurre in concreto gli obiettivi generali del Green Deal, allocando o interrompendo finanziamenti e investimenti di grande portata.
I ministri dell’energia dei paesi dell’UE hanno concordato la loro posizione, che ora deve essere negoziata con il Parlamento europeo, per trovare un accordo definitivo sul futuro atto legislativo. Per i Paesi membri ci sono alcuni progetti di gas naturale che devono rimanere in piedi: anche se nel comunicato ufficiale si parla della decisione “di porre termine al sostegno destinato a nuovi progetti relativi al petrolio e al gas naturale e di introdurre criteri vincolanti di sostenibilità per tutti i progetti”, in realtà il sostegno a progetti di questo tipo a Malta e Cipro rimarrà inalterato almeno fino a quando quei paesi non saranno pienamente collegati alla rete europea del gas.

Questo potrebbe garantire il completamento del gasdotto Eastmed di Grecia, Cipro e Israele per rifornire l’Europa di gas dal Mediterraneo orientale. E in generale il completamento di tutti quei progetti precedentemente definiti come progetti di interesse comune (PCI). “La deroga è intesa a porre fine all’isolamento di questi due Stati membri e dare loro accesso ai futuri mercati dell’energia, compreso l’idrogeno”, si legge nel comunicato.
Le regole “TEN-E” dell’UE definiscono quali progetti energetici trasfrontalieri possono essere etichettati come progetti di interesse comune (PCI), dando loro accesso ai fondi dell’UE e ai permessi accelerati. Ma un conto sono i parametri del precedente regolamento, un conto quelli nuovi, che dovrebbero portare a raggiungere l’obiettivo delle zero emissioni nel 2050. La revisione del regolamento RTE-E individua 11 corridoi e 3 aree tematiche prioritari, veicolando i prossimi investimenti per le reti elettriche offshore, infrastrutture per l’idrogeno e reti intelligenti.

Al di là del caso dei progetti di gas naturale di Cipro e Malta, in ogni caso, anche per tutti gli altri progetti si prevede un periodo di transizione piuttosto lungo, che terminerà il 31 dicembre 2029. Non si tratta dunque di chiudere subito i rubinetti. Fino a fine 2029 le infrastrutture per il gas esistenti che sono state adeguate potranno comunque essere usate per trasportare o stoccare una miscela predefinita di idrogeno e gas naturale o biometano.
A dicembre dello scorso anno, invece, la Commissione europea aveva proposto una nuova versione del progetto di regolamento che escludeva del tutto le infrastrutture basate su petrolio e gas. Una posizione, quella dell’organismo guidato da Ursula Von Der Leyen, assunta anche da undici Stati membri, che si erano incontrati prima della riunione del Consiglio per chiedere che le regole escludessero tutti i combustibili fossili, incluso il gas: Lussemburgo, Austria, Spagna, Belgio, Germania, Danimarca, Irlanda, Olanda, Estonia, Lettonia e Svezia.
Altri Stati, al contrario, tra cui la Repubblica Ceca e la Slovacchia, avrebbero voluto che la miscelazione del gas fosse consentita almeno fino al 2035.

Alla fine della riunione Germania, Spagna, Austria e Lussemburgo non hanno sostenuto l’accordo che costituisce la base per la posizione del Consiglio nei negoziati con il Parlamento europeo.
La palla ora passa proprio al Parlamento, che verosimilmente punterà ad innalzare l’asticella della sostenibilità ambientale.
A questo proposito vale la pena segnalare una presa di posizione inusuale: il ministro lussemburghese dell’energia e dei trasporti, deluso dalle negoziazioni dei Paesi membri in seno al consiglio, sull’account ufficiale di Twitter ha detto di “contare sull’azione del Parlamento perchè il testo sia migliorato”. Quasi un’ammissione della fragilità del metodo intergovernativo sulle questioni che trascendono l’interesse dei singoli stati.