Carbone: la miniera che infiamma lo scontro tra Polonia, Repubblica Ceca e Germania

La miniera di carbone di Turow. [MATTHIAS HIEKEL / EPA]

La miniera di Turow continua a creare tensioni tra Varsavia e i Paesi confinanti. Martedì il Parlamento polacco ha discusso della causa presentata da Praga alla Corte di giustizia Ue per chiedere la chiusura dell’impianto.

Quando a marzo il governo ceco ha annunciato di voler portare la Polonia alla più alta corte d’Europa, Varsavia è rimasta spiazzata. Non capita spesso che un Paese denunci l’esecutivo di un altro Stato membro. E il governo polacco non avrebbe certo immaginato che potesse farlo un alleato del gruppo di Viségrad. Praga non sta semplicemente tentando di ostacolare l’estensione dell’attività mineraria a Turów, una miniera di lignite che è stata in funzione per quasi 100 anni, ma vuole anche che la Corte di giustizia europea ne ordini la sua chiusura.

L’atteggiamento del governo ceco si può comprendere se si tiene conto della collocazione geografica dell’impianto, che si trova proprio al confine con la Repubblica Ceca e la Germania, nel sud-ovest della Polonia.

Sia la comunità ceca che quella tedesca che vivono in quella zona sostengono che la centrale, oltre a causare livelli pericolosi di inquinamento atmosferico e acustico, prosciuga le riserve d’acqua della falda freatica che si trova lungo il confine. Varsavia contesta questa versione, sostenendo che i funzionari del governo polacco e la compagnia statale PGE, che possiede Turów, si sono consultati regolarmente con Praga e che non c’era motivo di intensificare la disputa.

Il dibattito al Parlamento polacco

Martedì 30 marzo, le commissioni parlamentari congiunte per l’Energia, il clima e i beni statali, l’Ambiente e gli Affari esteri hanno discusso della causa presentata dalla Repubblica Ceca. Il vice ministro del Clima e dell’ambiente Piotr Dziadzio, secondo quanto riporta il sito polacco Portal Komunalny ha sottolineato che dalla fine del 2019 sono in corso intensi negoziati su Turow con la Repubblica Ceca. “Non è vero che la parte polacca non ha reagito alla comunicazione e alle aspettative della parte ceca, Siamo tornati al dialogo, è stato molto intenso, compresa la discussione di proposte e soluzione amichevole del conflitto”, ha dichiarato. Secondo la sua ricostruzione alla fine di novembre 2020 i cechi hanno presentato delle rivendicazioni finanziarie sull’attività della miniera di Turów, che a suo dire non avrebbero alcuna connessione con l’estrazione mineraria. Ha spiegato che già ora i crediti ammontano a 10 milioni di euro, e l’obiettivo sarebbe di arrivare a 60 milioni di euro.

Il viceministro sostiene che per soddisfare i cechi, la società che gestisce la miniera si è impegnata a costruire una tenda speciale che assicurerebbe il potenziale flusso d’acqua dalla parte ceca verso la Polonia. Inoltre ha dichiarato che la Repubblica Ceca una cava di ghiaia a sei livelli che copre diverse centinaia di ettari, che potrebbe avere un impatto su queste risorse.

Il viceministro del Patrimonio statale Zbigniew Gryglas, intervenuto a sua volta, ha sottolineato che il complesso di Turów, che comprende sia la miniera sia la centrale, è un elemento molto importante del sistema energetico polacco. Si tratta di quasi 2 GW di capacità installata e la centrale fornisce elettricità a 2,3 milioni di famiglie. Ha inoltre ricordato che la procedura di estensione della concessione di Turów è iniziata sei anni fa ed è stata estesa per un altro nel marzo 2020.

Le proteste degli attivisti

Nelle scorse settimane gli attivisti di Greenpeace hanno protestato nella zona della miniera per chiedere al governo polacco di abbandonare il carbone entro il 2030. Secondo Greenpeace, “la mancanza di un piano di allontanamento dal carbone delle regioni di Turów e Bełchatów potrebbe far perdere alla Polonia i finanziamenti europei del Just transition fund. “Inoltre, l’operazione a cielo aperto di Turów è l’asse di una disputa con la vicina Repubblica Ceca e la Germania”, sottolineano gli attivisti dell’organizzazione.

PGE ha risposto all’azione degli ambientalisti, secondo cui la protesta di Greenpeace nel sito della miniera è stata ispirata, tra gli altri, da attivisti cechi e legata alla richiesta di portare alla chiusura del complesso di Turów il più presto possibile. Nel 2020, il ministro per il Clima Michał Kurtyka ha esteso la concessione per l’estrazione della lignite fino al 2026, ma l’azienda ha chiesto una nuova concessione che durerà fino a quando durerà il deposito di carbone di Turów, vale a dire fino al 2044.

“Anche la prospettiva del 2044 è spaventosa per noi. Non ci dà nemmeno 50 anni, che sarebbero sufficienti per condurre una transizione che sarebbe piena, sicura e senza conseguenze negative per la regione”, ha dichiarato al Guardian il sindaco ad interim di Bogatynia, Wojciech Dobrołowicz.

La questione climatica

Nel 2019, la lignite bruciata nella centrale elettrica di Turów ha pompato 5,5 milioni di tonnellate di CO2 nell’atmosfera, rendendola la quinta fonte di emissioni di gas serra in Polonia. L’impegno dell’Ue a ridurre le emissioni di CO2 di almeno il 55% entro il 2030 e di azzerarle entro il 2050 costringe anche Varsavia a invertire la rotta.

Inoltre le regole europee sugli aiuti di stato limitano la possibilità di Varsavia di fornire sostegno alle centrali a carbone in difficoltà, quindi il progressivo declino dell’impianto sarà inevitabile. Il 78% dei polacchi concorda sul fatto che la crisi climatica richiede un’azione urgente. Molte comunità, tuttavia, temono che un futuro senza carbone possa essere più incerto e con meno posti di lavoro.

Il governo polacco prevede la chiusura di 13 miniere scaglionata tra il 2021 e il 2049. Inoltre si è impegnato a far sì che entro il 2030 il carbone rappresenti al massimo il 56% dell’elettricità al posto del 70% attuale, e che le rinnovabili arrivino al 23%. Inoltre sempre secondo i piani di Varsavia entro il 2043 verranno costruite 6 centrali nucleari di ultima generazione ad acqua pressurizzata.