Breton ad ArcelorMittal: “Conversione verde anche per l’acciaio”

Vista dell'incendio industriale in uno stabilimento della multinazionale dell'acciaio ArcelorMittal ad Aviles, nel nord della Spagna, il 16 ottobre 2018 EPA-EFE/JOSE LUIS CEREIJIDO

“Il piano per la ripresa Ue offre nuove opportunità di finanziamento per rendere l’industria verde, digitale e resiliente” anche per “il settore dell’acciaio”. Così il commissario Ue per l’Industria, Thierry Breton avrebbe detto al ceo di ArcelorMittal, Lakshmi Mittal, in una videoconferenza tenutasi nel pomeriggio di lunedì (8 giugno).

Seguendo anche quanto già affrmato nei giorni scorsi dal Vice-Presidente Timmermans, il commissario “ha espresso interesse per il ruolo da leader di ArcelorMittal nello sviluppo di tecnologie a basse emissioni di carbonio, attraverso l’idrogeno e altre soluzioni, ed ha sottolineato l’importanza della nascitura Alleanza europea per l’Idrogeno nella siderurgia” (secondo fonti del suo gabinetto). La Commissione Ue punta sull’idrogeno pulito per la produzione siderurgica e nel suo piano per la ripresa prevede un aumento del fondo per la transizione energetica, il Just Transition Fund, da 7,5 a 40 miliardi di euro.

Dal dicembre del 2014 i membri della commissione europea – non solo i commissari, ma anche i componenti del loro gabinetto e i direttori generali – hanno l’obbligo di comunicare sul sito internet della commissione i dettagli degli incontri con aziende, società di consulenza, ong, lobbisti.

Il caso Ilva

Dalle ore 7 di martedì (9 giugno), è partito lo sciopero di 24 ore proclamato dai sindacati in tutti gli stabilimenti italiani del gruppo ArcelorMittal, con un presidio di lavoratori davanti alla direzione del siderurgico di Taranto. Fim, Fiom e Uilm hanno spiegato che “saranno rispettate le misure di sicurezza previste dal Dpcm sull’emergenza Coronavirus, si manterrà la distanza di un metro e verranno indossate le mascherine». Lavoratori e sindacati protestano contro il nuovo piano industriale presentato da ArcelorMittal che prevede oltre 3mila esuberi e il mancato rientro in servizio dei 1.600 lavoratori rimasti in cassa integrazione dal 2018.

L’impianto di Taranto ha una storia lunga e tormentata. Inaugurato il 10 aprile 1965 dall’allora presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, il polo nacque con molte aspettative di rilancio in una zona in grande difficoltà come era Taranto all’inizio degli anni Sessanta. Negli anni è emerso che il problema principale fosse l’inquinamento prodotto dallo stabilimento, con un impatto drammatico sui morti “riconducibili” alle emissioni dell’acciaieria. La concentrazione delle sostanze tossiche è più alta nei quartieri più vicini alle ciminiere: lì la mortalità è quadrupla e i ricoveri per malattie cardiache tripli rispetto al resto della città.

La stessa ArcelorMittal autocertifica emissioni annuali di oltre 2 mila tonnellate di polveri, 8.800 tonnellate di idrocarburi policiclici aromatici, 15 tonnellate di benzene e svariate tonnellate di altri inquinanti, nel pieno rispetto dei limiti di legge. Periti chimici ed epidemiologici, nominati in fasi diverse dalla magistratura, hanno però appurato senza ombra di dubbio che varie norme anti-inquinamento non vengono rispettate.

Nella puntata di Report andata in onda lunedì 8 giugno veniva invece proposto l’esempio di Feralpi Siderurgica, molto attenta alle questioni ambientali e al riciclo di tutti i materiali di scarto della produzione. 

L’ILVA è ancora in attesa di una coraggiosa politica industriale, non tanto su scala nazionale ma europea. Scelte che, attraverso investimenti congiunti di Italia ed Unione, in sinergia con ArcelorMittal, consentano di guidare il polo siderurgico più grande d’Europa verso un futuro competitivio globale, fondato sullo spostamento del prodotto e dei processi verso la frontiera delle possibilità produttive, con massicci investimenti in innovazione.