Istituto Delors: Bruxelles sta gettando le basi per la rinascita green del nucleare

Il cantiere della centrale di Hinkley Point C, in costruzione da parte di Edf nel Regno Unito. [EDF Energy]

Con tutta probabilità, la Commissione europea presenterà una proposta nei prossimi mesi per includere l’energia nucleare nella tassonomia finanziaria verde dell’Ue, ha detto a EURACTIV Thomas Pellerin-Carlin, ricercatore al Jacques Delors Institute. Probabilmente aspetterà però l’esito delle elezioni in Germania, ha suggerito.

Thomas Pellerin-Carlin è un ricercatore all’Istituto Jacques Delors, dove dirige il Centro per l’energia. Ha parlato con Frédéric Simon.

Il ministro dell’economia francese Bruno Le Maire ha sottolineato l’importanza dell’inclusione del nucleare nella tassonomia finanziaria verde. Qual è la posta in gioco per la Francia?

Ci sono due questioni principali, una economica e una politica.

Dal punto di vista economico  il nucleare in Francia è strettamente legato alla compagnia Edf, che è all’80% di proprietà dello stato. Edf ha grossi problemi economici, con debiti netti superiori ai 40 milioni e investimenti massicci necessari, in parte nelle energie rinnovabili e in parte nel nucleare.

Dal lato del nucleare, ci sono due tipi di investimento: primo, la modernizzazione degli stabilimenti storici costruiti negli anni ’80, che devono osservare i requisiti imposti dall’Agenzia per la sicurezza del nucleare (Asn) francese.

L’altro tipo di investimento, quello che ha fatto Edf, è la costruzione di nuove centrali e il progetto di Flamanville con reattore ad acqua pressurizzata (Epr), che si è rivelato un fiasco totale raramente visto nella storia dell’energia.

Per dare un ordine di grandezza, il reattore Epr di Flamanville doveva costare inizialmente 3,5 miliardi di euro, mentre oggi si ha un costo stimato di 12 miliardi secondo Edf e 19 miliardi secondo la Corte dei conti.

E la costruzione non è ancora completa…

Il progetto è nato tra il 2001 e il 2003 e la centrale doveva essere conclusa nel 2012, perciò sono già dieci anni di ritardo! A parte questo, c’è un enorme esborso finanziario per Edf. Ciò nonostante, Edf vuole costruire altre sei centrali di questo tipo.

Fare tutto ciò richiede molti soldi. Edf non ne ha abbastanza, la compagnia ha mancato la svolta delle rinnovabili e non sta generando soldi sufficienti, anche se cerca di recuperare. Sul lato del nucleare, Edf deve cercare fondi, pubblici o privati. E qui entra in gioco la tassonomia. Se fosse considerato ‘green’, questa ricerca verrebbe facilitata di molto.

Siamo chiari: l’energia nucleare ha un impatto negativo sull’ambiente. Una centrale nucleare, come una eolica, peraltro, richiede cemento, acciaio e suolo artificiale. Inoltre, le centrali nucleari possono essere un problema per la biodiversità e inquinare le acque, per esempio in caso di incidenti nucleari o cattiva gestione dei rifiuti nucleari.

Per la tassonomia, la questione è determinare se questi danni all’ambiente sono significativi o no, questo è il principio “non creare danni significativi”.

La Commissione europea ha richiesto tre studi di esperti in materia, che hanno tutti concluso che il problema dei rifiuti radioattivi è gestibile. Su questa base, la Commissione deve ora fare una proposta per includere il nucleare nella tassonomia, ma sembra esitare. Quali sarebbero le conseguenze a livello industriale se il nucleare fosse escluso? Sarebbe l’inizio della fine del nucleare in Francia?

No, penso che getterebbe piuttosto della sabbia negli ingranaggi, il che renderebbe il finanziamento del nucleare più difficile e costoso. Per un’industria come il nucleare dove i costi di investimento sono estremamente alti, i tassi di interesse a cui le aziende possono indebitarsi sono un fattore fondamentale della redditività.

Un’eventuale esclusione dalla tassonomia renderebbe anche più complicato il finanziamento pubblico, in quanto il nucleare sarebbe riconosciuto dal diritto europeo come una tecnologia che causa danni significativi all’ambiente. Questo renderebbe più difficile giustificare l’uso del denaro dei contribuenti per finanziare qualcosa che è riconosciuto come dannoso per l’ambiente.

Una via d’uscita sarebbe quella di cercare finanziamenti fuori dall’Europa, specialmente in Cina. Edf ha già una partnership con la Cina, c’è un primo Epr in funzione a Taishan. E c’è il progetto Hinkley Point C nel Regno Unito che Edf sta costruendo con un partner cinese.

Economicamente, sarebbe logico continuare su questa strada. Ma da un punto di vista geopolitico e diplomatico, sarebbe un grosso problema in termini di sovranità e potenzialmente di sicurezza se il settore nucleare francese passasse sotto bandiera cinese.

Con le elezioni presidenziali in aprile, quale sarebbe l’impatto politico in Francia se il nucleare fosse escluso dalla tassonomia verde?

In primo luogo, alimenterebbe gli attacchi politici francesi contro “Bruxelles”. Sarebbe anche una spinta per i Verdi, che sono l’unico partito francese che ha sempre avuto una posizione antinucleare molto chiara. Ci sarebbero probabilmente attacchi da parte della sinistra storica, in particolare dal Partito Comunista, che è molto pro-nucleare e intrecciato con i sindacati del settore.

Ma gli attacchi più virulenti verrebbero certamente dall’estrema destra e dalla destra conservatrice – il Rassemblement National (Rn) e Les Républicains (Lr). Con l’eccezione di Michel Barnier, i repubblicani sono oggi più ambigui sull’Europa, pur rimanendo molto pro-nucleare. I candidati di questa famiglia politica, per esempio, denuncerebbero probabilmente una decisione tecnocratica e opaca dell’Europa che non tiene conto degli interessi francesi, ecc.

Questa critica anti-Bruxelles metterebbe Emmanuel Macron in una posizione scomoda perché il presidente francese si è sempre posizionato come un europeista convinto, andare contro Bruxelles non è mai stato il suo mestiere.

Quindi una decisione negativa sul nucleare a livello europeo potrebbe minare la sua campagna elettorale venendo interpretata come un esempio della mancanza di influenza politica della Francia a Bruxelles. Da gennaio 2022, Macron intende usare la presidenza francese del Consiglio dell’Ue per mostrare quanto sia stato capace di muovere l’Europa, in linea con il discorso “una Francia forte in un’Europa forte”. E questo messaggio diventerebbe improvvisamente più difficile da trasmettere.

Nucleare, chi spegne i reattori e chi vuole accenderli: le scelte degli altri Paesi Ue

Alcuni Paesi come Belgio e Germania hanno deciso di chiudere le centrali. Altri come la Polonia stanno iniziando a costruirle. La Francia guida il fronte dei favorevoli.

L’apertura al nucleare di nuova generazione del ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, che …

L’opinione pubblica francese mi sembra piuttosto favorevole al nucleare. Non c’è anche il rischio di suscitare sentimenti antieuropei tra la popolazione?

Questo rischio è limitato. Per la grande maggioranza dei francesi, la questione nucleare non è abbastanza saliente per scatenare proteste o un cambiamento di voto.

Ciò che è in gioco sono piuttosto le emozioni che possono essere suscitate dal destino di Edf come azienda pubblica che simboleggia il servizio pubblico francese. Edf è fortemente associata al potere dello Stato, che è fondamentale nella visione politica dei francesi.

Quindi, a meno che non ci sia uno scenario intorno al fallimento di Edf, non credo che la questione nucleare sarà abbastanza importante da causare un vero problema politico tra i francesi.

È anche per questo motivo che Emmanuel Macron ha deciso di rimandare le discussioni sulla riforma di Edf a dopo le elezioni, essendo la questione così eminentemente politica.

L’inclusione del nucleare nella tassonomia e il futuro di Edf – queste due questioni non sono collegate?

Sì, sono collegati. Ma non credo che una decisione negativa della Commissione sul nucleare possa avere un impatto massiccio su Edf nei mesi a venire. L’impatto sarebbe naturalmente significativo, ma sarà differito nel tempo, con un accesso al finanziamento che diventerà più difficile.

Per ora, con i prezzi elevati dell’elettricità, Edf ha meno problemi di flusso di cassa. Non hanno problemi finanziari a breve termine. E da aprile 2022, non credo che ci sarebbe un grande impatto su Edf.

Da un punto di vista politico, tuttavia, il dibattito sul nucleare e sulla tassonomia rischia di sollevare domande sul record europeo di Emmanuel Macron e sul posto dell’Europa in Francia.

Dopo le elezioni del 2022, qualsiasi nuovo governo dovrà affrontare la questione del futuro di Edf. E c’è un rischio politico reale se Edf dovesse essere divisa o privatizzata.

Per gran parte dell’opinione pubblica e della classe politica francese, questo sarebbe interpretato come un simbolo di quello che viene percepito come un declino dello Stato, un “declino della Francia”.

La Germania è tra i paesi più fortemente contrari all’inclusione del nucleare nella tassonomia. Secondo lei, le posizioni tedesca e francese sono diventate inconciliabili?

Penso che si debba distinguere tra la retorica politica e gli accordi reali che si trovano dietro le porte chiuse.

In Germania, il movimento antinucleare è profondamente radicato e radicale. Le manifestazioni degli anni ’70 e ’80 sono state talvolta violente, con centinaia di feriti, manifestanti armati di molotov. È un livello di violenza che ricorda più i Gilet Gialli che le manifestazioni pacifiche del movimento Friday for Future. Per il governo tedesco, la posizione antinucleare è quindi profondamente radicata nella società.

Ora, ci sono compromessi che si trovano tra i diplomatici su questo argomento come su altri. E il ruolo chiave qui è giocato dalla Commissione europea, che ha poteri esclusivi a livello Ue per fare una proposta legislativa. E da questo punto di vista, c’è un ruolo importante giocato da Thierry Breton, il commissario del mercato interno dell’Ue.

La proposta della Commissione, qualunque essa sia, ha buone possibilità di essere adottata alla fine perché è difficile costituire una maggioranza per rovesciare la sua proposta.

Ci sono voci di un possibile compromesso tra Parigi e Berlino, dove la Francia appoggerebbe la Germania sul gas in cambio del sostegno tedesco sul nucleare. Le sembra possibile un tale compromesso?

L’inclusione del gas sarebbe la fine della tassonomia. Per gli investitori, la tassonomia deve essere credibile e il dibattito scientifico sul gas è deciso: il gas fossile non è verde, non può entrare nella tassonomia a causa delle relative emissioni inquinanti di CO2 e metano. Sarebbe la fine della tassonomia e un colpo al Green Deal perché manderebbe il messaggio che questo è tutto un grande esercizio di greenwashing.

Un’etichetta verde per il nucleare, d’altra parte, danneggerebbe la credibilità della tassonomia agli occhi degli investitori tedeschi, austriaci o italiani.

Al contrario, dal punto di vista di un investitore americano, non si discute: il nucleare è verde. E sarebbe lo stesso agli occhi degli investitori cinesi, indiani, australiani o canadesi. infatti fuori dall’Europa, non conosco nessun paese che abbia deciso di abbandonare il nucleare.

Da questo punto di vista, non c’è una buona scelta sul nucleare – che la Commissione decida di includerlo o meno nella tassonomia, ci sono solo cattive opzioni. Ma ad un certo punto dovrà decidere.

L’ha appena detto, non c’è una buona scelta sul nucleare. Come può la Commissione europea rompere l’impasse?

Non vedo come potrebbe farlo. Con la tassonomia, o sei dentro o sei fuori.

Bene, la tassonomia riconosce le cosiddette tecnologie di “transizione”. E sul gas, la Commissione ha trovato una soluzione creativa dicendo che farà una proposta legislativa separata sul ruolo del gas nella transizione energetica. Una soluzione simile potrebbe essere considerata per il nucleare?

Sì, ma questo distorcerebbe la tassonomia. L’obiettivo della tassonomia è di definire delle soglie oltre le quali un investimento è considerato verde o no.

Infatti, una tassonomia credibile può coprire solo l’1, il 2 o il 3% del Pil attuale. A parte le turbine eoliche, le batterie o qualche altro investimento, la stragrande maggioranza dell’economia oggi è completamente fuori dagli obiettivi della tassonomia, o dell’accordo di Parigi. Questo è il valore aggiunto della tassonomia: identificare quei pochi settori che sono veramente verdi per aiutare gli investitori, le aziende e i promotori di progetti a capire quali obiettivi devono raggiungere per diventare verdi. Includere nella tassonomia settori che, come il gas fossile, non sono compatibili con la neutralità climatica, sarebbe greenwashing.

Tutto il lobbismo che è stato fatto negli ultimi due anni, sia sul nucleare che sul gas o sulle “attività di transizione”, tende a screditare la tassonomia agli occhi degli investitori. Ad un certo punto c’è un punto di rottura.

La Commissione avrebbe dovuto fare una proposta entro la fine dell’estate per includere il nucleare nella tassonomia, ma sembra che stia giocando con il tempo. Pensa che le elezioni tedesche di settembre abbiano un’influenza su questo ritardo?

Non lo so con certezza. Ma la dinamica attuale mi porta a pensare che la Commissione farà una proposta in questa direzione, riconoscendo il nucleare come una tecnologia “verde” nella tassonomia. Secondo le relazioni di esperti che sono state emesse, non ci sono prove sufficienti che le scorie siano un problema che causa un danno “significativo” all’ambiente.

Supponendo che la Commissione sappia già che proporrà di includere il nucleare nella tassonomia, sarebbe davvero nel suo interesse aspettare l’esito delle elezioni tedesche.

A seguito delle relazioni degli esperti, la Commissione dovrebbe quindi logicamente proporre di includere il nucleare nella tassonomia e riconoscerlo come una tecnologia “verde”?

Sì, questo sarebbe coerente con le dinamiche degli ultimi mesi. Oggi è molto complicato dimostrare scientificamente che le scorie nucleari rappresentano un problema ambientale “significativo” che non può essere superato.

Potrebbe anche essere una delle novità della politica europea di questi giorni: confrontando l’attuale Commissione con quelle precedenti, c’è ora una chiara priorità data al clima nella gerarchia degli obiettivi ambientali ed energetici. Il clima è chiaramente la priorità numero uno.

A breve termine, lo spegnimento di un reattore nucleare da un gigawatt – la dimensione media di un reattore – aggiunge quasi automaticamente da due a tre milioni di tonnellate di emissioni di CO2 all’anno, a seconda che l’elettricità sostitutiva provenga da fonti rinnovabili o da centrali a carbone e gas esistenti.

Da questo punto di vista, c’è un ruolo necessario per l’energia nucleare in Europa negli anni 2020 e probabilmente oltre. E nei paesi in cui le centrali nucleari vengono chiuse – in Germania, in Belgio e anche in Francia con Fessenheim – è soprattutto il riflesso di una scelta politica legittima, che in Germania è il risultato di un profondo sostegno democratico all’abbandono progressivo del nucleare.

Inoltre, all’interno della Commissione, la presidente Ursula von der Leyen non è nota per assumere posizioni antinucleari, a differenza di molti politici tedeschi. Per quanto riguarda Frans Timmermans, il vicepresidente esecutivo, è cauto e non si oppone ferocemente al nucleare, un argomento che il suo capo dello staff, Diederik Samsom, conosce molto bene – ha una laurea in fisica nucleare.

Più ampiamente, ci sono anche posizioni mutevoli tra il movimento ambientalista in Francia. Nel partito dei Verdi Eelv, c’è una spaccatura emergente tra una giovane generazione per la quale il cambiamento climatico è la priorità assoluta, e per la quale l’uscita dal nucleare è un obiettivo lodevole ma secondario, e una generazione che si è politicizzata negli anni ’80 e ’90, che ha vissuto Chernobyl, e che è molto legata a una rapida uscita dal nucleare.

Per coloro che si sono uniti al movimento dei Verdi più recentemente – i Fridays for Future per esempio – chiaramente il clima è la priorità numero uno. Ci sono persone oggi all’Eelv che ti dicono in privato che non vogliono chiudere le centrali nucleari fino al 2035. E questa è una novità, anche se è ancora una posizione minoritaria.

E poi all’interno della Commissione c’è Thierry Breton, che è una figura chiave su questo argomento, e che un po’ eccede le sue prerogative di commissario al mercato interno facendo una campagna pubblica a favore del nucleare.

In realtà, guardando il Collegio dei Commissari, non vedo nessuno che sia ferocemente antinucleare. Mentre avete una maggioranza di commissari che sono chiaramente pro-clima e che hanno accettato il nucleare come una fonte di energia transitoria, e in ogni caso come un male necessario in attesa della fine del carbone. E avete anche alcuni commissari, tra cui Thierry Breton, che sono ferocemente pro-nucleare.

Quindi, alla luce di tutto questo, quello che mi sembra più probabile è che la Commissione faccia una proposta a favore dell’integrazione dell’energia nucleare nel quadro della tassonomia.