Tassonomia verde, nucleare ed errori di prospettiva

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La centrale nucleare di Doel, in Belgio. [EPA-EFE/OLIVIER HOSLET]

Il dibattito sulla tassonomia verde della Ue (quali settori incentivare dal punto di vista finanziario, che sembra dall’ultima bozza disponibile debba includere anche l’energia atomica) ha riacceso in Italia la questione del nucleare. In entrambi i casi con errori di prospettiva.

Uno dei classici problemi in politica economica è il ritardo che intercorre tra quando un problema si manifesta e una decisione viene presa ed implementata; e quando iniziano i suoi effetti. Spesso mesi, se non anni. Il problema è che molti mesi dopo la situazione può essere radicalmente cambiata; addirittura opposta a quella che ha generato una scelta di politica economica, che giunge pertanto a peggiorare le cose, piuttosto che a migliorarle. Un esempio? Una crisi può spingere verso un’espansione monetaria e/o fiscale, ma se si rivela transitoria gli effetti espansivi giungono nell’economia quando la ripresa è ormai avviata, generando un surriscaldamento del sistema economico, inflazione, aumento dei divari distributivi, etc. Considerazioni analoghe dovrebbero guidare l’ipotesi di costruire nuove centrali nucleari in Italia.

Il Commissario Breton ha giustamente ricordato al Consiglio di due settimane fa che il nucleare è cruciale per gestire al meglio la transizione energetica, spianando la strada alla nuova tassonomia verde con la probabile inclusione dell’energia atomica. La domanda che ci dobbiamo porre, però, è se questo debba significare nuovi investimenti per impianti nucleari in Italia, come qualcuno (a partire dalle esternazioni del Ministro-teoricamente-per-la-transizione-ecologica Cingolani) sembra ritenere. La mia risposta è negativa.

Il punto è molto semplice. Per giungere all’indipendenza energetica con le rinnovabili (o quasi; e sempre che vi siano interessi che prevalgono su quelli opposti di dipendere da altri, risposta che non darei per scontata) servono anni, diciamo quindici. Che richiedono massicci investimenti in tecnologie, infrastrutture, cambiamento di modelli di consumo e produzione, adeguamento degli edifici ai massimi standard di efficienza energetica.

Nel frattempo, quello che sta in mezzo fra oggi e il futuro della sostenibilità energetica si chiama transizione. Come gestiamo questa transizione, durante la quale il costo dell’energia, in attesa di adattarsi alle nuove condizioni, presumibilmente salirà? Come fronteggiamo carenze di offerta, se spostiamo la produzione su fonti rinnovabili non ancora pienamente sviluppate? Come mitighiamo gli effetti sociali ed economici delle variazioni di prezzo?

Quindici anni sono tanti. Ma non abbastanza per attrezzarsi di centrali nucleari. Col rischio di ritrovarci poi ad averle in funzione quando la transizione sarà completata (o comunque, si spera, a buon punto). Costruire una centrale nucleare in Italia, coi tempi della burocrazia che ben consociamo ed una resistenza diffusa contro il nucleare (vogliamo davvero un ennesimo referendum?) non è compatibile con questi tempi. Senza naturalmente contare i rischi (ad es. sismici, sanitari e di fallout radioattivi) ed i costi nascosti (smaltimento scorie) connessi, che inducono a maggiore prudenza.

Significa rinunciare oggi al nucleare in Europa? Assolutamente no. Sfruttiamo al massimo le centrali esistenti e quelle già in costruzione nel resto d’Europa. Naturalmente sapendo che quell’energia non sarà a basso costo, ma che al massimo potrà calmierare un mercato surriscaldato dall’eliminazione progressiva di carbone e gas.

Ed investiamo massicciamente, oltre che ovviamente nelle rinnovabili, anche nel nucleare pulito, anche se magari richiederà ancora cinquant’anni. Ma facciamolo a livello europeo; con una strategia ed una visione europea, continentale, del sistema economico e sociale. Quello che occorre sono massicci investimenti sul bilancio europeo; una tassonomia verde per l’Europa nel suo complesso, non per i singoli Stati membri.

Solo in questa ottica quello che appare oggi come una contraddizione insanabile – fra non perseguire il nucleare in Italia con un orizzonte temporale di medio periodo e sostenere, anche con agevolazioni green, un massiccio piano di ricerca e sviluppo (magari nella fusione) nel quadro congiunto europeo e su un orizzonte più lungo – può trovare una sintesi sensata.