Se è proprio l’Europa a sdoganare il greenwashing

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[Money/Flickr]

Da sempre l’UE rivendica un ruolo di leadership globale nella lotta ai cambiamenti climatici. 

Una strategia risale già al 1992, seguita – 4 anni dopo – dall’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a non più di 2°C sopra i livelli preindustriali. Nel 2001 l’UE dimostra tutta la propria ambizione, quando – dopo la decisione degli USA di non partecipare, mise insieme una coalizione per l’adozione del Protocollo di Kyoto. Nel 2007, nel tentativo di superare lo stesso Protocollo di Kyoto, annunciava di voler “guidare l’azione globale contro i cambiamenti climatici fino al 2020 e oltre”. L’anno successivo, nel dicembre 2008, adottava il pacchetto 20-20-20. 

Il 28 novembre 2018, la Commissione presentava la sua visione strategica a lungo termine a impatto climatico neutro entro il 2050. L’Europa si presentava, dunque, alla COP 24 di Katowice (dicembre 2018) con una chiara volontà di ricoprire un ruolo di guida verso l’obiettivo dell’impatto climatico zero. Il quadro europeo 2030 per il clima e l’energia prevede una riduzione almeno del 40% delle emissioni di gas a effetto serra (rispetto ai livelli del 1990); una quota almeno del 32% di energia rinnovabile; un miglioramento almeno del 32,5% dell’efficienza energetica. Nell’ambito del Green Deal europeo, nel settembre 2020 la Commissione ha proposto di elevare l’obiettivo della riduzione delle emissioni di gas serra per il 2030 ad almeno il 55% rispetto ai livelli del 1990. 

Le parole chiave dell’UE sul clima sono dunque “ambizione” e “leadership”. Ambizione e leadership che trovano consacrazione nella proiezione internazionale dell’UE. È nell’obiettivo di presentarsi al mondo come guida alla lotta ai cambiamenti climatici che l’UE ha espresso la propria visione dello stare nel mondo: “lead by example”, guida con l’esempio. 

Un modello che ha avuto successo in particolare quando è stato accompagnato anche da altre policy. Per esempio, incentivi e benefici, come quando ha persuaso la Russia a ratificare il Protocollo di Kyoto; o il grande sforzo teso a creare alleanze nel periodo che ha preceduto l’Accordo di Parigi e che è risultato vincente. Ha avuto meno successo quando è stato l’unico motore negoziale, come nel caso della COP 15 a Copenaghen nel 2009, dove ha tentato di imporre ai partner l’approccio top-down e vincolante. 

Guidare con l’esempio rimane comunque a tutti gli effetti il tratto identitario dell’UE, il cuore della sua azione internazionale. 

Identità, reputazione e credibilità rischiano oggi, alla vigilia della COP26 di Glasgow sul clima, di venire meno. Se la proposta iniziale della Commissione sulla tassonomia finanziaria sostenibile di negare l’etichetta verde agli impianti a gas dovesse piegarsi alla volontà di alcuni Stati Membri di inserire il gas fra gli investimenti verdi di transizione energetica, il danno reputazionale per l’UE avrebbe importanti ripercussioni. 

La tassonomia finanziaria sostenibile nasce fondamentalmente con l’idea di eliminare il “greenwashing” – in quanto va a definire quali attività economiche possano essere considerate “verdi” – e di sostenere gli investitori nella formulazione delle loro decisioni. 

Ma la classificazione non può essere considerata come un qualcosa di a sé stante. Si inserisce ed è imprescindibile rispetto ad un impianto europeo il cui obiettivo è il raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050. Anzi, ne diventa colonna portante. 

Non solo, proprio perché si tratta dell’UE, rappresenterà il nuovo modello finanziario internazionale di riferimento di cosa può essere definito “verde” e cosa no. L’inclusione del gas fra le attività verdi, anche se a certe condizioni, influenzerà altri paesi, in primis USA e Cina, nella predisposizione della loro tassonomia finanziaria sostenibile. Il rischio di una corsa al ribasso è alto e metterebbe in discussione lo stesso raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi, essendo un lasciapassare ad attività ad alto livello di emissioni. E sappiamo bene quanto sia fondamentale agire con senso di urgenza se vogliamo rispettare gli impegni assunti a Parigi. 

Si discosterebbe inoltre dalla Energy Landing Policy della Banca Europea per gli Investimenti, che ha escluso i combustibili fossili, come anche dalle Banche Multilaterali di Sviluppo che già 10 anni fa adottarono una metodologia che non permette ai combustibili fossili tradizionali di essere classificati sotto il cappello di “finanza per il clima”. 

L’allontanamento dell’Europa da questi riferimenti farebbe crollare, con l’adozione di un unico atto, anni e anni di lavoro di costruzione di una leadership credibile. Il danno reputazionale sconfinerebbe il perimetro dell’azione climatica. Assisteremmo al paradosso che il “greenwashing” potrebbe venire sdoganato proprio dalla UE.

Silvia Francescon è senior policy advisor, componente del Comitato esperti G20 presso il MITE