Il Rapporto sulla politica fiscale europea

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La Confédération Fiscale Européenne ha reso disponibile il rapporto sulla politica fiscale dell’Unione Europea che copre il periodo da luglio a dicembre 2021. Il documento in discussione è una pubblicazione semestrale che fornisce un’analisi dettagliata della giurisprudenza e degli sviluppi significativi riguardo alla politica fiscale sia nell’UE che a livello internazionale. Esso inoltre include una panoramica puntuale dei casi giurisprudenziali della Corte di Giustizia Europea (CJEU) e delle decisioni più importanti della Commissione Europea.

Il Rapporto prende in considerazione un semestre che è stato particolarmente ricco di iniziative e proposte dal punto di vista fiscale comunitario. In particolar modo la determinazione di un accordo di massima con riguardo a una tassazione minima delle società multinazionali – MNE’s e l’allocazione dei profitti con riferimento al mercato (o ai Paesi) ove sono generati: il ricorso e l’abuso delle cosiddette “shell companies”, società satelitti presenti principalmente in paradisi fiscali aventi il compito di mettere in atto una pianificazione fiscale spesso aggressiva e sleale; un accordo sulle regole Iva comunitarie, soprattutto con riguardo alle transazioni e-commerce, in particolar modo attraverso la creazione di un regime Iva semplificato per le cessioni transfrontaliere di beni (B2C) e a distanza, ad opera della Presidenza Slovena che ha da poco ha ceduto il posto, con decorrenza 01 gennaio 2022, alla Presidenza semestrale Francese.

Inoltre la recente pubblicazione dei cosiddetti “Pandora Papers” ha coinciso con due iniziative volte a combattere l’abuso del sistema dei flussi di denaro illecito o quantomeno schermati, a mezzo dell’introduzione di una normativa antiriciclaggio EU – la V Direttiva sempre più stringente e dettagliata; e l’altra destinata a fermare l’uso e l’abuso delle società satelliti, le cosiddette “shell companies”. Quest’ultima direttiva in questione mira ad abilitare più strumenti di controllo e monitoraggio per le autorità fiscali per poter rilevare l’uso improprio di veri e propri schermi societari, richiedendo un’opportuna segnalazione (informativa rilevante) nelle dichiarazioni dei redditi e di conseguenza negando ogni tipo di beneficio previsto dai trattati tributari e del diritto tributario comunitario.

Infine una particolare menzione è prevista per quanto riguarda quanto stabilito in tema di COP26 con riguardo all’ambizioso pacchetto di politiche climatiche che hanno conseguenze di carattere economico e fiscale e che comprende molteplici strumenti politici per mantenere l’impegno del “Green Deal” europeo di modo da rendere l’Europa un continente “carbon neutral” entro il 2050 e ridurre le emissioni di carbonio del 55% entro il 2030.

In ottobre, dopo anni di difficili dibattiti, sotto gli auspici dell’OCSE e del G20, 136 giurisdizioni hanno rilasciato una dichiarazione congiunta riguardo alla possibilità di accordo sull’imposta minima globale e sulla riallocazione parziale dei profitti nei mercati (Paesi) ove questi sono generati, segnando di fatto la più significativa riforma delle norme fiscali internazionali attualmente vigenti. La dichiarazione rilasciata dall’OCSE/G20 Inclusive Framework sul BEPS stabilisce i dettagli del accordo e le sue tempistiche di attuazione.

Facendo seguito all’accordo sul Pillar 1 (Global Minimum Corporate Tax & Profit Reallocation Agreement è l’elemento di riallocazione dei profitti e sarà implementato attraverso un nuovo strumento multilaterale (MLI) da perfezionare nel 2022 che entrerà in vigore a partire dal 2023, il 22 dicembre 2021 la Commissione Europea ha adottato la proposta di Direttiva UE sul livello minimo di tassazione per i gruppi multinazionali. La direttiva intende dare attuazione al Pillar 2 dell´OCSE (EU directive on global minimum level of taxation for multinational groups) e dovra´ essere votata all’unanimità da parte di tutti gli Stati membri per diventare operativa. L’approvazione del Pillar 2  contiene le regole dettagliate per assistere gli Stati Membri nell’attuazione di un minimo del 15% di aliquota fiscale a partire dal 2023.

Il 14 luglio la Commissione Europea ha proposto un ambizioso pacchetto di politiche climatiche, che comprende molteplici strumenti per mantenere l’impegno del Green Deal Europeo ovvero rendere l’Europa un continente carbon neutral entro il 2050 e ridurre le emissioni di carbonio del 55% entro il 2030. Gli strumenti proposti includono: a) l´estensione e il rafforzamento dell’ETS a nuovi settori; b) un maggiore utilizzo delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica; c) un’introduzione più rapida dei modi di trasporto a basse emissioni e delle infrastrutture e dei combustibili per sostenerli; d) un allineamento delle politiche fiscali con gli obiettivi del Green Deal europeo e misure di riduzione delle emissioni di carbonio.

La carbon tax europea dovrebbe entrare in vigore a partire dal 2026. Si applicherà ai settori del cemento, siderurgia, alluminio, fertilizzanti e produzione di energia. In questo modo: gli importatori UE di merci coperte dalla carbon tax alla frontiera si registrano presso le autorità nazionali dove possono anche acquistare i certificati CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism);: il prezzo dei certificati sarà calcolato in base al prezzo medio settimanale dell’asta delle quote EU ETS espresso in euro per tonnellata di CO2 emessa; l’importatore UE deve dichiarare entro il 31 maggio di ogni anno la quantità di merci e le emissioni incorporate nelle merci importate nell’UE durante l’anno precedente; se gli importatori possono provare, sulla base di informazioni verificate da produttori di paesi terzi, che un prezzo del carbonio è già stato pagato durante la produzione delle merci importate, l’importo corrispondente potrà essere dedotto dalla loro fattura finale.

Antonio Lanotte, Dottore Commercialista e Revisore Legale. Specializzato in fiscalità internazionale e consulenza aziendale.