Il Green Deal è in pericolo: la Commissione Ue vuole dare il “bollino verde” a gas e nucleare

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La più vecchia centrale nucleare francese di Fessenheim dell'EDF. EPA-EFE/RONALD WITTEK

Avviso ai naviganti: il Green-Deal, la grande scommessa europea per uscire dalla crisi e affrontare i cambiamenti climatici, è in pericolo: la Commissione europea starebbe per affondarlo in un esercizio di Greenwashing del tutto inopportuno, cosi facendo compromettendo ancora di più le sue pretese di leadership climatica globale.

Dopo COP26, dopo tanto “bla-bla”, la Commissione sta infatti per smentire sé stessa, introducendo anche gas e nucleare nei decreti attuativi della normativa sulla Tassonomia, che conferisce  il bollino “verde” a una serie di attività nel quadro del Piano sulla Finanza sostenibile della UE: la Tassonomia fissa gli standard per definire una attività economica “sostenibile” secondo una serie di criteri elaborati per mesi da gruppi di esperti e approvati da Parlamento e Consiglio nel 2020, a seconda della loro capacità di ridurre le emissioni e non danneggiare l’ambiente; da notare che queste norme non proibiscono  nulla: hanno l’obiettivo di rappresentare una guida per gli investitori, i governi, le imprese e un potente aiuto alla finanza sostenibile.

In altre parole, investire in gas e nucleare non sarebbe affatto vietato come sostiene invece il ministro Cingolani e coloro che insistono per introdurli nella Tassonomia, ma di certo non possono essere definite attività economiche “verdi”, perché hanno effetti negativi sull’ambiente o producono emissioni. 

Le centrali nucleari esistenti sono state progettate per 30 massimo 40 anni di funzionamento e prolungarne la vita – magari a forza di sussidi pubblici, ne riduce pericolosamente la sicurezza, oltre a produrre nuove scorie. Una nuova grande centrale, che è più o meno uguale alla vecchia tranne che è un po’ più sicura, richiede dai 11 a 15 anni per essere costruita a costi enormi; quelle più piccole di cui parla il ministro Cingolani non saranno sul mercato prima del 2035 e non saranno più economiche. Quindi si può anche essere pro-nuclearisti. Ma almeno evitiamo la presa in giro di considerare il nucleare utile per una transizione ecologica che deve saldarsi con la riduzione delle emissioni del 55% entro 9 anni (oggi siamo al 20%) rispetto ai livelli del 1990. Anche l’argomento che il vecchio nucleare “no” e la ricerca “si” è da maneggiare con prudenza. Per assicurare la transizione verde saranno necessari massicci investimenti pubblici e privati per accumulare l’energia prodotta dalle rinnovabili e per rendere le tecnologie di risparmio energetico più efficaci, circa 360 miliardi all’anno in Europa all’anno quasi tre volte l’intero bilancio comunitario; è bene anche su questo fissare delle priorità e privilegiare le tecnologie più promettenti e soprattutto “rapide”. 

Un discorso analogo vale per il gas; il gas oggi produce più CO2 del carbone in Europa e l’Italia è tra i paesi che più ne dipendono (oltre il 65%); non è un caso che le emissioni abbiano ricominciato a crescere con la ripresa. È quindi evidente che in un paese come il nostro, ridurre le emissioni e avviare la transizione significa soprattutto ridurre drasticamente questa dipendenza. Peraltro, se si guardano i numeri, è anche difficile concludere che il gas sia davvero un combustibile di “transizione”. L’idea che sta dietro questa definizione, ripetuta ovunque come un mantra, è che nel percorso dal carbone alle rinnovabili e a forme molto spinte di risparmio energetico, sia necessario passare attraverso il gas che emette, solo nel punto di combustione, la metà delle emissioni di CO2. 

Ma, come spiega benissimo Julian Popov su Euractiv, se guardiamo ai paesi che hanno ridotto significativamente il carbone nella produzione di energia, si nota che questo non viene sostituito principalmente dal gas, ma dalle energie rinnovabili e dall’efficientemento energetico. 

Nella UE, tra il 2010 e il 2020, la produzione di carbone (Regno Unito incluso) è diminuita esattamente della metà. Il gas non ha sostituito la generazione di carbone persa, anzi, è diminuito anch’esso, del 7%. La tendenza è visibile in vari paesi europei e anche a livello globale – negli ultimi 10 anni, la generazione a carbone è scesa dal 40% al 34%, mentre la quota di generazione di energia a gas è rimasta la stessa a circa il 22%. Ci sono eccezioni nazionali a questa regola, ma questo non cambia la tendenza generale. Stessa cosa anche nei settori dell’edilizia – dove si vogliono privilegiare anche con nuove norme e fondi europei misure che puntano su pompe di calore, isolamento, e integrazione delle fonti rinnovabili, dei trasporti – dove la scelta di privilegiare l’elettrificazione e le batterie è praticamente già avvenuta, e dell’industria. E questa tendenza sarà ancora più forte se i prezzi dell’energia e le incognite geopolitiche continueranno ad andare su e giù. È quindi davvero un controsenso puntare sul gas e continuare a sostenere la costruzione di nuove infrastrutture, sussidiando il suo utilizzo e vestendolo di “verde”, entrando cosi in diretta competizione per le risorse con altre tecnologie e fonti energetiche pulite. Il gas svolgerà sicuramente un ruolo, spiega ancora Julian Popov, ma limitato ad un appoggio temporaneo per riempire il vuoto che ancora lasciano efficienza energetica e rinnovabili e per bilanciare nel breve periodo la generazione intermittente delle rinnovabili, sulla quale già sono in vista soluzioni promettenti, ma che necessitano ricerca e risorse.

È in questo contesto che la Commissione rischiando di compromettere anni di lavoro certosino, modelli e calcoli, dopo mesi di rinvii, incertezze e discussioni, sta per cedere, e ha appena annunciato per bocca del commissario Dombrovskis, la volontà di inserire tra le attività “sostenibili” coerenti con i criteri della finanza green proprio gas e nucleare. È un po’ come se si definisse una lunga lista di requisiti di sicurezza per partecipare a una gita in alta montagna e poi si dicesse che si può andare comunque anche in costume da bagno e ciabatte. 

Inserire gas e nucleare significherebbe togliere coerenza e senso allo stesso principio della Tassonomia e rinunciare anche alle ambizioni dichiarate dallo stesso Dombrovskis di fissare standard mondiali di finanza sostenibile. Non a caso, numerosi istituti finanziari hanno già detto che se gas e nucleare entreranno nella tassonomia europea continueranno ad utilizzare gli standard esistenti che, pur se parziali e in qualche modo autoimposti, escludono gas e nucleare. Il rischio è insomma che la Tassonomia perda anche in utilità. 

Dietro questo cedimento c’è evidentemente un gran lavorio di lobby fossili e della Francia di Macron, la cui industria dell’atomo ha bisogno per sopravvivere di enormi sussidi pubblici e di nuove prospettive non importa se realistiche o no; Macron ha astutamente promesso sostegno per l’inserimento nella tassonomia del gas in cambio di un sostegno eguale per il nucleare e ha cosi portato con sé, oltre ai paesi dell’Est, anche l’Italia e la Germania della Merkel, la quale però ha appena lasciato il posto ad un nuovo governo e la cui posizione non è chiara. 

Nelle ultime settimane alcuni governi, forze politiche, Ong, esperti, banche, gli stessi membri del comitato tecnico che ha assistito per due anni le istituzioni della UE nel complicato lavoro di redigere la legislazione base, hanno cercato di dissuaderla con appelli pubblici e dotte argomentazioni: ora la Commissione ha tutto il potere di decidere: la responsabilità di questo errore, se deciderà di farlo, sarà tutta sua.  Eppure per una volta, la Commissione non aveva alcuna necessità di seguire questo o quel governo: secondo le regole, un atto delegato in applicazione di una legge può essere respinto solo da una maggioranza al Consiglio che rappresenta 15 governi e il 65% degli Europei e/o 353 voti al Parlamento europeo: e quei numeri non paiono proprio esserci né in un senso né nell’altro.  

Si tratta senza dubbio di un momento difficile per il Green Deal. Vedremo il testo finale, che tarda ad essere pubblicato (si parla del 22 dicembre), segno delle divisioni interne alla Commissione ancora esistenti.. A conferma del fatto che i giochi non sono ancora fatti almeno sui dettagli, il Vicepresidente Timmermans ha dichiarato oggi che gas e nucleare devono avere un ruolo riconosciuto nella transizione pur  se questo “non li rende verdi”. 

Comunque andrà, è chiaro purtroppo che l’Italia sta ancora una volta dalla parte sbagliata. Dopo il Manifesto di Confindustria che conteneva la richiesta esplicita di sabotare la Tassonomia, sostenuta con entusiasmo da Cingolani, la sottosegretaria Gava (Lega) ha subito plaudito alla decisione annunciata da Dombrovskis, sostenendo una falsità manifesta e cioè che serve definire “verdi” gas e nucleare ” di ultima generazione” per stabilizzare i prezzi dell’energia. Una assurdità, che ancora una volta fa passare l’idea che la colpa dell’aumento dei prezzi è della transizione “ecologica” e che è meglio quindi continuare a buttare soldi pubblici e sostenere fonti fossili e pericolose piuttosto che puntare rapidamente su rinnovabili ed efficienza, appunto dando a queste tecnologie e fonti energetiche la priorità in termini di investimenti e risorse. 

La morale è sempre quella e vale sia in Italia che in Europa: non ci può essere transizione verde senza ecologisti al governo, nel senso che l’urgenza di agire non è ancora passata nella politica “main-stream” con conseguenze molto gravi. Cosa che impone a chi invece la riconosce, e non da ora, di riunire le forze e aumentare pressione e mobilitazione.

Monica Frassoni, già eurodeputata dei Verdi, è presidente dell’European Alliance to Save Energy (EU-ASE).