Il costo sociale della plastica

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La plastica costa poco ai singoli (consumatori ed imprese) ma ha un costo sociale enorme, come rivela l’ultimo rapporto del WWF. Se tale costo fosse reso esplicito, nessuno la userebbe più.

Ci aveva già provato nel 1920 un economista di Cambridge, Arthur Cecil Pigou, a spiegare come i prezzi apparentemente bassi di alcune merci, se prodotte generando esternalità negative sull’intera collettività, nascondano in realtà un costo sociale enorme. L’incapacità dei prezzi di segnalare il costo effettivo di produzione era, a suo avviso, il risultato di un ‘fallimento del mercato’ e doveva essere sanata.

Invitava perciò i governi ad imporre tasse (e sussidi) per punire (premiare) le imprese che generavano esternalità negative (positive); di fatto internalizzando nel calcolo dei costi privati il peso degli effetti sociali generati. Qualche anno più tardi, Ronald Coase mostrò come, sotto certe condizioni (per la verità non molto realistiche), il mercato fosse in grado da solo di compiere questa ‘internalizzazione delle esternalità’, di riportare costo privato e sociale in parità, senza bisogno di un intervento pubblico.

Da allora il dibattito si è mosso tra queste due posizioni estreme, soprattutto – di recente – riguardo agli effetti dell’inquinamento e dell’azione negativa dell’attività umana sul clima. Il penultimo atto di questa battaglia (teorica, certo, ma soprattutto d’interessi economici) è stato il Nobel per l’Economia a William Nordhaus, nel 2018; un pioniere negli studi sugli effetti del cambiamento climatico in economia, allo stesso tempo paladino del mercato e solo cauto sostenitore dell’intervento pubblico.

L’ultimo atto è il recente revival di preoccupazione instillato nell’opinione pubblica da un battage mediatico di segno opposto, che spinge a stigmatizzare comportamenti non coerenti con la salvaguardia dell’ambiente ed il contrasto ai cambiamenti climatici.

In questa onda lunga della sensibilità ambientale si inserisce un rapporto del WWF, pubblicato oggi, che suggerisce come il costo complessivo per produrre e per disfarsi degli effetti negativi della plastica immessa nel mondo nel solo 2019 (emissioni di CO2, malattie e morti relative, danni all’ambiente, interventi di risanamento, etc) sia stato pari a 3.700 miliardi di dollari, poco più del Pil dell’intera India.

Al di là dell’attendibilità dei calcoli effettuati, che tuttavia temiamo non siano troppo distanti dal vero, il messaggio è chiaro: la plastica costa poco ai singoli (consumatori ed imprese) ma ha un costo sociale enorme; se tale costo fosse reso esplicito, nessuno la userebbe più. È di questi giorni la notizia che la UE sostiene la proposta Onu di una normativa vincolante per la sua riduzione. Un passaggio importante, che ribadisce l’impegno dell’Unione ad avviare una transizione ecologica profonda.

Insomma: è cambiato il vento, almeno quello della comunicazione istituzionale; forse anche quello degl’interessi finanziari, opportunamente orientati dalle banche centrali che si sforzano di lanciare segnali in direzione della redditività di asset ambientalmente responsabili. Occorre approfittarne, prima che, come è successo innumerevoli volte in passato, il vento cambi nuovamente direzione.