Il costituzionalismo ambientale che avanza

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I Paesi dell’Unione stanno convergendo su un ambientalismo di stampo europeo. La riforma costituzionale degli articoli 9 e 41 è un chiaro sintomo di questa convergenza, scrive Giulio Boccaletti.

La settimana scorsa il Parlamento italiano ha approvato a larga maggioranza un importante cambiamento della Costituzione del Paese, emendando gli articoli 9 e 41 della sua Carta. Secondo la nuova versione dell’articolo 9, oltre al paesaggio ed al patrimonio storico-artistico, lo Stato dovrà tutelare anche l’ambiente, la biodiversità, gli ecosistemi e gli animali, il tutto nell’interesse di future generazioni. Per il nuovo articolo 41, nuovi limiti all’iniziativa privata riflettono una giurisprudenza consolidata sulla tutela di ambiente e salute. 

Nelle intenzioni dei relatori, si tratta di un adeguamento ai princìpi dell’Unione europea. L’articolo 37 della Carta dei Diritti Fondamentali, per esempio, sancisce che le politiche dell’Unione debbano perseguire uno sviluppo sostenibile. Più in generale, i trattati europei mirano ad armonizzare la protezione ambientale tra gli Stati membri. Gli emendamenti italiani sono da leggere in questo senso, come del resto fu l’aggiunta di una carta dell’ambiente alla costituzione francese nel 2004. 

Con questa riforma entrano nella Costituzione italiana termini il cui uso comune non corrisponde necessariamente alla miriade di loro definizioni tecniche. La biodiversità, per esempio, è un concetto solo in apparenza semplice. Sviluppato negli anni ‘80 in seno all’ambientalismo americano, si è diffuso con lo sviluppo disciplinare dell’ecologia. È poi stato trasformato ulteriormente da una letteratura sociologica e filosofica eterogenea, che lo ha convertito in una misura del contributo della natura alla vita sociale umana. 

Tutto questo ha reso piuttosto complicato la sua applicazione. La Convenzione sulla Diversità Biologica del 1992, per esempio, definisce la biodiversità in maniera generica come la variabilità genetica e fenotipica degli organismi viventi, che si manifesta sia tra le specie che tra individui della stessa specie. Ma da allora, la Conferenza delle Parti dei Paesi contraenti la convenzione si è trovata a discutere, senza mai veramente convergere, su come misurarla e proteggerla in pratica. I risultati sono stati pochi e i successi limitati, come del resto si può dedurre dall’allarmante estinzione su scala planetaria in atto al momento. 

La Costituzione dovrebbe essere la sintesi di princìpi sostanziali, condivisi e comprensibili, che impongono limiti e doveri specifici a tutti i cittadini di fronte a problemi post dalla vita collettiva. Il sospetto però è che, in questo caso, siano state adottate parole che rappresentano un ambientalismo diffuso, benigno, ma sostanzialmente privo di contorni affilati, giustificabile forse un paio di decenni fa, in seno a società ricche e affascinate da un’estetica della natura, ma inadeguate per un futuro ben più complicato. 

Per esempio, il rischio maggiore per gli ecosistemi e la biodiversità nazionali non è la negligenza dell’iniziativa privata, ma il cambiamento climatico stesso, quello che metterà a rischio anche le attività produttive nel paesaggio. Se il clima del Sud Italia convergesse su quello attuale del Nord Africa, il problema di tutelare la biodiversità e gli ecosistemi autoctoni diventerebbe drammatico, ma intersecherebbe anche l’urgenza di ingegnerizzare il paesaggio per preservarne la produttività economica e, persino, l’abitabilità. 

Qualcuno dirà che investire in “natura” produce sempre dividendi positivi, quasi fosse una legge universale. Non c’è dubbio che ci saranno casi in cui lo sviluppo sostenibile includerà investimenti ecologici. Ma non ci possiamo illudere che questo sia la norma.  Più le condizioni climatiche si discosteranno dal passato, più il diritto delle future generazioni a un ambiente che oggi appartiene alla nostra tradizione si scontrerà con rischi contemporanei. 

Ci aspettano quindi scelte difficili, nelle quali avere semplicemente a cuore la tutela dell’ambiente non basterà a guidare decisioni politiche. Naturalmente, i principi costituzionali saranno messi alla prova dalla vita quotidiana, e nel tempo la giurisprudenza metabolizzerà le ambiguità del testo, producendo una costituzione reale più robusta di quanto non sia quella riformata. Ma la preoccupazione rimane che non si stia ancora affrontando il cuore del problema. 

A volte il passato può illuminare le domande del presente. La proposta di Concetto Marchesi e Aldo Moro – i relatori dell’articolo 9 emerso dai lavori della Costituente tra il 1946 e il 1947 – provocò un acceso dibattito su due temi. Il primo fu su quale istituzione avesse le responsabilità di tutela, se lo Stato o la Repubblica. Non era questione semantica: invocando la Repubblica si sarebbero investite di responsabilità anche le regioni, rischiando una giungla normativa e conflitti di valori (poi in parte verificatesi con la successiva riforma del titolo V). Si scelse di attribuire responsabilità di tutela del paesaggio solo allo Stato, facendone una questione nazionale e unitaria. 

L’altro tema riguardò quale verbo usare per descrivere l’attività che la Costituzione imponeva allo stato nei confronti dei beni culturali e paesaggistici: proteggere, vigilare, o tutelare? La scelta di usare “tutela” invece che “protezione”, come originariamente proposto da Moro e Marchesi, rifletté un compromesso tra concezioni divergenti sui limiti dei poteri dello Stato. 

Per i costituenti, quindi, il problema della gestione ambientale – seppure posta in termini diversi da oggi – non risiedeva nel definire ciò che andava protetto (tutto sommato una costruzione culturale e storica), ma piuttosto nel governare la tensione tra benefici collettivi e diritti individuali. Si trattava di calibrare l’ambito lecito dei poteri dello Stato nel proteggere il paesaggio, e di identificare chiaramente quale fosse la comunità i cui valori definiscono ciò che viene protetto. 

Gli ultimi anni hanno dimostrato che l’ambientalismo è un serbatoio di energia politica in grado di mobilitare le persone. Per questo, i Paesi dell’Unione stanno convergendo su un ambientalismo di stampo europeo. La cives valoriale di riferimento non è più solo quella governata da Stati, ma è la comunità dei cittadini europei, legati da una complessa architettura di relazioni sussidiarie che coinvolge gli Stati e le istituzioni dell’Unione. La riforma costituzionale degli articoli 9 e 41 è un chiaro sintomo di questa convergenza. Ma è probabile che, quando l’urto di profondi cambiamenti ambientali metterà alla prova i valori e le istituzioni che governano la nostra vita nell’ambiente, nuovi aggiustamenti costituzionali si renderanno necessari. 

La riforma della settimana scorsa rappresenta un passo importante di integrazione europea, ma non sarà l’ultima ad affrontare il rapporto tra stato, cittadinanza, e ambiente. 

Giulio Boccaletti, PhD, Honorary Research Associate, Smith School of Enterprise and the Environment, University of Oxford, è autore di “Water: A Biography” (Pantheon Books).