Il Centro politiche europee e le scelte Ue sul gas

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Un impianto a gas a Swinoujscie, Polonia [Mike Mareen / Shutterstock]

Nel dicembre del 2019, l’Unione europea (Ue) ha presentato il suo Green Deal, una nuova strategia di sviluppo che punta a fare dell’Europa il “primo continente al mondo a impatto climatico zero entro il 2050”. Questo ambizioso progetto comprende varie azioni tra le quali la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra (GHG, greenhouse gas) ma anche la valorizzazione di gas meno inquinanti. L’obiettivo climatico Ue-2030 – che prevedeva una riduzione delle emissioni di GHG del 40% per il 2030 rispetto ai livelli del 1990 – ha dovuto essere aumentato al 55%, per poter raggiungere i nuovi obiettivi del Green Deal.

Nel 2017, gli Stati membri dell’Ue hanno emesso 3,7 miliardi di tonnellate di anidride carbonica (CO2) ed altri GHG, meno solo di Cina (12 miliardi – un quarto delle emissioni mondiali) e Stati Uniti (5,9 miliardi). I settori più inquinanti sono l’energia (75%), l’agricoltura (10%), l’industria (9%), il traffico aereo e i rifiuti (3% ciascuno). Sono questi settori in primis che vanno decarbonizzati implementando nuove tecnologie. La strategia della Commissione europea per l’idrogeno si inserisce in questo contesto.

Al momento, il mercato dell’idrogeno è ancora marginale, ma con obiettivi di riduzione delle emissioni di GHG più rigorosi; l’interesse per questo gas è cresciuto in Europa e nel mondo. In effetti, l’idrogeno è molto versatile: “può essere usato come materia prima, combustibile, vettore o accumulatore di energia” e ha possibili applicazioni in vari settori, come l’industria o i trasporti. Inoltre, l’energia elettrica rinnovabile – chiamata per chiudere il capitolo dei combustibili fossili – è soggetta a variazioni (nel tempo e nello spazio). L’idrogeno potrebbe contribuire ad ammortizzare queste fluttuazioni.

Ci sono diversi processi per produrre idrogeno, alcuni più “puliti” di altri. Attualmente, l’”idrogeno grigio” è il più comune e proviene da combustibili fossili, come il reforming di gas naturale o la gassificazione del carbone. Questa modalità genera emissioni di gas serra elevate; ma poiché il CO2 rilasciato in tali processi risulta essere molto puro, è anche possibile combinarlo con la “cattura del carbonio” (fino al 90% di emissioni in meno) creando così quello che viene chiamato idrogeno blu. L’idrogeno turchese, invece, proviene dalla pirolisi del metano e non produce emissioni di CO2, ma è ancora in fase sperimentale pilota. Poi, è possibile produrre idrogeno dall’elettrolisi dell’acqua tramite elettrolizzatori alimentati da energia elettrica. Se quest’ultima proviene da fonti rinnovabili, si può parlare di “idrogeno verde”. L’idrogeno rinnovabile potrebbe essere prodotto anche dalla biomassa, però rispetto tale metodologia sono da effettuare ancora diverse valutazioni.

Il Centro Politiche Europee (CEP) ha esaminato la strategia presentata dalla Commissione europea per l’idrogeno (COM(2020)301 del 8 luglio 2020). Nella relativa “cepAnalisi” esso, giudica particolarmente prezioso, per la creazione di un vero mercato dell’idrogeno, il fatto che esso possa ricevere una certificazione standard uniforme in tutta l’UE sulla base delle emissioni di CO2 generate lungo tutto l’arco del processo. Allo stesso tempo critica un approccio strategico basato, essenzialmente, sull’uso di sussidi; che comporterebbe il rischio di creare, più che una vera competizione economica nel settore, una competizione per i finanziamenti pubblici dal quale il settore poi rischierebbe di diventare dipendente. A tal riguardo il CEP propone, quindi, piuttosto un metodo modellato sull’esperienza ETS (emissions trading system) che, nel quadro di una decisa politica di accredito dell’idrogeno come carburante alternativo, favorisca i fornitori di idrogeno “pulito” pur conservando tra di loro una efficiente concorrenza di mercato. Il vasto campo di potenziali applicazioni e produzioni, fa sì che l’idrogeno potrà essere una componente preminente dell’Energy mix per l’Europa di domani.

Mentre alcuni gas vanno incentivati, altri vanno limitati. Questo è il caso del metano (CH4), un gas a effetto serra più potente rispetto alla corrispondente quantità di CO2. Nel 2016, l’UE era il sesto maggior emittore di CH4 nel mondo dopo Cina, Russia, India, Stati Uniti e Brasile. L’Unione ha rilasciato nell’atmosfera poco più di 400 milioni di tonnellate di CH4, il 5% delle emissioni mondiali. Nel 2018, il 50% delle emissioni europee sono state prodotte da quattro Stati membri (Francia, Germania, Polonia e Italia). Il settore agricolo era responsabile del 53% di queste emissioni, seguito dai settori energetico e dei rifiuti, con 26% e 18% rispettivamente.

Anche la strategia della Commissione europea per il metano (COM(2020)663 del 14 ottobre 2020) è uno dei tanti componenti del Green Deal. Attualmente, gli Stati membri dell’UE hanno obbiettivi nazionali di riduzione dei gas serra, incluso il metano, ma non sono ancora stati allineati al più rigoroso obbiettivo climatico dell’Unione. Inoltre, le misure delle emissioni di metano non sono abbastanza complete e soddisfacenti.

In una recente “cepAnalisi” anche su questo ulteriore documento strategico dell’UE, il CEP nuovamente esprime alcune proposte puntuali, quale quella di introdurre standard europei di metodi “MRV” (metodi di measurement, reporting, and verification) in tutti i settori – e non solo nel settore energetico, come previsto dalla Commissione – per poter disporre veramente di informazioni affidabili sulle emissioni di metano. Inoltre, anche in questo settore un sistema di scambio di quote di emissioni – visto che l’EU-ETS non copre attualmente i settori agricolo, energetico e dei rifiuti per quanto riguarda alcuni gas serra, compreso il metano – eliminerebbe qualsiasi necessità di misure regolamentari individuali frammentarie e di sussidi.

Certamente, il Green Deal, ed i conseguenti obiettivi più rigorosi da quelli fissati in precedenza, costituiscono un punto d’arrivo importante e ambizioso che ha però anche bisogno di normative compatibili con il libero mercato e la competitività delle imprese europee. Nell’ultimo Eurobarometro SPECIAL (ott.-nov. 2020) alla domanda “quali sono le principali sfide globali per il futuro dell’UE?” la risposta più scelta (dal 45% degli intervistati) è stata proprio il “cambiamento climatico e le questioni ambientali”. Allo stesso tempo tra gli obiettivi prioritari che i cittadini chiedono all’UE, subito dopo la democrazia ed i diritti, cresce “l’affermazione del potere economico, industriale e commerciale”. La Commissione europea, nelle proposte normative che seguiranno alla presentazione delle sue varie strategie, tra le quali quelle sull’idrogeno e sul metano, dovrà dare una risposta convincente ad entrambe queste esigenze.