CEP: il possibile effetto boomerang del Carbon Border Adjustment Mechanism

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Le emissioni di una centrale in Cina. [EPA-EFE/WU HONG]

In un documento appena pubblicato, il CEP (Centro per le Politiche Europee) sfida la Commissione UE sul Carbon Border Adjustment Mechanism, la tassa sulle importazioni da paesi a minori standard di emissioni. La tesi sembra paradossale: una tale imposta, ideata per evitare la concorrenza sleale di paesi con più bassi standard di emissioni, potrebbe finire per generare esattamente l’effetto contrario, spiazzando le imprese esportatrici che subirebbero una ritorsione sul mercato e penalizzando le famiglie.

Le principali critiche del CEP al meccanismo di aggiustamento sono due. La prima: non è così scontato che l’imposta sia conforme alle normative della WTO (la World Trade Organization, che fissa le regole per la liberalizzazione progressiva del commercio). Trattandosi di un’imposta che in ogni caso distorce (o, se si preferisce, ripristina le condizioni di concorrenza distorte dal dumping sulle emissioni) i flussi commerciali, potrebbe configurasi come contraria alle norme (anche se probabilmente non allo spirito) della WTO.

Il secondo punto, più convincente, ha a che fare con l’effetto boomerang di cui parlavamo all’inizio. Può accadere cioè che alcune imprese produttrici siano danneggiate dall’eliminazione dei prezzi di mercato degli ETS. Inoltre, questa logica non impedisce (anzi, agevola) il cosiddetto ‘pass through’, il trasferimento ai consumatori degli oneri impositivi, generando non tanto una diminuzione delle emissioni, ma un impoverimento netto delle famiglie. Una deriva pericolosissima, sia dal punto di vista economico che sociale e quindi politico, come abbiamo già avuto modo di osservare coi gilet gialli in Francia.

A questo si lega la difficoltà di individuare un prezzo per gli ETS da utilizzare per il border adjustment mechanism tale da essere efficace in termini di riduzione delle emissioni (teoricamente, il loro scopo principale) ma non eccessivamente distorsivo del mercato, rispetto al prezzo degli ETS fissato dal mercato. Un punto anch’esso non proprio marginale, essendo impossbile immaginare: sia che tale prezzo imposto possa rimanere sistematicamente speculare rispetto a quello di mercato (perchè le dinamiche di mercato finirebbero per incorporare il proprio potere di stabilirne il prezzo); sia che non si rendano necessari continui aggiustamenti per tener conto delle mutate condizioni del sottostante mercato degli ETS.

Da qui le raccomandazioni alla Ue: di riconsiderare la sostituzione di un prezzo di mercato degli ETS con uno ‘imposto’, ‘nozionale’ e mantenere comunque un mercato libero degli ETS; ma soprattutto di sforzarsi per trasformare l’impegno per il clima in un’azione globale, nonostante le oggettive difficoltà che si accompagnano ad un’azione collettiva di questa portata.

Ricordiamo tuttavia che la border adjustment tax ha due scopi: evitare la delocalizzazione di produzioni fuori dalla Ue, che si avvantaggino di minori standard di emissioni di Co2, aiutando la lotta ai cambiamenti climatici; ma anche alimentare il bilancio Ue, sia per l’immediata copertura delle necessità fiscali derivanti dal maggiore impegno del Next Generation EU, sia – in prospettiva – per dare autonomia fiscale alla Ue. Soffermarsi unicamente sul primo tema ci pare dunque errato, anche se i problemi posti dal CEP dovrebbero essere presi seriamente in considerazione per evitare che si mettano in moto esattamente i meccanismi perversi previsti nel loro rapporto; e soprattutto che aumenti lo scollamento fra politiche europee e consenso dei cittadini.