Ridurre l’inquinamento potrebbe prevenire 50 mila morti all’anno nelle città europee

Lo smog nel cielo di Roma il 15 dicembre 2020. [EPA-EFE/FABIO FRUSTACI]

Cinquantamila morti all’anno: sono quelle che si potrebbero impedire nelle città europee riducendo l’inquinamento atmosferico ai livelli raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS). Ad affermarlo è uno studio di alcuni ricercatori spagnoli e olandesi pubblicato mercoledì 20  gennaio sulla prestigiosa rivista britannica The Lancet Planetary Health.

La ricerca, la prima al mondo nel suo genere, ha tracciato una stima del numero di morti premature dovute a due particelle inquinanti – il particolato fine (PM) e il biossido di azoto (NO2) – in oltre mille città di tutta l’Europa, mettendole in ordine dal più alto al più basso carico di mortalità dovuto all’inquinamento atmosferico. Secondo le sue conclusioni, se la concentrazione di agenti inquinanti in atmosfera fosse portata al di sotto dei livelli raccomandati dall’OMS, ogni anno potrebbero essere evitate, nelle città europee, 51.213 morti premature. E se la riduzione fosse ancora più consistente, i decessi prevenuti potrebbero essere più del doppio.

Uno studio dettagliato

Per la stessa OMS, l’inquinamento atmosferico uccide ogni anno più di sette milioni di persone in tutto il mondo, ed è causa di diverse malattie e assenteismo sul lavoro. La nocività delle polveri sottili per la salute è dimostrata in particolare nelle aree urbane, dove è più alta la mortalità per malattie cardiovascolari e respiratorie, e per disturbi della gravidanza e della crescita fetale.

Già altre ricerche avevano dimostrato gli impatti negativi per la salute associati all’inquinamento atmosferico a livello nazionale. Tuttavia, a differenza di quelli precedenti, lo studio appena pubblicato ha utilizzato dati sull’esposizione all’inquinamento dell’aria raccolti con una risoluzione maggiore (basati su celle di terreno di 250 m2 rispetto ai 10 km2utilizzati in precedenza), oltre a quelli sulla mortalità specifica delle singole città. Il carico di mortalità su cui è basata la classifica delle città deriva invece da un calcolo effettuato tenendo conto dei tassi di mortalità, della percentuale di mortalità prevenibile e degli anni di vita persi a causa di ciascun inquinante atmosferico.

Il primato negativo del Nord Italia

Secondo il paper, rispettivamente l’84% e il 9% della popolazione di tutte le città analizzate è stata esposta a livelli di PM e NO2 superiori alle linee guida dell’OMS. Il più alto carico di mortalità per biossido di azoto è quello di Madrid, dove ogni anno si potrebbero evitare circa 206 decessi (lo 0,6% di quelli registrati nei 12 mesi) se l’inquinamento scendesse ai livelli raccomandati dall’OMS e 2.380 (il 7% del totale) se scendesse al di sotto.

Per quanto riguarda la mortalità da PM, a essere in testa alla triste classifica è Brescia, dove si potrebbero prevenire 232 decessi (l’11% del totale) riducendo le particelle inquinanti ai livelli dell’OMS e 309 (il 15%) facendole scendere al di sotto. Nei primi dieci posti, poi, ci sono altre tre città del Nord Italia: Bergamo (seconda), Vicenza (quarta) e Saronno (ottava).

Tornando all’inquinamento da NO2, ai primi posti della classifica dietro la capitale spagnola si trovano città come Anversa, Parigi e Barcellona, ma anche Torino (al secondo posto) e Milano (al quinto). Le città con i tassi di mortalità più bassi sia per quanto riguarda l’NO2 che il PM si trovano invece tutte nei paesi scandinavi: sono rispettivamente quelle di Tromso, in Norvegia, e la capitale islandese, Reykjavík.

“Le autorità non fanno abbastanza”

Queste stime, ha spiegato uno dei co-autori dello studio, Mark J. Nieuwenhuijsen del Barcelona Institute for Global Health (ISGlobal), evidenziano il “grave impatto dell’inquinamento atmosferico sui residenti delle città”. Molte di esse, secondo il ricercatore, “non stanno ancora facendo abbastanza per affrontare” il problema, e i livelli d’inquinamento “superiori alle linee guida dell’OMS stanno portando a morti inutili”. Secondo le stesse linee guida, ha aggiunto Nieuwenhuijsen, “non c’è soglia di esposizione sicura al di sotto della quale l’inquinamento atmosferico è innocuo: la politica sanitaria dei governi locali dovrebbe tenerne conto”.

“Identificare le differenze locali è importante, in quanto non sono sempre correttamente rappresentate dai dati nazionali”, ha detto invece un altro co-autore dello studio sempre dell’ ISGlobal di Barcellona, Sasha Khomenko: “Ad esempio, le precedenti stime nazionali per l’Italia non l’hanno classificata come quella con il più alto carico di mortalità dovuto all’esposizione al PM, ma nel nostro studio abbiamo verificato che questo è molto alto proprio in alcune città del Nord del paese”. La speranza, ha aggiunto, è che le autorità locali utilizzino questi nuovi dati per attuare politiche che abbiano un impatto positivo sulla salute degli abitanti.

Per impostare azioni più mirate, hanno concluso i ricercatori, bisognerà ora procedere a ulteriori analisi che tengano conto dei diversi impatti dell’inquinamento atmosferico sulla salute in base alla regione, all’età, al sesso e allo stato economico dei cittadini.