Norvegia, al via il progetto di cattura del carbonio da 2,1 miliardi di euro

La fabbrica di cemento Norcem Brevik sarà collegata a un sistema di cattura e stoccaggio del carbonio. [Foto: Heidelberg]

La decisione del governo norvegese di finanziare lo sviluppo della tecnologia Ccs (Carbon-capture-storage) con oltre 2 miliardi di euro ha ottenuto il via libera da un’autorità di regolamentazione degli aiuti di Stato venerdì (17 luglio). Si tratta della più grande tranche di finanziamento mai approvata dall’Associazione europea di Libero Scambio (Efta).

La Norvegia è stata autorizzata a pagare l’80% dei costi di un progetto Ccs su larga scala dall’autorità di regolamentazione degli aiuti di Stato dell’Efta, che ha salutato il piano come un “passo avanti verso la lotta al cambiamento climatico”. L’Autorità di vigilanza Efta (Esa) garantisce che la Norvegia, l’Islanda e il Liechtenstein si attengano alle norme dello Spazio economico europeo (See), compresa la concessione di aiuti di Stato, in modo da non revocare loro l’accesso al mercato unico dell’Ue.

Il governo ha notificato il finanziamento il 2 luglio e l’Esa ha annunciato che è “in linea con le norme See  in materia di aiuti di Stato di cui all’articolo 61, paragrafo 3, lettera c, dell’accordo See”. Si tratta del più grande aiuto singolo approvato dall’autorità di regolamentazione nella sua storia. “La protezione dell’ambiente è al centro dell’agenda europea, e l’Esa è lieta di lavorare con la Norvegia e la Commissione europea per trovare il modo di sostenere questo importante obiettivo”, ha detto il presidente dell’Esa Bente Angell-Hansen.

I 2,1 miliardi di euro del governo norvegese saranno utilizzati per costruire impianti Ccs in due siti: uno in un cementificio e uno in una centrale di termovalorizzazione, dove le emissioni saranno catturate prima della loro fuoriuscita in atmosfera. Le emissioni catturate saranno poi trasportate in forma liquida verso la costa e convogliate al largo, dove saranno stoccate sotto il fondale marino. Quest’ultima parte del processo sarà realizzata dal progetto Northern Lights, una joint venture tra le aziende di combustibili fossili Equinor, Shell e Total.

Il prezzo totale del progetto, pari a 2,57 miliardi di euro, coprirà i costi di costruzione e un intero decennio di attività. I giganti del settore energetico vedono la Ccs come un modo per proteggere una parte della loro attuale attività di estrazione e raffinazione, perché se si dimostra che la tecnologia funziona su larga scala, le industrie che dipendono dai combustibili fossili, come l’acciaio, potrebbero scegliere di utilizzare la Ccs piuttosto che investire in opzioni come l’idrogeno.

La Ccs sarà necessaria per utilizzare il cosiddetto “idrogeno blu”, poiché ciò comporta l’uso di gas naturale accoppiato a un impianto di cattura delle emissioni. L'”idrogeno grigio” non è collegato alla Ccs, mentre l'”idrogeno verde” è prodotto utilizzando energia rinnovabile al posto del gas. La strategia sull’idrogeno recentemente pubblicata dalla Commissione europea riconosce che il blu sarà necessario come un trampolino di lancio verso il verde, prima che l’idrogeno possa essere pubblicizzato come una vera opzione a zero emissioni.

“La Norvegia è una forza trainante positiva, ma deve fare ancora di più. Sia le iniziative legali che quelle politiche e commerciali vanno nella direzione di una necessaria escalation della Ccs in Europa”, ha detto Olav Øye, consulente climatico del gruppo ambientalista Bellona.

La Norvegia è ben posizionata per raccogliere gli ingenti investimenti necessari per avviare la Ccs su larga scala – dato il suo immenso fondo sovrano, in gran parte costruito sulle spalle dell’industria dei combustibili fossili – e può fare appello alle riserve di energia pulita per alimentare aree come i trasporti. Ma il resto d’Europa deve affrontare sfide significative per rispecchiare le politiche energetiche della Norvegia, così come i grandi passi avanti del paese scandinavo nel campo della mobilità elettrica non sono necessariamente fattibili altrove.

L’attuale tecnologia Ccs è orientata verso l’utilizzo di punti di stoccaggio offshore come i pozzi di gas svuotati, per cui i paesi senza sbocco sul mare sono svantaggiati, dato che non esiste ancora un’infrastruttura di trasporto di CO2. Anche i costi sono significativi. La cattura di una tonnellata di carbonio varia a seconda della tecnologia utilizzata. Le stime vanno dai 100 ai 600 dollari se si utilizza la cattura diretta dell’aria, che aspira letteralmente il carbonio dall’atmosfera. Al contrario, il sistema di scambio delle quote di emissione dell’UE si aggira attualmente intorno ai 30 euro a tonnellata, il che significa che senza sussidi significativi o riforme del mercato del carbonio, le aziende sceglieranno di pagare per inquinare piuttosto che per abbattere.

Negli ultimi anni l’Ue ha dedicato finanziamenti ai prototipi di Ccs, anche se una relazione della Corte dei conti alla fine del 2018 ha concluso che una serie di progetti non sono riusciti a raggiungere gli obiettivi fissati dalla Commissione. Secondo l’organo di vigilanza dell’UE, la mancanza di coordinamento e di una pianificazione a lungo termine non ha quasi per nulla attratto investimenti significativi. La Commissione insiste sul fatto che sono stati tratti degli insegnamenti da quest’esperienza e che un nuovo ciclo di finanziamenti, del valore di 10 miliardi di euro, sarà più efficace.

La Banca europea per gli investimenti – attualmente in fase di metamorfosi in una “Banca per il clima” – potrebbe anche sfruttare i progetti se l’istituzione ritiene che siano una scommessa sicura. Andrew McDowell, capo della Bei per l’energia, ha dichiarato che “la Ccs sarà una parte importante del nostro business”. Tuttavia, il banchiere dell’Ue ha anche avvertito che i progetti devono ancora tenere conto dell’assicurazione di responsabilità civile a lungo termine, poiché il rischio di perdite di carbonio dai siti di stoccaggio è un fattore che molti non sanno ancora come valutare o gestire.