La tassa Ue sulla CO2 alla frontiera per la Russia è peggio delle sanzioni

Il presidente russo Vladimir Putin (a sinistra) incontra l'amministratore delegato di Rosneft Igor Sechin (a destra) nella residenza di stato Novo-Ogaryovo fuori Mosca, Russia, 12 maggio 202 [EPA-EFE/ALEXEI DRUZHININ / SPUTNIK]

Igor Sechin, capo del gigante petrolifero Rosneft, ha spiegato al Cremlino che le tasse sulla CO2 alla frontiera come quella proposta dall’Unione europea potrebbero infliggere all’economia russa danni molto maggiori delle sanzioni, come ha riportato lunedì 23 agosto il quotidiano Kommersant.

L’obiettivo del “meccanismo di adeguamento del carbonio alla frontiera” è ridurre il rischio di rilocalizzazione delle emissioni di CO2. Vale a dire il rischio che le aziende con sede nell’Ue spostino produzioni ad alta intensità di emissioni all’estero per trarre vantaggio da norme meno rigorose. Bruxelles si aspetta di ricavare quasi 10 miliardi di euro all’anno dal Carbon Border Adjustment Mechanism, una volta che sarà pienamente operativo ovvero a partire dal 2026. Il secondo obiettivo di questa tassa è alimentare il bilancio Ue, sia per la copertura delle necessità derivanti dal Next Generation EU sia per garantire in futuro maggiore autonomia fiscale all’Unione.

I timori di Mosca

La Russia calcola che la tassa potrebbe colpire le sue merci per un valore di 7,6 miliardi di dollari (6,47 miliardi di euro). Nell’immediato la tassa colpirebbe le esportazioni di ferro, alluminio, tubi, elettricità e cemento, ma Mosca teme che in futuro possa essere ampliata per colpire anche le esportazioni di petrolio, gas e carbone.

Il ministro dello Sviluppo economico russo nelle scorse settimane ha dichiarato che i piani dell’Ue di introdurre una tassa sulla CO2 alla frontiera potrebbe non essere in linea con le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC).

Per evitare gravi contraccolpi, Sechin, nella lettera inviata al Cremlino, ha suggerito a Putin di far inserire la Russia in una lista di Paesi che sono esentati dalla carbon border tax per la capacità di assorbimento dei gas serra dei loro ecosistemi. Per fare questo Mosca dovrebbe riuscire a ottenere il riconoscimento internazionale della capacità di assorbimento della CO2 delle sue vaste foreste e sostenere progetti di cattura delle emissioni di CO2.

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L’ipotesi di Bruxelles preoccupa la Russia. Secondo le stime della società di revisione Kpmg la carbon tax potrebbe costare agli esportatori russi più di 5 miliardi di euro all’anno.

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L’analisi del Cep

A luglio anche il Centro per le politiche europee (CEP) aveva espresso delle perplessità sul Carbon border adjustment mechanism. Secondo il CEP, infatti, “una combinazione tra l’eliminazione graduale dell’assegnazione gratuita e l’istituzione di un CBAM sulle importazioni minaccia di portare a un aumento significativo dei rischi di rilocalizzazione per i settori nell’Ue più interessati all’esportazione verso i Paesi terzi”. Una tassa ideata per evitare la concorrenza sleale paradossalmente potrebbe finire per generare l’effetto contrario e potrebbe finire per danneggiare i consumatori. “Non è l’assegnazione gratuita che impedisce che i costi delle emissioni vengano trasferiti ai consumatori ma piuttosto la concorrenza delle aziende non europee”, sottolinea il documento.