Green Deal: la grande missione dell’Europa

Una panoramica di Sarajevo, capitale della Bosnia-Erzegovina. EPA-EFE/FEHIM DEMIR

Il Green Deal è la grande scommessa europea per i prossimi anni. Lo è dal punto di vista politico, economico, ma anche e soprattutto identitario. L’impegno contro i cambiamenti climatici definirà infatti il ruolo dell’Europa nel mondo. Ne hanno parlato il ministro per gli Affari europei, Enzo Amendola, l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi, la direttrice dell’Istituto Affari Internazionali (Iai) Nathalie Tocci e il direttore di Chatham House Robin Niblett.

Già prima dell’esplosione della pandemia, la Commissione europea aveva individuato nel Green Deal il pilastro della propria azione politica. Se infatti l’Europa è rimasta tragicamente indietro, a livello globale, sull’innovazione digitale, rimane leader nella lotta ai cambiamenti climatici. Il combinato disposto di sviluppo tecnologico, transizione energetica, trasformazione economica e sociale rende effettivamente l’impegno ambientale la principale sfida politica del nostro tempo, come sottolinea anche Robin Niblett, direttore del think tank statunitense Chatham House.

L’impatto globale del coronavirus ha poi cambiato radicalmente la sensibilità verso i problemi comuni che riguardano l’intero pianeta. I rischi a cui sono esposte le nostre società sono apparsi più evidenti e l’assoluta necessità di una cooperazione internazionale è quantomai innegabile. La nuova amministrazione Biden dovrebbe incoraggiare allora gli interlocutori europei, anche alla luce della nomina di John Kerry come inviato speciale per il clima.

Una nuova narrazione per l’Europa

Il tipo di ruolo che l’Unione europea riuscirà ad avere non solo nel regolare le questioni interne, ma anche e soprattutto rispetto alla sua capacità di porsi come leader mondiale nella lotta ai cambiamenti climatici, segnerà probabilmente il futuro stesso del progetto europeo.

La direttrice dell’Istituto Affari Internazionali (Iai), Nathalie Tocci, ha sottolineato proprio l’incidenza identitaria della lotta ai cambiamenti climatici. La narrazione di un progetto europeo portatore di pace non ha più la trazione che ha avuto in passato. Allo stesso modo l’idea di sviluppo economico che ha accompagnato la formazione del mercato unico è venuta meno con la crisi della zona euro, nello scorso decennio. Ecco allora che, secondo Tocci, l’impegno verde potrebbe fondare la nuova narrazione identitaria “grazie alla quale far rinnamorare gli europei dell’Europa”.

Gli strumenti introdotti dall’Unione, anche per rispondere alla pandemia, sono ingenti e hanno grande portata, ricorda il ministro per gli Affari europei, Enzo Amendola. Il Green Deal è infatti il perno della strategia politica ed economica dell’Ue.

L’applicazione del Recovery Plan sarà allora essenziale, dato che il 40% delle risorse mobilitate saranno impiegate proprio per raggiungere gli obiettivi green. Rimane però il problema delle lentezze politiche dell’Unione.

Come denuncia infatti il ministro Amendola, sul Recovery Plan ci sono ritardi dovuti ai veti di Ungheria e Polonia che non vogliono accettare l’introduzione di un meccanismo che tuteli il rispetto dello stato di diritto. “Spero che il veto posto da Ungheria e Polonia venga quanto prima ritirato perché qui in ballo c’è il futuro delle nostre imprese, delle nostre città e della qualità del nostro modello di vita”, dichiara Amendola. “È giunto anche il momento di superare il diritto di veto in Europa che oggi ci sta facendo perdere tempo prezioso, danneggiando i cittadini e l’economia europea”.

Una sfida globale

La lentezza e le inefficienze di alcuni meccanismi politici interni all’Unione rischiano poi di far perdere di vista le vere sfide che ha davanti l’Europa. La partita politica si gioca infatti a livello globale. L’Europa rappresenta infatti l’8-9% delle emissioni di gas serra del mondo, ricorda l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi. Cruciale è allora la capacità dell’Ue di negoziare, in materia climatica, con le altre potenze.

In Europa è già in vigore un meccanismo di carbon pricing, all’interno dell’Emission Trading System (ETS) in cui l’inquinamento è declinato in crediti e chi inquina di più paga di più. Il sistema funziona, fa notare Descalzi, anche se potrebbe essere molto più efficace. Al momento un credito, circa una tonnellata di CO2, costa intorno ai 26 euro, ricorda l’ad di Eni, “il costo dovrebbe essere portato almeno a 50 euro, se non di più”. I ricavi dell’Ets dovrebbero inoltre essere inseriti tra le nuove risorse proprie dell’Ue, in base agli accordi negoziati da Parlamento e Consiglio a margine del Recovery Plan.

Una regolamentazione sul carbon pricing dovrebbe però essere istituita a livello internazionale, ricorda Descalzi. Nell’Ue si discute già da anni del cosiddetto Carbon border adjustment, un dazio doganale che imponga, di fatto, un carbon pricing anche a livello internazionale. La fattibilità politica passa però dal tipo di relazioni che saranno instaurate con la nuova amministrazione statunitense.

Niblett ricorda infatti che l’idea del Carbon border adjustment ha già fatto storcere il naso al presidente eletto Joe Biden. D’altra parte, però, come sottolinea Nathalie Tocci, senza un solido accordo politico tra Usa e Ue sarà impossibile ottenere che anche la Cina adotti un sistema di carbon pricing. Se la Cina ha però, almeno sulla carta, promesso un impegno nella riduzione delle emissioni di gas serra – al momento contribuisce al 30% delle emissioni globali – un Paese come l’India sta invece ancora investendo massicciamente sul carbone, ricorda Niblett. Ecco allora che il rilancio di un dialogo multilaterale sul clima diventa una assoluta priorità per la salute dell’intero pianeta e probabilmente la principale missione dell’Unione europea.

Il 2021 sarà infatti scandito da tre appuntamenti internazionali che potrebbero avere un rilievo politico enorme in materia. In sequenza si riuniranno infatti il G7, la Cop 26 e il G20. Tutti e tre gli eventi saranno presieduti da Paesi europei: il Regno Unito e l’Italia. Quest’ultima, che organizzerà il G20 e la pre-Cop, è chiamata allora ad un ruolo decisivo.

Il ruolo dell’Italia

Il ministro Amendola sottolinea quanto il governo sia impegnato sul tema. Dal punto di vista internazionale l’Italia si sta proponendo come ponte tra Europa ed Africa. “L’Africa sarà nostra gemella nella nostra transizione ecologica”, afferma infatti il ministro. Questo gemellaggio ha un ruolo centrale nella strategia del governo, insieme al costante dialogo con gli altri partner europei.

Il dialogo con l’Ue è essenziale per la definizione del Piano nazionale di recupero e resilienza (PNRR). I lavori per la definizione di quest’ultimo proseguono, assicura Amendola, che ha annunciato a breve un nuovo passaggio in Parlamento per fare il punto della situazione. “Il piano sarà presentato alla Commissione europea all’inizio del 2021” ricorda il ministro, che specifica anche che la sua struttura, in alcune parti, è già delineata. Sembra ad esempio assodato che circa 80 miliardi di euro saranno dedicati alle politiche green. Questi fondi serviranno ad “investire in economia circolare, energie rinnovabili, mobilità e anche per sanare storiche ferite del nostro territorio, intervenendo quindi sul dissesto idrogeologico”.

L’importanza della transizione ecologica va ben al di là delle promesse politiche. All’Italia, all’Europa e al mondo intero non servono altre promesse ma azioni concrete, ammonisce Descalzi. La sostenibilità non è infatti solo ambientale, ma anche sociale ed economica, si parla della sostenibilità delle imprese e del mercato, aggiunge. La sostenibilità passa anche dall’innovazione tecnologica e dalla sempre più stretta cooperazione internazionale. Con le politiche ambientali, insomma, è in ballo il modello di società del futuro.