Clima ed energia: i temi che dividono i ministri dell’Ambiente dell’Ue riuniti in Francia

La ministra francese della Transizione ecologica Barbara Pompili (a sinistra) alla riunione informale dei ministri dell'Ambiente e dell'Energia dell'UE ad Amiens, in Francia, il 20 gennaio 2022. [EPA-EFE/CHRISTOPHE PETIT TESSON]

Politica climatica, tassa sul carbonio alle frontiere e definizione della nuova tassonomia degli investimenti verdi: argomenti sensibili su cui continuano le divisioni in seno all’Unione Europea, e di cui hanno discusso i ministri dell’Ambiente e dell’Energia dei 27 Stati membri in una riunione ad Amiens, in Francia, il 20 e 21 gennaio.

Organizzato nell’ambito del semestre di presidenza francese dell’Unione, il meeting informale punta a costruire un percorso unificato verso il raggiungimento dell’obiettivo di ridurre le emissioni di carbonio del 55% rispetto ai livelli del 1990.

Già tesa da mesi, la discussione sulla revisione del mercato dell’elettricità e del sistema di scambio di emissioni di CO2 dell’UE (ETS) si svolge in un contesto di forti aumenti dei prezzi dell’energia, in particolare del gas naturale.

Dall’anno scorso, il presidente francese Emmanuel Macron guida il fronte che chiede la rapida attuazione del ‘meccanismo [europeo] di adeguamento del carbonio alle frontiere’ (CBAM): una tassa sui prodotti importati che sono realizzati in paesi con regole meno rigorose di quelle europee sulla riduzione dell’inquinamento da CO2.

L’obiettivo è evitare di spostare le emissioni dell’Europa nei paesi terzi, riducendo la quantità di quelle emesse nell’UE proprio perché sono state esternalizzate (una pratica nota con il nome ‘rilocalizzazione delle emissioni di carbonio’). I settori interessati sono soprattutto quelli ad alta intensità di emissioni, tra cui quelli dell’acciaio, dell’alluminio, del cemento, dei fertilizzanti e dell’elettricità.

Se gli Stati Uniti hanno adottato una posizione attendista (con alcuni senatori che hanno proposto di adottare un sistema simile a quello previsto dall’UE), la Cina si è da subito dichiarata contraria a questa tassa: l’anno scorso, quando il piano è stato presentato, Pechino ha affermato che essa violerebbe “i principi dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO)”.

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Il meccanismo di aggiustamento del carbonio alle frontiere proposto dall’UE (CBAM) è uno strumento “legittimo” da considerare e anche gli Stati Uniti lo stanno “esplorando”, ha detto  John Kerry in un’intervista a EURACTIV. “Se altri paesi non saranno abbastanza seri …

Anche all’interno dell’Unione, la Germania insiste sul fatto che il meccanismo debba essere implementato solo gradualmente, e diversi paesi vi si oppongono apertamente, soprattutto perché la nuova tassa sostituirebbe l’assegnazione di autorizzazioni di emissioni gratuite alle imprese.

“Spagna, Portogallo, Polonia e Austria vogliono mantenere queste quote libere”, ha affermato un diplomatico europeo, aggiungendo che il meccanismo CBAM “solleva questioni complicate: Chi raccoglie le entrate che genera? Qual è la loro destinazione?”

Tuttavia, la ministra francese per la Transizione ecologica, Barbara Pompili, ha affermato che esiste già un “accordo di principio”, e che i colloqui si sono spostati su questioni di tempistica. Dopo che i ministri dell’UE avranno raggiunto una linea comune sul CBAM, avvieranno negoziati con il Parlamento europeo per finalizzare un accordo.

Il nucleare è verde?

La principale questione che continua a contrapporre Parigi e Berlino (oltre ad altri paesi contrari al nucleare) riguarda tuttavia la proposta della nuova tassonomia degli investimenti verdi. In particolare, se la potenzialità dell’energia atomica come fonte priva di emissioni superi i problemi relativi alla sicurezza e quello, ancora irrisolto, dello smaltimento delle scorie. In Francia, circa il 70% dell’energia prodotta è generata da centrali nucleari: la percentuale più alta rispetto a qualsiasi altro paese al mondo.

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La domanda sul tavolo della riunione dei ministri è perciò quella su cui nelle capitali europee ci si interroga da mesi: se cioè l’energia nucleare e il gas naturale debbano essere ufficialmente classificati come sostenibili dal punto di vista ambientale, cioè come possibili destinatari di finanziamenti agevolati: il che costituirebbe un segnale importante per aziende, investitori e politici.

La bozza di proposta della Commissione, fatta circolare il 31 dicembre scorso, propone di etichettare il nucleare e il gas come tecnologie “di transizione” nel piano dell’UE di raggiungere l’azzeramento delle emissioni nette entro il 2050.

L’energia nucleare non è né “sostenibile” né “economica”, ha affermato ad Amiens il ministro dell’Ambiente tedesco, Stefan Tidow: “Non è un’energia verde”.

Pompili si è detta in disaccordo con il suo omologo tedesco. Pur riconoscendo che lo stoccaggio del combustibile nucleare esaurito rimane un grosso problema, ha detto che “il nucleare è un’energia decarbonizzata” e “non possiamo privarcene nello stesso momento in cui dobbiamo ridurre molto rapidamente le nostre emissioni di CO2”.

Giovedì 19, alla vigiilia della riunione, quattro paesi dell’UE (Austria, Spagna, Lussemburgo e Paesi Bassi) hanno reso pubblica una lettera congiunta in cui esprimono le loro “profonde preoccupazioni” sulla proposta, affermando che il progetto di classificare come green il gas e il nucleare “mette a rischio la transizione energetica nell’UE e nel mondo”. Nelle scorse settimane, l’Austria aveva peraltro annunciato di essere pronta a portare la Commissione Europea davanti ai giudici della Corte UE, se il nucleare fosse ufficialmente incluso nella tassonomia.

“Questa bozza invia un segnale sbagliato ai mercati finanziari e rischia seriamente di essere respinta dagli investitori”, hanno avvertito i quattro paesi. Aggiungendo che “data la lunga durata di vita sia degli impianti di energia nucleare che di gas naturale, la loro inclusione nella tassonomia rischia di portare a un blocco tecnologico per molti decenni, e a distogliere gli investimenti dalle energie rinnovabili”.

‘Deforestazione importata’ e nuovo ETS

Altra iniziativa spinta dalla Francia è poi la costruzione di strumenti per combattere la cosiddetta ‘deforestazione importata’, derivante da prodotti indirettamente responsabili della distruzione delle foreste tropicali. In particolare, le piantagioni di olio di palma nel sud-est asiatico e in Africa, e la produzione commerciale di soia in Sudamerica, destinata soprattutto all’alimentazione del bestiame, sono i principali fattori di deforestazione.

Un disegno di legge su questo tema presentato dalla Commissione a novembre è attualmente in discussione al Parlamento europeo, ma le ong ambientaliste sostengono che il testo ha troppe scappatoie, visto che esclude materie prime come mais e gomma.

Forte resistenza da parte di alcuni Stati membri sta incontrando pure la misura per espandere il sistema di vendita e scambio delle quote di emissioni di CO2 (ETS) – che attualmente riguarda solo l’industria pesante e il settore elettrico – al trasporto di carburante per autocarri e al combustibile per riscaldamento domestico.

La controversa proposta, sostenuta dalla Commissione, ha trovato scarso sostegno tra i ministri, preoccupati per i possibili aumenti dei prezzi per i cittadini e poco rassicurati dal piano del vicepresidente dell’esecutivo UE, Frans Timmermans, di un fondo sociale per il clima per proteggere le fasce di popolazione più vulnerabili da questo rischio.

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Il tema delle biomasse

 All’attenzione dei ministri, infine, c’è anche la questione dell’energia derivata dalle biomasse, sollevata da una lettera inviata mercoledì 19 alla presidenza francese di 10 paesi membri, guidata dalla Svezia, in cui si chiede all’UE di bloccare la prevista revisione dei criteri di sostenibilità per la bioenergia, affermando che sarebbe una scelta prematura.

La lettera, firmata dai ministri dell’Energia o dell’Economia di Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Finlandia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovenia e Svezia, fa riferimento a una proposta di revisione della direttiva dell’UE sulle energie rinnovabili, che la Commissione europea ha presentato lo scorso luglio nell’ambito del pacchetto di iniziative per ridurre le emissioni.

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I criteri di sostenibilità per le biomasse erano già stati rivisti nel 2018 nell’ambito dell’ultimo aggiornamento della direttiva, sottolineano i firmatari, secondo i quali riscrivere le regole ora, dopo solo quattro anni, non ha senso e rischia di minare la fiducia degli investitori nel settore.

“La bioenergia rappresenta la quota maggiore di energia rinnovabile nell’UE” – quasi il 60% – sottolinea la lettera. “Un quadro legislativo stabile”, comprese le norme di attuazione da adottare ai sensi della direttiva sull’energia rinnovabile dell’UE, “è necessario per soddisfare le ambizioni climatiche dell’UE”, si legge.

Gli ambientalisti, tuttavia, sostengono aggiornare le regole di sostenibilità per la bioenergia sia necessario per proteggere le foreste europee e preservare la loro capacità di aspirare l’anidride carbonica dall’atmosfera.

“La nostra analisi legale degli standard di sostenibilità bioenergetica esistenti mostra che porteranno a una distruzione continua e su larga scala delle foreste, e questa catastrofe per il clima e la natura non finirà a meno che non vengano cambiate”, ha detto Martin Pigeon, un attivista di FERN, una ong che si occupa della protezione delle foreste e dei diritti delle persone che dipendono da esse.

“Questi paesi stanno abbaiando all’albero sbagliato”, ha aggiunto Alex Mason del WWF. “Il danno arrecato alla reputazione dell’UE e alla fiducia degli investitori è dovuto alle folli politiche dell’UE in materia di bioenergia, non ai tentativi di risolverle! Invece di scrivere lettere come questa, i ministri dovrebbero spiegare ai loro cittadini perché vogliono combattere il cambiamento climatico bruciando alberi, quando ciò aumenterà le emissioni per decenni o addirittura secoli rispetto ai combustibili fossili”.