Caccia ai metalli hi-tech: il dominio cinese e la sfida europea

Particolari delle bandiere della Repubblica popolare cinese e dell'Unione europea.

La Commissione europea ha lanciato un nuovo tentativo di garantire l’accesso a minerali come il litio e le terre rare, affermando che questi saranno fondamentali per sostenere la crescita dell’Europa nelle industrie digitali e verdi. Il mese scorso, l’esecutivo Ue ha lanciato una strategia per sviluppare una catena di valore completa per le materie prime in Europa – che va dall’estrazione alla lavorazione e al recupero dei rifiuti. In questo rapporto speciale, Euractiv ha esaminato la rinnovata spinta dell’Europa verso una “autonomia strategica” sulle materie prime critiche.

Quando il Covid-19 ha colpito l’Europa e interrotto o rallentato le catene di fornitura globali, l’Ue si resa conto di non poter continuare a dipendere esclusivamente dalle importazioni di materie prime. A Bruxelles questa consapevolezza di aver bisogno di autonomia per quanto riguarda litio e risorse delle terre rare, materiali cruciali per le industrie digitali e verdi, ha rappresentato il lato positivo della pandemia.

“La pandemia ha rivelato la problematica dipendenza dell’Ue dai paesi terzi per quanto riguarda i principi attivi farmaceutici e le forniture mediche”, ha affermato Anna-Michelle Asimakopoulou, deputata greca al Parlamento europeo.

L’europarlamentare ha avvertito che, guardando in un ottica futura, l’Europa dovrebbe essere altrettanto preoccupata che le materie prime necessarie per le transizioni verdi e digitali arrivino per lo più da altre regioni.

La “ripresa verde” (Green recovery) dell’Europa si baserà, in termini di leadership industriale, nella produzione di computer, batterie, veicoli elettrici e turbine eoliche”, ha scritto Asimakopoulou in una opinione pubblicata su Euractiv.com: “Ma noi dipendiamo sempre più dalla Cina e da altre regioni per la fornitura dei metalli e dei minerali richiesti da queste tecnologie”, ha detto, invitando la Commissione europea a difendere le industrie Ue contro il dumping cinese e la “diplomazia tariffaria fuori controllo” degli Usa sotto per scelta dell’amministrazione Trump.

Il campanello d’allarme si è diffuso in tutte le istituzioni dell’Ue a Bruxelles e oltre.

“Questo ha confermato la nostra analisi”, ha detto Thierry Breton, commissario per il mercato interno Ue, intervenendo la scorsa settimana ad un evento a Bruxelles in occasione del lancio dell’Alleanza europea per le materie prime, guidata dall’industria: “Dobbiamo pensare in modo più strategico per anticipare altre possibili interruzioni in futuro”, ha detto.

Secondo Breton l’Europa, come emerge dalla crisi di Covid-19, deve potenziare la propria “capacità interna per le materie prime primarie” e le materie secondarie ottenute attraverso riciclaggio e riutilizzo. Ma l’apertura di nuove miniere in Europa non è l’unica soluzione, ha aggiunto e, dicendo che bisogna chiudere le scappatoie lungo la catena del valore delle materie prime, ha avvertito che “non è sufficiente avere le materie prime se non abbiamo gli impianti di lavorazione in Europa”.

Al momento, l’Europa è fortemente dipendente dalle materie prime importate da un piccolo numero di paesi stranieri. La Cina fornisce il 98% degli elementi delle terre rare dell’UE, mentre la Turchia fornisce il 98% del borato del blocco, mentre il Sudafrica copre il 71% del fabbisogno di platino dell’Ue.

“Ci sono anche molti di questi materiali presenti in Europa. E questa è la buona notizia”, ha detto Breton, riferendosi alle riserve di cobalto, bauxite, berillio, bismuto, gallio, germanio, germanio, indio, niobio e borato.

"Terre rare": la nuova alleanza mira all’autonomia strategica europea

Martedì (30 settembre) la Commissione Europea ha lanciato una nuova alleanza industriale volta a rafforzare l'”autonomia strategica” dell’Ue sulle materie prime come le terre rare, considerate fondamentali per le transizioni verdi e digitali del blocco.

“L’accesso alle risorse è una questione …

La questione urgente ora è quanto velocemente gli europei potranno sviluppare le capacità di estrazione, raffinazione e riciclaggio e quanto dipenderà dalle importazioni mentre lo faranno.

In alcuni casi, la Commissione ritiene che l’Europa possa muoversi rapidamente. Per quanto riguarda il litio, ad esempio, il Commissario per il mercato interno ha detto che l’Ue si sta posizionando come quasi autosufficiente entro il 2025.

Per le terre rare, il processo sarà più lungo, hanno detto i funzionari ad Euractiv. L’obiettivo è quello di rendere operativa la capacità mineraria e di raffinazione europea entro l’inizio del prossimo decennio. Nel frattempo, ciò significa garantire “un accesso diversificato e senza distorsioni ai mercati globali per le materie prime di provenienza sostenibile”, ha detto Breton.

“Terre rare”, la questione geopolitica che tocca l’Europa

Con “terre rare” si intende quell’insieme di elementi che, per quanto in realtà non così introvabili, sono caratterizzati da estrazioni molto complesse e dispendiose dovute ad una scarsa concentrazione dei minerali contenuti in essi. Si tratta di lavorazioni che contengono processi assai invasivi per l’ambiente, a partire dal ricorso ad acidi e ad altri componenti con scarti che diventano poi rifiuti altamente tossici.

Una volta divenuti leghe metalliche o magneti si traducono in basilari costitutivi di oggetti o mezzi dei quali oggi non possiamo più fare a meno, se si vuole mantenere uno standard di sviluppo al passo con i tempi.

Le “terre rare” sono determinanti per alcuni oggetti dell’uso quotidiano, professionale o del tempo libero, come gli schermi dei pc o di smartphone e tablet, ma anche nei mezzi di trasporto, nelle turbine e in altri oggetti bisognosi di batterie o particolari sistemi di alimentazione. Non manca poi la lunga filiera del settore della Difesa, dove è fortissimo l’uso negli scopi militari di questi elementi “rari” che vanno a comporre articolati strumenti e mezzi.

In questo particolare settore la Cina svolge un ruolo egemone, avvantaggiata anche dal fatto che la quasi totalità dei volumi trattati e commerciati sono estratti dal vasto territorio nazionale. Questo ha reso possibile negli anni, in particolare nell’ultimo decennio, di consumare il sorpasso degli Usa detentori del precedente primato.

Le questione strategica, squisitamente geopolitica e di politica estera, è diventata cruciale nel dibattito europeo circa l’uso di questi preziosi materiali, soprattutto sull’autonomia rispetto ad estrazione e lavorazione.

Autonomia strategica aperta

Per racchiudere le priorità apparentemente contrastanti dell’autosufficienza e della promozione del libero scambio, i responsabili politici hanno coniato il nuovo termine “autonomia strategica aperta”.

La frase compare undici volte nel piano d’azione sulle “materie prime critiche”, pubblicato dalla Commissione europea il mese scorso.

Ma cosa significa in realtà questa espressione? Il commissario Breton ha cercato di darne una definizione quando ha lanciato la Raw materials alliance la scorsa settimana: “Quando parliamo di autonomia strategica – o di quella che a volte viene definita sovranità o resilienza – non parliamo di isolarci dal mondo, ma di avere scelta, alternative, concorrenza ed evitando dipendenze indesiderate, sia dal punto di vista economico che geopolitico”.

Stubb: "È tempo di un'autonomia strategica dell'Ue"

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Il piano d’azione della Commissione sulle materie prime dà al concetto un’ulteriore sostanza.

“Il commercio globale e le sue catene del valore integrate rimarranno un motore di crescita fondamentale e saranno essenziali per la ripresa dell’Europa”, osserva l’esecutivo dell’Unione in una nota a piè di pagina 1 della comunicazione sulle materie prime.

“In quest’ottica, l’Europa perseguirà un modello di autonomia strategica aperta”. Ciò significherà dare forma al nuovo sistema di governance economica globale e sviluppare relazioni bilaterali reciprocamente vantaggiose, proteggendoci al tempo stesso da pratiche sleali e abusive”.

Buy-in dalle capitali europee

È sorprendente che la richiesta della Commissione di risvegliare l’attenzione sull’approvvigionamento di materie prime sembri risuonare al di là degli ambienti politici dell’Ue a Bruxelles.

A Varsavia, il vice primo ministro responsabile dello sviluppo, Jadwiga Emilewicz, ha sostenuto la spinta della Commissione per una “autonomia strategica” delle materie prime, dicendo che potrebbe “portare speranza a chi lavora nelle miniere di carbone nero” della Polonia.

Peter Altmaier, ministro tedesco dell’economia e dell’energia, è stato tra i relatori dell’evento di lancio dell’Alleanza europea per le materie prime. Otto anni fa, quando era ministro dell’ambiente, disse che esse non erano viste come una questione così pressante.

“Oggi sappiamo che si tratta di una sfida importantissima”, ha insistito Altmaier, affermando che la trasformazione digitale e la decisione dell’Ue di diventare climaticamente neutrale entro il 2050 hanno cambiato le percezioni.

Le aziende tedesche hanno affrontato il “crescente protezionismo internazionale” sulle materie prime, ha sottolineato Altmaier. “Molti paesi stanno cercando di proteggere i propri mercati e di assicurarsi un accesso privilegiato alle materie prime”, ha sottolineato Altmaier, affermando che si tratta di una “preoccupazione” sulla quale gli europei “devono agire”.

“Dobbiamo sostenere le imprese e gli attori nel campo delle materie prime”, ha detto il ministro tedesco, parlando a favore dell’incremento della produzione interna di minerali come il litio, necessari per la produzione di batterie per auto elettriche.

Allo stesso tempo, ha detto, l’aumento della produzione nazionale e gli sforzi di riciclaggio non sarebbero sufficienti per ridurre le importazioni in modo significativo, perché la domanda di articoli come le celle delle batterie “aumenterà in modo esponenziale” in futuro.

“Pertanto, abbiamo bisogno di materie prime nazionali e, allo stesso tempo, dobbiamo assicurarci di avere accesso a materie prime come il litio e il cobalto provenienti da altre regioni del mondo”, ha detto Altmaier.

Il Canada e l’Australia sono tra i Paesi che hanno mostrato interesse ad approfondire le relazioni commerciali con l’Ue sulle materie prime.

All’inizio di quest’anno, la Banca Mondiale ha previsto un aumento del 500% della produzione di minerali come grafite, litio e cobalto entro il 2050, ha osservato Seamus O’Regan, ministro canadese delle risorse naturali.

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“Questa rappresenta un’incredibile opportunità. E il Canada è pronto a guidarla”, ha detto O’Regan all’evento sulle materie prime. Il Paese nordamericano è “una delle uniche nazioni dell’emisfero occidentale con vasti depositi di minerali necessari per realizzare la prossima generazione di batterie elettriche: cobalto, grafite, litio, nichel – le abbiamo tutte”. Il Canada potrebbe soddisfare l’intera domanda dell’Ue di germanio, magnesio, carbone da coke, niobio e grafite”.

Inoltre, il Canada ha sia le risorse che le aziende in grado di estrarre ed elaborare elementi terrestri rari, ha precisato O’Regan.

Più vicino a casa, l’Europa sta cercando di importare materie prime da paesi come la Serbia, l’Albania e l’Ucraina. Questi Paesi hanno “riserve molto solide” di molte materie prime critiche, ha detto Maroš Šefčovič, vicepresidente della Commissione responsabile delle previsioni.

“Penso che questo porterebbe un nuovo capitolo positivo nel nostro rapporto”, ha detto in un’intervista ad Euractiv.

Aumentare la pressione sulla Cina

Diversificando le sue importazioni e incrementando la produzione interna, l’Europa mira ad esercitare una maggiore influenza sulla Cina quando si tratta di commerciare materie prime.

La strategia dell’Ue prevede l’applicazione di misure antidumping sulle importazioni di materiali come l’alluminio, che secondo i produttori dell’Unione stanno attualmente inondando il mercato europeo.

La produzione di alluminio in eccesso della Cina ammonta attualmente a 10 milioni di tonnellate, 5 volte la produzione totale dell’Ue. Mentre i produttori europei si stanno riprendendo dalla crisi della corona, “la Cina sta facendo leva sulla crisi per aumentare ulteriormente la produzione di alluminio”, ha detto Gerd Götz, Direttore generale dell’associazione di categoria European aluminium.

“La Cina è in grado di cancellare e sostituire l’intera industria europea dell’alluminio in poco tempo se l’Ue non agisce in modo deciso”, ha avvertito Götz.

La strategia dell’Unione europea non si ferma alle misure antidumping o alla diversificazione delle importazioni. Un’altra parte fondamentale riguarda gli standard ambientali e lavorativi, che l’Europa vuole imporre a tutti i suoi partner commerciali – un concetto a cui Šefčovič fa riferimento come “sostenibilità competitiva”.

Già a dicembre, Šefčovič ha affermato che l’Ue importerà solo celle per batterie che aderiscono ai rigorosi standard ambientali e lavorativi del blocco. Quelli che non lo faranno, ha avvertito, non potranno entrare nel mercato dell’Ue.

“Crediamo che la sostenibilità sarà il punto chiave di vendita nel prossimo futuro”, ha detto a Euractiv, dicendo che i consumatori europei non accetteranno l’acquisto di auto o telefoni realizzati con minerali estratti da miniere di lavoro e pratiche ambientali non etiche.

Diplomazia verde

La mossa fa parte di una più ampia spinta dell’Ue per far rispettare la “reciprocità” nelle relazioni commerciali, che ora comprende anche gli standard ambientali. Nel 2018, l’Ue e il Canada hanno inserito una clausola sul clima nel Ceta, l’accordo commerciale bilaterale entrato in vigore nel 2017.

Entrambe le parti hanno convenuto di “promuovere il sostegno reciproco delle politiche commerciali e climatiche”, con riferimento agli impegni assunti nell’accordo di Parigi. All’inizio del 2018, una clausola climatica simile è stata aggiunta all’accordo commerciale Ue-Giappone, una mossa propagandata come la prima del suo genere in un importante accordo commerciale.

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La Commissione europea ha minacciato di imporre una carbon border tax ai Paesi che fanno troppo poco sul cambiamento climatico, riflettendo la posizione più assertiva dell’Unione sul commercio e la sua determinazione a proteggere le aziende europee da prodotti più economici realizzati in paesi che cercano un vantaggio competitivo da standard ambientali più bassi.

La tassa “dovrebbe motivare i produttori stranieri e gli importatori dell’UE a ridurre le loro emissioni di carbonio, garantendo al tempo stesso la parità di condizioni in un modo compatibile con l’Omc”, ha detto Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea.

L’esecutivo dell’Ue ha detto che una proposta concreta per la tassa è in fase di preparazione e dovrebbe essere pubblicata nel 2021 e attuata nel 2022.

Per Šefčovič, la potenziale ricompensa per la Cina che continua a commerciare con il blocco europeo è l’accesso al mercato interno dell’Ue di 450 milioni di consumatori.

“L’offerta ai cinesi è che avranno accesso al più grande blocco commerciale di questo pianeta”, ha detto Šefčovič a Euractiv. “Siamo il partner commerciale numero uno per la Cina. Sono il nostro partner commerciale numero due”. “Quindi penso che, sì, attualmente dipendiamo dalla Cina per ottenere alcuni di questi materiali critici, ma dipendono anche molto dall’avere noi come partner importante in futuro”, ha aggiunto, esprimendo la fiducia che “l’appello dell’Europa per un trattamento equo, per la reciprocità, è ben compreso” a Pechino.

La pressione dell’Europa sulla Cina sembra aver dato i suoi frutti il mese scorso, quando Pechino ha annunciato l’intenzione di diventare “carbon neutral” entro il 2060, piegandosi a una delle principali richieste di Bruxelles.

La necessità di aggiungere un focus verde all’agenda commerciale dell’Europa è diventata più urgente con la decisione dell’Ue di aumentare il suo obiettivo di riduzione del carbonio per il 2030 e di puntare alla neutralità climatica entro il 2050.

Mentre l’Unione europea si avvia verso l’obiettivo di emissioni nette zero, la posizione più assertiva dell’Europa sul commercio e sul cambiamento climatico si fa sentire ai più alti livelli della gerarchia europea.

“Dobbiamo insistere sull’equità e sulla parità di condizioni”, ha affermato la von der Leyen nel suo primo discorso annuale sullo stato dell’Unione al Parlamento il mese scorso, citando i lavori in corso su una tassa sulle emissioni di carbonio alle frontiere. “L’Europa andrà avanti – da sola o con i partner che vogliono aderire”.

Il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha fatto eco a questo sentimento. In un recente discorso, ha parlato del concetto di “autonomia strategica” per l’Europa, sottolineando che le discussioni si stanno svolgendo al più alto livello.

“L’autonomia non è protezionismo, al contrario”, ha affermato Michel, insistendo sul fatto che la posizione dell’Ue come “il più grande blocco commerciale del mondo” le conferisce un vantaggio sulle altre nazioni.

Il potere dell’Europa “è la capacità di diffondere regole e standard in tutto il mondo”, ha detto, citando la normativa generale dell’UE sulla protezione dei dati, che stabilisce uno standard globale per la protezione della privacy online.

La diplomazia del clima, ha aggiunto Michel, sta diventando “un nuovo fronte strategico dove l’Europa può vincere la battaglia degli standard”.

“Facendo da pioniere nelle tecnologie ambientali e fissando gli standard pertinenti, raggiungeremo due obiettivi: assumere un ruolo guida in questo campo e contribuire a vincere la lotta contro il riscaldamento globale”, ha detto.

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