Timmermans: i paesi Ue devono affrontare le conseguenze dei nuovi obiettivi sul clima

il vicepresidente della Commissione europea e commissario pr il Clima e il Green Deal, Frans Timmermans, in una conferenza stampa a Bruxelles, il 24 febbraio 2021.

Gli Stati membri dell’Unione europea hanno concordato di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, e di aumentare gli obiettivi intermedi per il 2030: ciò significa che l’Europa deve modificare tutte le sue politiche climatiche, incluso il suo sistema di scambio di quote di emissioni, ha detto il commissario europeo con delega al Clima e al Green deal, Frans Timmermans, in un’intervista esclusiva a EURACTIV di cui pubblichiamo un ampio stralcio. Il testo integrale (in inglese) si può leggere su EURACTIV.com.

Frans Timmermans, olandese, esponente del Partito del Lavoro (PvdA) e del Partito Socialista europeo, è il primo vicepresidente della Commissione europea, con delega al Clima e al Green Deal europeo. Ha rilasciato questa intervista a Frédéric Simon, editor di EURACTIV, giovedì 20 maggio.

Da quando è entrato in carica, l’Unione europea ha approvato una legge fondamentale sul clima che mira a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Ora stiamo entrando in una nuova fase nel processo di definizione delle politiche, a luglio è previsto un pacchetto di proposte per attuare gli obiettivi per il 2030, che contiene molte elementi. Quale sarà il suo equilibrio generale?

La questione centrale è questa: finora avevamo deciso di ridurre le nostre emissioni del 40% rispetto al 1990. Con la legge sul clima, abbiamo stabilito che ridurremo le emissioni di almeno il 55% entro il 2030. Ciò significa che dobbiamo riadattare tutte le politiche pensate per una riduzione del 40% rendendole idonee per una del 55%.

Perché voglio presentare un pacchetto di 12 proposte? Perché deve esserci un equilibrio. Quando fai queste proposte, che si tratti del sistema di scambio di quote di emissioni (Ets), delle energie rinnovabili, dell’efficienza energetica, della tassazione dell’energia o delle emissioni di auto e furgoni, ci sono aspetti positivi e negativi per tutte le parti in causa, quindi dobbiamo creare un equilibrio.

In sostanza diremo agli Stati membri: “Avete tutti acconsentito alla riduzione del 55%. Ciò ha delle conseguenze e questo è il modo in cui vediamo un pacchetto equilibrato in tutti questi settori. Ora spetta a voi vedere se questo equilibrio è qualcosa con cui potete convivere o se dovremmo modificarlo”. Ci sarà sempre qualcosa che piacerà o non piacerà agli Stati membri, perché le loro posizioni di partenza non sono le stesse. La Polonia, ad esempio, dipende ancora dal carbone per il 70% del suo consumo energetico, mentre l’Austria genera più del 75% della sua elettricità in modo sostenibile. Quindi dobbiamo riconoscere le diverse posizioni di partenza.

Quali saranno gli elementi chiave del pacchetto, e come si integreranno?

Penso che una pietra miliare sia il meccanismo Ets, visto il grande successo che ha avuto. Ha messo un prezzo alla CO2. Ha influenzato il settore e l’industria dell’energia facendo capire che chi fa le cose meglio non deve pagare tanto. Insomma, è un enorme strumento di incentivazione ed è chiaro che dobbiamo ampliarlo.

Dobbiamo esaminare potenziali nuove aree in cui applicarlo, ma guardare anche alle aree esistenti, ad esempio esaminando molto attentamente le indennità gratuite, ad esempio. E forse dobbiamo guardare con molta attenzione all’estensione dell’Ets alla navigazione o all’aviazione.

Nel fare tutto ciò – e magari nell’estenderlo all’edilizia e ai trasporti – dobbiamo guardare agli effetti che produrremo, anche a livello internazionale, perché si entra immediatamente nella discussione sul meccanismo di aggiustamento alla frontiera delle emissioni di CO2 (CBAM), che è interconnesso con l’Ets. In ogni caso, l’Ets è chiaramente lo strumento più efficace che abbiamo per influenzare il comportamento in modo da ridurre le emissioni.

Ha citato la dimensione internazionale: questo è l’anno della COP26, all’interno della quale i mercati delle emissioni saranno uno dei grandi temi di discussione. Quali sono i suoi obiettivi in ​​quanto rappresentante dell’Unione europea al meeting?

La scorsa settimana a Berlino ho parlato molto a lungo con l’inviato statunitense per il clima John Kerry, per definire quali sono i nostri criteri perché la conferenza di Glasgow sia un successo. È chiaro che dobbiamo coinvolgere tutte le nazioni industrializzate e fare in modo che tutti i maggiori emettitori di CO2 si impegnino con forza. Questo sarà uno dei nostri compiti nei mesi a venire: convincere Cina, India e gli altri ad alzare la posta.

A Glasgow, dobbiamo essere in grado di concludere che rimanere ben al di sotto di un aumento di 2° C delle temperature globali è ancora fattibile. Questo è l’obiettivo principale, e su questa base si guarda al modo in cui raggiungerlo e a come accelerare la transizione energetica.

I mercati delle emissioni sono molto importanti per questo. Noi crediamo nel nostro sistema di scambio di quote di emissioni (Ets), e ora anche i cinesi ne stanno sviluppando uno, e ci sono alcune forme di Ets anche negli Stati Uniti.

Ma i mercati delle emissioni di CO2 non sono l’unico modo, si possono ottenere riduzioni delle emissioni anche  attraverso la regolamentazione o la tassazione – è una scelta che i paesi possono fare. Ciò che funziona è dare un prezzo alla CO2, per influenzare il comportamento delle industrie che la producono. È così che viene affrontata la riduzione delle emissioni nel mondo industrializzato.

In secondo luogo, è necessario coinvolgere anche il mondo in via di industrializzazione. Questi paesi vogliono lo sviluppo ma vogliono anche mitigare le conseguenze della crisi climatica che già vivono. Contano che le parti più ricche del mondo mettano sul tavolo i soldi che hanno già promesso. Quindi dobbiamo assicurarci che le finanze siano organizzate in modo tale che i paesi in via di sviluppo siano a bordo e si rendano conto di avere un interesse in questo processo. Ciò è particolarmente vero in Africa e nel Pacifico, dove diversi paesi sono letteralmente minacciati di scomparsa a causa del cambiamento climatico.

In linea con la cooperazione internazionale, lei ha menzionato anche l’intenzione di introdurre un meccanismo di adeguamento della CO2 alle frontiere per proteggere l’industria dell’Ue dalla concorrenza sleale. Ciò sta destando preoccupazione tra i paesi emergenti, come Cina e Brasile, che l’hanno definita una misura protezionistica e si sono lamentati per la mancanza di contatti diplomatici per spiegare come funzionerà il sistema. Cosa risponde?

Si tratta di una questione tecnicamente molto complicata, se si vuole farla funzionare bene. Non è una misura protezionistica, né una misura per generare entrate. È una misura per creare condizioni di parità e per evitare la rilocalizzazione delle emissioni di CO2. Quindi occorre guardare in modo molto specifico a quali settori sarebbero interessati.

In secondo luogo, abbiamo detto molto chiaramente che vogliamo che questo sia compatibile con i principi dell’organizzazione mondiale del commercio (WTO), e ciò manda immediatamente un messaggio ai paesi in via di sviluppo, perché le misure che adottiamo in Europa non dovrebbero influire su di loro e sulla loro posizione commerciale. Una volta deciso il meccanismo, farò tutto ciò che è necessario per chiarire quali sarebbero i suoi effetti, ben prima di Glasgow.

In terzo luogo, la logica che sta alla base del meccanismo è la seguente: ci siamo tutti impegnati a rispettare l’accordo di Parigi. Sappiamo cosa significa in termini di decarbonizzazione dell’economia globale: non ci interessa come i paesi hanno scelto di farlo, ma più sono ambiziosi nella decarbonizzazione, minore è la necessità di aggiustamenti poiché c’è meno rischio di rilocalizzazione delle emissioni di CO2.

Un altro settore attualmente non coperto dall’Ets è quello dell’agricoltura e la silvicoltura. Quali modifiche alla Politica agricola comune ritiene siano necessarie per allinearla agli obiettivi del Green Deal?

La riforma della Pac deve consentirci di attuare la strategia ‘dal campo alla tavola’ e la strategia per la biodiversità. Questi sono due elementi essenziali se vogliamo portare l’agricoltura in una direzione più verde. Il terzo è chiarire che possiamo anche utilizzare il primo pilastro della Pac, che si occupa dei pagamenti diretti agli agricoltori, per indirizzare la spesa.

Il fatto è che, su scala europea, l’80% del denaro va ancora al 20% dei destinatari – e li chiamo destinatari perché molto spesso non sono agricoltori, sono grandi proprietari terrieri o grandi società. Se accettiamo di ampliare il più possibile gli eco-schemi, saremo in grado di sostenere gli agricoltori e le loro famiglie andando in una direzione ecologica. Penso che questo sia molto, molto importante.

Se riusciamo anche ad aumentare la possibilità di mettere da parte dei terreni per la natura, di fare carbon farming, di rimboschire, di reidratare le torbiere, di prendersi cura delle praterie, di non usare pesticidi o fertilizzanti – tutto questo potrebbe avvero cambiare le cose. Con la politica agricola comune non si farà mai una rivoluzione, ma si può creare un cambiamento: è come un’enorme petroliera che cambia direzione.

Per chiudere questa intervista, parliamo un po’ delle energie rinnovabili. Quando ha presentato il piano di riferimento per il 2030, alcuni mesi fa, ha indicato la necessità di raddoppiare all’incirca la produzione da fonti rinnovabili entro il 2030, per raggiungere il target di riduzione delle emissioni del 55%. È qualcosa di enorme: come fare per raggiungerlo?

Sì, è davvero qualcosa di enorme, ma è fattibile. Prima di tutto, dobbiamo riconoscere che le energie rinnovabili sono il futuro. Le energie rinnovabili stanno diventando più economiche anche mentre parliamo: alla fine di questa intervista saranno più convenienti di quanto non fossero all’inizio. Soprattutto il solare, ma anche l’eolico e in particolare l’eolico offshore. Sta diventando sempre più attrattivo investire in queste tecnologie. Le entrate sono quasi garantite, e i prezzi dell’energia diventeranno più bassi.

In secondo luogo, per avere successo dobbiamo investire massicciamente nelle reti. Il settore privato vorrà farlo perché è redditizio, ma il settore pubblico dovrà creare le giuste condizioni – con i crediti, ma anche cambiando il modo in cui lo permettiamo: oggi ci vuole troppo tempo e ci sono troppe condizioni. Dobbiamo accelerare.

Terzo, abbiamo l’idrogeno. Quando abbiamo presentato la strategia dell’idrogeno verde, lo scorso anno, qualcuno diceva che le nostre ambizioni erano folli. In quel momento avevamo concluso che avremmo potuto raggiungere i 40 gigawatt di idrogeno verde entro il 2030. Bene, commercialmente, siamo già oltre tale obiettivo, anche se un anno fa questo era considerato eccessivamente ambizioso. Quindi l’idrogeno sta decollando alla velocità della luce.

L’elemento vulnerabile è l’infrastruttura sottostante. Prendiamo i veicoli elettrici: tra sei anni un’auto elettrica sarà più economica, non solo da mantenere – è già così – ma anche da acquistare rispetto a un’auto con motore a combustione interna. Però, abbiamo abbastanza capacità di ricarica? Abbiamo abbastanza produzione di energia rinnovabile per alimentare i caricatori? Queste sono le grandi sfide. Creare una quantità sufficiente di energia rinnovabile potrebbe essere la sfida energetica più grande che dobbiamo affrontare, anche se le condizioni economiche sono davvero molto favorevoli.