Sinkevicius: “Covid-19 non sia scusa per smettere di proteggere l’ambiente”

Il commissario europeo per l'Ambiente Virginijus Sinkevicius. [EPA-EFE/JOHN THYS / POOL]

Lo scorso novembre, il lituano Virginijus Sinkevičius è diventato a soli 28 anni il più giovane commissario europeo di sempre, ricevendo in dote un portafoglio ambizioso e che guarda al domani come quello all’Ambiente.

Il millennial chiamato da Ursula von der Leyen a lavorare sui problemi della generazione Z ha concesso una lunga intervista esclusiva a EURACTIV Italia per fugare ogni dubbio su possibili ritardi nell’ambiziosa agenda verde Ue causati dalla crisi del Covid. Sinkevičius ha anche detto la sua su alcuni temi di dibattito in Italia, dalla plastic tax al problema dei rifiuti a Roma.

La Commissione europea ha inquadrato la nuova strategia Ue per la Biodiversità, presentata lo scorso 20 maggio, tra gli elementi centrali del piano di rilancio europeo post pandemia. In che modo salvaguardare la natura può rappresentare una spinta alla crescita economica?

Mantenere la natura ‘in salute’ e ripristinare il nostro capitale naturale è al centro della crescita sostenibile ed è particolarmente importante adesso per aumentare la nostra resilienza. La biodiversità è alla base di molte attività economiche e un pianeta sano è un prerequisito per la crescita delle imprese e per la ripresa dell’economia. Questo è vero in Europa ed è vero in tutto il mondo. I tre maggiori settori economici – edilizia, agricoltura, alimentazione e bevande – generano quasi 7,3 trilioni di euro e sono tutti fortemente dipendenti dalle risorse naturali.

Investire nella natura significa posti di lavoro e opportunità di business. Un periodo di alta disoccupazione e bassi tassi di interesse è il momento ideale per investire in progetti come guardino al ripristino della natura, alle aree protette, all’agricoltura biologica e alle infrastrutture verdi e blu. Ad esempio, studi sui sistemi marini stimano che ogni euro investito in aree marine protette genera un ritorno che triplica l’investimento iniziale, con un aumento dei profitti derivanti dalla protezione delle coste, dalla pesca, dal turismo, dalle attività ricreative e dallo stoccaggio del carbonio. Analogamente, il Nature Fitness Check del 2016 ha dimostrato che la rete di Natura 2000 apporta ogni anno benefici per un valore di 200-300 miliardi di euro e che gli investimenti necessari per realizzare questa rete dovrebbero sostenere fino a mezzo milione di posti di lavoro aggiuntivi. Tutto ciò dimostra che proteggere gli ecosistemi significa anche contribuire alla resilienza dell’economia locale.

La strategia per la biodiversità è anche saldamente al centro del Green Deal europeo.

Perché questa è la strada del Green Deal. Alla fine si ritorna sempre al Green Deal e alle sue componenti che costituiscono la via verso un futuro diverso, più sostenibile, e una ripresa giusta e rapida. Se non la seguiamo e torniamo a distruggere gli ecosistemi invece che proteggerli, limiteremo le opportunità di business e ridurremo il nostro potenziale di sviluppo socio-economico. Non possiamo permetterci di farlo, perché i costi sarebbero enormi. Assisteremmo a eventi meteorologici più frequenti e a un maggior numero di catastrofi naturali. Finiremmo per ridurre il Pil complessivo dell’Ue fino al 2%. E la situazione sarebbe molto peggiore soprattutto nei paesi dell’Europa meridionale, che vedrebbero il loro Pil diminuire di oltre il 4% sul lungo termine.

La crisi causata dalla pandemia ha cambiato temporaneamente le abitudini dei consumatori. Per esempio, se prima si preferiva andare a cena fuori, per un po’ si è stati costretti a ordinare cibo da asporto. Ritiene che questi aspetti dell’economia “take away” potrebbero aumentare la dipendenza dalla plastica monouso?

La crisi ha effettivamente modificato il nostro comportamento e stiamo seguendo attentamente questi cambiamenti per individuare le tendenze che influenzeranno le nostre politiche a lungo termine. La domanda di certi cibi da asporto può essere cresciuta, ma molto probabilmente si tratta di un fenomeno temporaneo, limitato alla durata del confinamento. D’altra parte, ci sono altre importanti tendenze che emergono dall’attuale crisi e che sono legate più ai diversi modelli di lavoro e di tempo libero, all’accesso agli spazi verdi, alle opzioni di mobilità pulita e a una maggiore attenzione alle opportunità di risparmio.

Costruire la sostenibilità e la resilienza nel tessuto della nostra società, nelle nostre abitudini, è più importante che mai. Le sfide ambientali non sono scomparse con la crisi. Il cambiamento climatico si sta aggravando, portando una pressione ancora maggiore sulla nostra fragile natura e sulla biodiversità. L’inquinamento da plastica rimane una delle nostre principali preoccupazioni ed è ancora importante cambiare le nostre abitudini sul monouso. 

Crede che questo fenomeno temporaneo possa insidiare quel divieto alla plastica monouso che sarà in vigore in Ue dal 2021?

Pur considerando appieno le conseguenze della crisi, le misure dell’Ue per affrontare gli usi non sostenibili e i rifiuti sono state ampiamente sostenute, e non credo che questo cambierà. Ad ogni modo, la legislazione dell’Ue non vieta i contenitori per alimenti monouso, ma richiede una sostanziale riduzione del loro utilizzo. D’altronde, chi ha detto che gli imballaggi per il cibo da asporto devono essere monouso? Gli argomenti a favore degli imballaggi riutilizzabili non sono cambiati. Ci sono molti esempi di buone pratiche in tutta l’Ue, e ne verranno sviluppati altri. La riduzione dei rifiuti è al centro di molte iniziative del nuovo Piano d’azione per l’economia circolare, in particolare per quanto riguarda gli imballaggi e la plastica. 

La gente vuole questo cambiamento e lavoreremo a stretto contatto con tutte le industrie interessate. Nell’ambito della strategia “Farm to Fork” ci impegniamo ad aiutare l’intera industria alimentare a ridurre il proprio impatto ambientale. Ciò significa anche lanciare iniziative legislative per rivedere la legislazione sui materiali a contatto con gli alimenti per migliorare la sicurezza alimentare e la salute pubblica, per sostenere l’uso di soluzioni di imballaggio innovative e sostenibili con materiali ecologici, riutilizzabili e riciclabili.  

Il governo italiano ha rinviato di un anno l’entrata in vigore di una plastic tax che rispettava gli obiettivi Ue di riduzione delle materie plastiche. Si aspetta simili passi indietro da altri Stati membri?

Gli impatti della crisi sulla nostra economia e sulla società sono di vasta portata e in molti Stati membri sono addirittura drammatici. Senza dubbio porteranno molti cambiamenti. La Commissione ha fatto tutto il possibile per fornire flessibilità laddove è veramente necessario e dovremo certamente tenere conto dell’impatto diretto della crisi nella pianificazione del nostro lavoro futuro. Per questo motivo, ad esempio, abbiamo modificato il programma di lavoro della Commissione per il 2020, al fine di riorientare i nostri sforzi e dare priorità alle azioni necessarie per stimolare la ripresa e la resilienza dell’Europa. 

Ma quello che non possiamo certo fare è usare la crisi come scusa generale per indebolire gli sforzi per proteggere il nostro ambiente e la nostra salute dalle pressioni causate dall’inquinamento. Una corretta gestione dei rifiuti che pone la prevenzione dei rifiuti al vertice rimane una priorità. Continuiamo a sostenere gli Stati membri nell’attuazione della legislazione comunitaria in materia. Laddove vediamo un aumento dei rifiuti legati all’attuale crisi sanitaria, in particolare dei rifiuti delle strutture sanitarie, lavoriamo a stretto contatto con gli Stati membri per affrontare le sfide che si trovano ad affrontare. Stiamo anche monitorando la situazione generale della produzione di rifiuti. Le esperienze di precedenti periodi di difficoltà economiche indicano che la produzione di rifiuti può effettivamente diminuire in generale. 

Stiamo anche continuando il nostro lavoro per ridurre l’inquinamento da plastica. Il termine ultimo per il recepimento della direttiva Ue sulle materie plastiche monouso nella legislazione nazionale è luglio 2021 ma le misure necessarie possono essere introdotte gradualmente. Così, ad esempio, la riduzione del consumo per quanto riguarda i contenitori per alimenti monouso sarà valutata entro il 2026, rispetto ai livelli del 2022. Questi obiettivi, molti dei quali non devono essere raggiunti nell’immediato futuro, non sono cambiati e non credo che cambieranno. 

Tornando sulla plastic tax, è stata molto criticata dall’industria italiana del packaging, tra i leader mondiali in questo campo. Come si può convincere il settore a sostenere gli obiettivi di riduzione, invece che combatterli?

Avremo sempre bisogno di imballaggi e, probabilmente, ci sarà sempre un posto per gli imballaggi di plastica nell’industria. L’imballaggio protegge il prodotto, aumenta la durata di conservazione degli alimenti e può essere utilizzato per trasmettere informazioni importanti ai consumatori. Ma c’è una grande differenza tra questo ruolo importante e gli imballaggi non necessari che sono semplicemente uno spreco di risorse. E se non smetteremo di gettare indistintamente i rifiuti di plastica, la pressione ad adottare misure sempre più severe sulla plastica non è affatto destinata a diminuire, in quanto si tratta di una questione di seria preoccupazione per l’opinione pubblica. 

L’intera economia dell’Ue deve migrare da un modello lineare, in cui utilizziamo e buttiamo via risorse preziose con sempre maggiore velocità, a un modello circolare, in cui manteniamo i materiali nell’economia il più a lungo possibile. Lo stesso vale per l’imballaggio. Si deve passare ad alternative riutilizzabili, riducendo al minimo la quantità e la complessità dei materiali utilizzati e garantendo che l’imballaggio sia effettivamente riciclato. Questo significa anche una migliore progettazione, ed è per questo che la Commissione sta attualmente lavorando ad una revisione dei requisiti essenziali per l’immissione sul mercato Ue degli imballaggi. 

L’obiettivo è che, entro il 2030, tutti gli imballaggi immessi sul mercato siano riutilizzabili e riciclabili in modo economicamente conveniente. I decisori politici stabiliscono gli obiettivi, creano condizioni quadro favorevoli e forniscono sostegno. Ma abbiamo bisogno che le aziende del settore del packaging apportino le innovazioni di cui la società ha bisogno. Questi investimenti daranno i loro frutti e apriranno nuovi mercati. È un’opportunità per il settore, un’opportunità per andare avanti.

In Italia c’è anche l’annoso problema delle discariche illegali, finora costato caro per via delle multe che arrivano da Bruxelles. La nuova strategia Ue per l’economia circolare può aiutarci in qualche modo?

Il nuovo Piano d’azione per l’economia circolare è stato concepito per fornire un percorso per affrontare la sfida dei rifiuti che sia orientato al futuro. Riducendo la quantità di rifiuti prodotti, si riduce anche la pressione sulla gestione dei rifiuti e, a sua volta, su opzioni come lo smaltimento in discarica. In questo modo, l’Italia potrebbe finire per investire molto meno nella costruzione e nella manutenzione delle discariche. E naturalmente ci sono anche fondi Ue disponibili per progetti di selezione rifiuti, raccolta differenziata e aumento del riciclaggio.

In Italia il problema delle discariche è ancora molto reale e una maggiore circolarità, combinata a ulteriori sforzi per una corretta gestione dei rifiuti, porterebbe notevoli benefici. Già nel 2014 la Corte di Giustizia dell’Unione europea ha imposto sanzioni finanziarie all’Italia per almeno 200 discariche non conformi. La Commissione deve applicare questa sanzione fino a quando tutte queste discariche non saranno rese conformi. Da allora, molte sono stati riabilitate, ma ce ne sono ancora una quarantina che richiedono ulteriore lavoro. E dobbiamo essere sicuri che ci siano controlli frequenti ed efficaci per prevenire casi simili in futuro.

Poi però ci sono casi conclamati come quello di Roma che ha preferito ‘spedire’ altrove migliaia di tonnellate di rifiuti in passato.

La situazione rifiuti a Roma si fa notare. Gli impianti di trattamento dei rifiuti organici e delle discariche sono insufficienti e ci sono state segnalazioni di problemi concreti che la raccolta e la gestione pongono alle autorità responsabili per la raccolta e la gestione di tutti i rifiuti prodotti. Una soluzione è stata quella di spedire i rifiuti in altre regioni italiane. Ciò è legalmente possibile, a condizione che le spedizioni siano monitorate e aderiscano a un quadro giuridico che ne garantiscano la tracciabilità. Ma non è la soluzione migliore, inoltre la spedizione di tali rifiuti in altri Stati membri si è rivelata particolarmente problematica. 

Siamo ben consapevoli delle difficoltà di Roma, in parte dovute ai forti flussi della popolazione, ma i problemi di fondo devono ancora essere affrontati. È in corso di approvazione un nuovo piano di gestione dei rifiuti per la Regione Lazio, e mi auguro che corrisponda alla nuova normativa comunitaria sulla gestione dei rifiuti adottata nel 2018. Abbiamo bisogno di un approccio integrato, con una rete adeguata di impianti di trattamento dei rifiuti per affrontare il problema. Un nuovo piano di gestione dei rifiuti, insieme a un significativo cambiamento della legislazione sui rifiuti, è l’occasione perfetta per correggere le carenze individuate in passato, e spero vivamente che possa aprire la strada a soluzioni sostenibili per la gestione dei rifiuti in tutta la regione.

Un altro punto del suo mandato da commissario riguarda la microplastica, ma in realtà se ne sa molto poco. Cosa bolle in pentola? 

È un problema serio, e ne stiamo imparando di più ogni giorno. Sappiamo che le microplastiche sono diffuse nell’ambiente, nell’aria, nel suolo, nei sedimenti, nelle acque dolci, negli oceani, nelle piante, negli animali e in parti della catena alimentare. Comprensibilmente, i cittadini sono preoccupati. Come annunciato nel nuovo Piano d’azione per l’economia circolare, stiamo sviluppando misure per limitare l’uso di microplastiche aggiunte intenzionalmente nei prodotti e per affrontare le emissioni involontarie di prodotti come i tessuti, i pneumatici e i pellet.

Stiamo tenendo conto del parere dell’Agenzia europea per le sostanze chimiche, che sta attualmente lavorando su un dossier di restrizione Reach [la direttiva del 2006 sulle sostanze chmiche]. La restrizione si applicherebbe a tutta l’Ue e potrebbe riguardare le microplastiche aggiunte intenzionalmente in molteplici applicazioni. Inoltre, tale restrizione, che potrebbe essere in vigore già nel corso del 2021, potrebbe portare a una riduzione delle emissioni di microplastiche di circa 500 mila tonnellate nei prossimi 20 anni.

Per quanto riguarda i rilasci non intenzionali di microplastiche, lanceremo presto uno studio per analizzare le possibili soluzioni per affrontarli da tre categorie di fonti: i pellet di plastica di pre-produzione, i tessuti sintetici e i pneumatici per auto. Tutti i soggetti interessati saranno naturalmente consultati. Lo studio sarà utilizzato come base per la valutazione dell’impatto di future azioni legali in questo settore.