Finanza verde, Lacroix: “Le imprese devono essere obbligate a presentare un resoconto sul loro impatto climatico”

Secondo Michèle Lacroix, leader del Project Task Force on Climate-related Reporting, è fondamentale che le imprese siano obbligate a presentare un rapporto sul loro impatto climatico. [Amaury Henderick / Flickr]

Le imprese con più di 250 dipendenti dovrebbero essere obbligate a comunicare le proprie emissioni di gas serra “il prima possibile”, ha affermato Michèle Lacroix, esperta e progettisti della tassonomia della finanza verde europea.

Michèle Lacroix presiede il Project Task Force sul Climate Reporting presso l’European Corporate Reporting Lab @EFRAG. È l’autrice del reportage EFRAG: “Relazione su come migliorare i cambiamenti climatici – Un sommario delle buone pratiche climatiche europee e non solo”, pubblicato il 6 febbraio 2020.

Lacroix è stata intervistata da Frédéric Simon, editore della sezione energia e ambiente di EURACTIV.

 

L’INTERVISTA IN PILLOLE:

  • I rapporti sui cambiamenti climatici attualmente non sono abbastanza uniformi, secondo quanto detto dal comitato europeo presieduto da Lacroix.
  • Le aziende dovrebbero essere obbligate a comunicare le proprie emissioni di gas serra, incluse quelle di Scope 1, 2 e 3.
  • L’imminente riforma della Non-Financial Reporting Directive (NFRD) offre l’opportunità di rendere obbligatori questi report.
  • La standardizzazione delle emissioni diverse dai gas serra, secondo Lacroix, è improbabile per la differenza di parametri tra i vari settori economici.

 

Lei è membro del Technical Expert Group europeo per la finanza eco-sostenibile, che ha redatto la tassonomia della green finance. Come può essere d’aiuto nella ripresa dalla crisi del Covid-19?

La tassonomia spiega quali sono le attività economiche considerate ‘green’. Ci aiuta a capire come raggiungere i vari obiettivi climatici e offre l’opportunità di una ripresa resiliente e sostenibile.

La tassonomia dovrebbe essere vista come un punto di partenza per la realizzazione del Green Deal europeo incoraggiando i privati a investire in attività economiche in linea con gli obiettivi proposti.

Lei è autrice del report sulle comunicazioni relative ai cambiamenti delle compagnie europee e multinazionali. Molte di queste inviano un “rapporto sullo sviluppo sostenibile” vantando la loro eco-compatibilità. Ma qual è il livello di uniformità di questi rapporti? Si sta mettendo a confronto qualcosa di simile?

Per niente. Parecchi di questi rapporti hanno adottato la struttura della Task Force on Climate-Related Financial Disclosures, basata su quattro sezioni: governance, strategia, gestione del rischio, misurazioni e obiettivi.

Ma dalle analisi divulgate dalle aziende, la nostra Task Force ha notato come in esse le strategie differiscano. Nella sezione ‘governance’, per esempio, potrebbe essere presente un’interessante paragrafo sulle varie policy – come sono decise, come vengono realizzate, qual è il ruolo dei vari organi di gestione, ecc. Ma questo non accade in tutti i rapporti. In alcuni casi si riescono a capire le linee di condotta adottate ma non come vengono applicate e valutate all’interno dell’azienda.

La strategia, al contrario, è qualcosa di più mirato, e si riferisce al fine dell’azienda e alla sua posizione in un dato mercato, quindi non esiste un modello unico per la sua presentazione.

La sezione dove si riscontrano più similitudini è quella delle misurazioni e obiettivi, perché riguarda principalmente le emissioni di gas serra. Ma anche qui è possibile riscontrare delle piccole differenze. Alcune volte sono chiari gli obiettivi di decarbonizzazione, le loro misure e le varie spiegazioni sul perché di alcuni ritardi. In altri casi ci sono solo una o due cifre, senza nessuna connessione al resto dei documenti. Quindi neanche qui si riscontra uniformità.

Allo stesso tempo, dubito sia possibile trovare un modello unico di analisi che rappresenti tutte le aziende. Perché una compagnia petrolifera o del gas avrà un impatto sul clima differente da quello che può avere una società di consumo.

Le autorità di regolamentazione potrebbero applicare queste misure standard ai differenti settori dell’economia?

Sì, è una possibilità. Perché, sfortunatamente, non penso che si possa standardizzare a livelli più alti che quelli dei singoli settori.

E quando si parla di uniformità si deve essere chiari: una semplice tabella con pochi dati non può bastare per considerare un rapporto concluso. Il resoconto è molto importante, perché si deve capire quale obiettivo l’azienda stia cercando di raggiungere. Non si tratta solo di misurazioni.

Quindi dubito che si arrivi ad una completa standardizzazione. Sono a favore di un minimo di uniformità su delle specifiche informazioni. Ma fuori da questi parametri di misurazione, si deve lasciare alle agenzie un margine di decisione su cosa si vuole segnalare, riguardo i loro fini e le loro strategie di mercato.

Quali sono le aree dove lei si aspetta un’uniformità minima? Ci sono delle misure specifiche che, secondo la sua opinione, dovrebbero essere uniformate?

Ho lavorato nel sotto-gruppo dell’informazione del Team di esperti tecnici sulla finanza eco-sostenibile della Commissione europea. Per noi, è ovvio che l’informativa sulle emissioni dei gas serra deve essere obbligatoria. E non solo per le emissioni Scope 1, ma anche Scope 2 e 3.

Anche se oggi non è possibile effettuare report sulle Scope 3, è solo rendendoli obbligatori che un giorno si arriverà ad averli. È anche un modo per far venire fuori i problemi.

Facciamo chiarezza : oltre alle emissioni da gas serra, siamo lontani dall’avere un consenso per uniformare altre misure. La riforma fatta dalla Non- Financial Reporting Directive (NFRD), insieme alla Sustainable Finance Disclosure Regulation migliorerà probabilmente la trasparenza e promuoverà una divulgazione uniforme e chiara.

Quando crede che il rapporto sulle emissioni di gas serra dovrebbe essere reso obbligatorio?

Il prima possibile. E spero che la Commissione europea colga l’opportunità offerta dalla riforma della NFRD per muoversi in questa direzione. È anche in linea con le raccomandazioni fatte nel rapporto del Technical Expert Group riguardo le divulgazioni dell’anno passato.

Ritornando alle pratiche correnti: quanto degli attuali rapporti sul clima considera “greenwashing” o affermazioni esagerate?

Abbiamo individuato tre tipi di resoconto :

  • Ce ne sono alcuni fatti solo per ‘spuntare la casella’. In questi casi, il resoconto è solo un accumulo di informazioni non articolate. Questo significa che è davvero difficile capire in che modo l’agenzia concepisce la strategia climatica, basandosi solo sui diversi elementi presenti nel rapporto.
  • Ci sono poi alcuni resoconti sono ben documentati e riportano una strategia sensata, ma sono decisamente pochi.
  • Nel mezzo si trovano moltissimi resoconti con livelli di completezza estremamente differenti, anche tra le varie sezioni.

Sfortunatamente la nostra Task Force non è riuscita a trovare un resoconto che riportasse tutte le informazioni e gli elementi richiesti dal format. Anche in quelli più avanzati mancava sempre qualcosa.

Il Commissario Dombrovskis ha detto che riprenderà in esame le norme sull’informativa societaria come parte della rivisitazione delle direttive sul non-financial reporting. Lei crede che adesso sia il momento per la Commissione europea di imporre un format unico per i resoconti legati al clima e renderlo obbligatorio e legalmente vincolante per le aziende?

Sì. La chiarezza è la chiave per promuovere una finanza eco-sostenibile. E tutti sappiamo come la normativa può accelerare la nascita di pratiche ideali.

Sicuramente alcuni si opporranno a ciò, quindi entro quanto pensa che tutto questo possa diventare realizzabile? O pensa che possa essere approvato senza opposizione?

Quando in Francia è stato approvato il noto articolo 173 della legge per la transizione energetica, non abbiamo mostrato il nostro consenso, ma lo abbiamo accettato. L’articolo 173 ha reso obbligatorio per le banche, gli azionisti e gli agenti finanziari riferire su come venivano integrati i criteri climatici, sociali e gestionali (ESG) nei loro investimenti.

Non appena si hanno più di 500 milioni di euro sotto la propria gestione, sia che siano per un uso personale o che siano di clienti esterni, si deve fare un resoconto sull’impatto sul clima, sulle azioni fatte e via dicendo.

E onestamente, quando è entrato in vigore alla fine del 2015, è stata una rivoluzione, perché nessuno sapeva come farlo.

Il primo ciclo di relazioni sotto la legge francese è uscito nel 2017, basato sui movimenti del 2016, perciò c’è già un minimo di consapevolezza. Qual è il suo giudizio: ha funzionato?

In linea di massima, è andata molto bene. Certo, come con qualsiasi cosa, ci sono i puntuali e i ritardatari, in base all’ambizione e alla strategia eco-sostenibile delle varie aziende, ma anche dalle risorse di cui dispongono, a seconda delle loro dimensioni.

Proprio perché è obbligatorio, le agenzie non si chiedono se sia positivo o negativo, fanno semplicemente il resoconto. L’esperienza francese è stata utile l’anno scorso al Technical Expert Group della Commissione europea sulle finanze eco-sostenibili.

Adesso, si aspetta una proposta di revisione della NFRD da parte della Commissione alla fine del 2020. E sì, spero che si prenda in considerazione anche l’obbligo di comunicazione delle emissioni di gas serra.

Pensa che la regolamentazione francese possa essere un modello da poter adattare a livello europeo?  

Lo sconsiglierei. L’elaborato della NFRD dovrebbe fissare la quantità minima obbligatoria di informazioni che le aziende dovrebbero fornire.

E si dovrebbe far menzione di informazioni aggiuntive a seconda del settore. Perché non si possono chiedere le stesse informazioni a una compagnia petrolifera, a una società di assicurazioni e a una società di prodotti di consumo, deve essere specifico e significativo per l’azienda.

Prima di tutto, il non-financial reporting deve raccontare la storia della compagnia soprattutto rispetto agli aspetti ecologici e sociali. Non possono fare il resoconto di qualcosa solo perché è stato chiesto loro di farlo. È un modo per mettere le aziende in condizione di domandarsi: Cosa stiamo facendo in questa sezione? Come lo stiamo facendo? È organizzato in maniera corretta? Esiste una gestione per ciò che si sta facendo?

Ma come potrebbe funzionare tutto ciò a livello europeo? Su cos’altro le aziende dovrebbero fare rapporto, oltre alle emissioni di gas serra?

Il tipo di informazione che le società forniscono riguardo gli obiettivi per l’impatto ambientale dovrebbero essere in linea con la tassonomia europea delle finanze eco-sostenibili. Per esempio, un’azienda potrebbe citare la percentuale dei ricavi derivanti dalle attività ecologiche, o degli investimenti nel settore ‘green’.

È anche interessante capire cosa intendono le aziende con attività “marroni”. Perché il termine non è ancora stato definito dalla tassonomia, perciò le società dovranno spiegarlo.

Ma non è nulla di nuovo. Prendiamo come esempio le tabelle create per la revisione delle linee guida per i resoconti non vincolanti: si distinguono le informazioni obbligatorie e  quelle settoriali, i Key Performance Indicators (KPI), che sono facoltativi. Probabilmente uno o due di questi indicatori dovrebbero essere obbligatori nel settore, ma non tutti. E si sfrutteranno  i criteri di screening stabili nel rapporto di tassonomia per allineare tutti i requisiti.

Penso che la normativa dovrebbe andare al di là di cosa è obbligatorio e definire anche questi KPI facoltativi, ma utili.

Attualmente la soglia per l’obbligatorietà dei resoconti è di 500 dipendenti. Pensa che sia corretta?

No, penso che la soglia corretta dovrebbe essere posta dai 250 dipendenti in su. Infatti, numerosi stati membri l’hanno abbassata, da quando esiste la segnalazione della NFRD.

L’ambito in cui viene fatta la segnalazione è fondamentale per garantire che le parti interessate dispongano di sufficienti informazioni per poter prendere decisioni sugli investimenti. Bisogna essere più ambiziosi e estendere la segnalazione anche alle aziende più piccole e usare limiti diversi a seconda delle attività. L’impatto ambientale può essere molto più significativo per una piccola azienda chimica che per una più grande e che opera nel settore dei servizi.

250 dipendenti è una soglia che include le medie imprese. Non c’è il rischio che questo limite provochi un peso in termini di obblighi amministrativi?

Forse. Ma chi usufruisce di queste informazioni in genere dice che le autorità di regolamentazione non si impegnano abbastanza nei loro obblighi di segnalazione sulle aziende. Quindi sì, è un peso ma ultimamente la crisi climatica potrebbe aver avuto effetti più devastanti di questo sforzo.

In che modo la tassonomia della finanza verde europea può cambiare il modo di fare i resoconti? Se adesso le banche utilizzano la tassonomia per controllare le loro strategie di investimento, di fatto questa diventerà una sorta di standard, giusto?

Sì, esattamente. Le attività economiche che fanno parte della tassonomia della green finance sono esattamente quello che dovrebbe essere inserito nelle informazioni della NFRD.

Non si può creare una tassonomia europea con le sue metriche corrispondenti e allo stesso tempo non domandare alle aziende di fare un resoconto basandosi su  quelle stesse misure specifiche.

A Dicembre è stato raggiunto un accordo politico sulla tassonomia, ma ci sono ancora una serie di normative che devono essere adottate. E ci sono le grandi battaglie su come definire le attività economiche a seconda delle loro credenziali eco-sostenibili. In che prospettiva vede questo sviluppo?

Sono contraria, perché nella tassonomia, la grande enfasi è stata posta  sull’energia. Quindi per ogni tipo di energia, i limiti sono esposti chiaramente. O li si rispetta, oppure no.

Ci saranno molte pressioni per cambiare questo limite…

Non sono sicura che ci siano state pressioni per quanto riguarda i limiti imposti. Io penso che ci saranno pressioni per quanto riguarda l’inclusione di certe attività economiche, ma non per quanto riguarda le soglie imposte.

Per esempio, che ci sono pressioni da parte della Germania sul gas o della Francia sul nucleare, allo scopo di includerle nella tassonomia nell’ambito delle cosiddette attività di “transizione”, ma questo forse dovrebbe essere modificato a livello locale.

Ma non vedo come si possa avere una tassonomia europea se gli Stati membri intendono cambiare questi limiti. È da tenere a mente che i limiti sono dinamici, vengono rivisti su base regolare per garantire la transizione verso un’economia a bassa emissione di carbonio. Se i singoli Stati cominciano a modificarli, non vedo come tutto ciò potrà mai funzionare.

Riconoscere il gas e il nucleare come combustibili di transizione, per poi gradualmente inasprire i criteri ambientali potrebbe essere un modo per progredire?

Nell’ultima versione della tassonomia sono state incluse due punti riguardo la potenziale ammissione di nucleare e gas.

Tuttavia, fino ad ora non è mai stato possibile dimostrare che il nucleare non arreca “danni significativi”, un punto legato ad altri obiettivi ambientali, a causa soprattutto di questioni relative alla gestione dei rifiuti.

Così lasciamo ai sostenitori del nucleare la possibilità di dimostrare il rispetto del principio di non arrecare “danni significativi”. Dubito che sarà accettabile.

Per concludere, il CEO della BP e della Shell hanno entrambi annunciato di essersi posti come scopo quello di rendere la loro produzione a “impatto zero”, comprese le cosiddette emissioni Scope 3, che include l’uso dei loro prodotti da parte dei clienti. Potrebbe diventare uno standard universale?

Sì, non possiamo evitare le emissioni Scope 3. Il problema è che non sappiamo come misurarle. Ma non ci dobbiamo limitare solo a quello che sappiamo adesso. Possiamo comunque rendere obbligatorio includerle nel resoconto, anche se non sappiamo come misurarle perché non abbiamo ancora i mezzi scientifici.

Pensiamola in questo modo: sarebbe accettabile per una società dire  “non abbiamo idea di come misurare le emissioni Scope 3, quindi dimentichiamole e cambiamo argomento?”

Quindi si potrà migliorare il sistema quando la scienza ci darà maggiori informazioni?

Assolutamente, questa è la bellezza della tassonomia delle finanze eco-sostenibili. La Commissione europea sta mettendo in atto una piattaforma nella quale poter periodicamente modificare i limiti, perché tutti sono d’accordo che la scienza sta facendo passi da gigante e quindi questi nuovi sviluppi e progressi devono essere presi in considerazione.

Sicuramente, in futuro nasceranno nuovi tipi di attività che non sono ancora considerate ecologiche, perché non ne sappiamo ancora abbastanza o perché adesso non sono ancora mature.

Si prenda ad esempio la cattura e lo stoccaggio della CO2: chi sa esattamente come si svilupperà in futuro? Deve essere inclusa nella tassonomia, perché ovviamente, aiuta la riduzione delle emissioni. Ma fino a che punto dobbiamo spingerci per queste tecnologie nascenti? Dobbiamo essere molto pragmatici ed essere sicuri che, se prendessimo la direzione sbagliata, avremmo ancora tempo per poter tornare sui nostri passi.