Fotovoltaico e consumo di suolo: i dubbi e le proposte degli agricoltori

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Questo articolo fa parte dello Special Report Agricoltura sostenibile in Italia: sfide e soluzioni per il futuro.

Le associazioni di categoria chiedono di dare priorità ai terreni abbandonati e alle aree da bonificare per evitare di sottrarre nuovi ettari alle attività agricole. Ma c’è anche chi vede una svolta nell’agrovoltaico, che consente di integrare la produzione di energia e quella agricola. Ci sono posizioni diverse su quale deva essere il limite della superficie agricola utilizzabile.

Il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec) prevede che entro il 2030 in Italia vengano istallati circa 50 GW di nuovi impianti fotovoltaici, con una media di circa 6 GW all’anno. In questo contesto il tema del consumo di suolo agricolo è tornato al centro del dibattito. 

In occasione del G20 dei giovani di Milano, a luglio, i giovani agricoltori di Coldiretti avevano lanciato una petizione per chiedere alle Regioni e agli enti locali di identificare nelle aree da bonificare, nei terreni abbandonati, nelle zone industriali obsolete e nei tetti delle strutture produttive il luogo idoneo all’installazione di pannelli fotovoltaici.

“Come Coldiretti la nostra idea è quella di prevedere il sostegno alle energie rinnovabili secondo una gerarchia di interventi che rispettino la localizzazione in aree in cui lo sviluppo dell’agricoltura sia già compromesso, mi riferisco a discariche, a cave o a territori con oneri di bonifica. Si tratta di superfici assai estese in tutte le regioni, si parla di quasi 500mila ettari”, spiega Stefano Masini, responsabile Ambiente di Coldiretti.

“Se è vero che l’agrovoltaico rappresenta un intervento a sostegno dell’agricoltura multifunzionale, chiediamo che queste attività siano realizzate dagli agricoltori”, continua Masini. Per Coldiretti la multifunzionalità energetica va sviluppata come attività integrata alla coltivazione e all’allevamento, sino a un massimo del 5% della superficie dell’azienda. “Finora ci siamo trovati come interlocutori nello sviluppo delle rinnovabili società multinazionali o fondi di investimento che con l’agricoltura non hanno nulla a che fare. L’obiettivo è rendere gli agricoltori protagonisti dello sviluppo sul loro territorio”, sottolinea il responsabile Ambiente di Coldiretti.

La questione del limite del 5% della superficie agricola utilizzata, come porzione massima dedicabile alla produzione di energia nei progetti agrovoltaici e fotovoltaici a terra, al momento è ancora aperta. In una delle ultime sedute della Conferenza Stato-Regioni dedicata a questa questione, il governo ha respinto l’ipotesi di introdurre questo tetto ma ha accettato di aprire un tavolo di confronto con le parti interessate. L’obiettivo dell’Italia è di aumentare la potenza fotovoltaica installata di altri 50 GW entro il 2030 ed è inevitabile che una parte di questi impianti venga installata a terra. Il problema è quindi trovare delle soluzioni che consentano di raggiungere questo obiettivo senza sacrificare interi ettari di terreni produttivi. 

“Se mettiamo forti restrizioni sull’agrovoltaico, in alcune regioni rischiamo che si sviluppino solo campi fotovoltaici, dato che ad oggi non c’è divieto di installazione a terra di campi fotovoltaici. Mentre per noi è essenziale che il fotovoltaico non venga considerato alternativo all’attività agricola. Le due attività vanno invece integrate. Serve quindi equilibrio e ogni valutazione deve essere fatta in relazione alle esigenze dei diversi territori”, dice Donato Rotundo direttore Area sviluppo sostenibile e innovazione di Confagricoltura. Secondo l’associazione affinché lo sviluppo delle rinnovabili sia equilibrato è necessario che ogni Regione compartecipi al raggiungimento degli obiettivi. “Sicuramente quel che abbiamo sofferto negli ultimi anni è che alcune Regioni si sono fatte carico di questo onere più di altre e questo non si deve ripetere”, sottolinea Rotundo. 

Anche per Confagricoltura il consumo di suolo agricolo produttivo va evitato e nella scelta delle aree idonee va data priorità a quelle dismesse o  ai terreni su cui si fa fatica a fare agricoltura. Allo stesso tempo però l’associazione riconosce che la sinergia tra produzione agricola ed energetica può generare una lunga serie di benefici. Per cui ritiene che l’integrazione della produzione di energia con la produzione agricola e zootecnica, attraverso l’agrovoltaico, sia una delle strade da percorrere per ridurre l’impatto ambientale degli impianti rinnovabili.

“La cosa pericolosa per l’agricoltura è non capire che ci troviamo di fronte a una svolta: abbiamo un forte aumento del costo dell’energia e una grossa necessità di efficientamento energetico delle aziende – conclude il direttore Area sviluppo sostenibile e innovazione di Confagricoltura -. Detto ciò, quando si andranno a definire i provvedimenti applicativi della Red II (la direttiva rinnovabili, ndr) dovrà essere stabilita una priorità per gli investimenti in agricoltura, su questo non c’è dubbio”.